Il trionfo di Sinner a Wimbledon: la libertà della consapevolezza
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“Per me il tennis è soprattutto una questione di fiducia. Quando ti senti sicuro, giocare diventa più facile. Credo che sia più semplice rispondere bene quando sai mentalmente di poter tenere il servizio. Questo ti rende più libero”. Parole e musica del due volte campione di Wimbledon Jannik Sinner, pronunciate nella press conference successiva alla splendida vittoria nel torneo più bello e importante al mondo. Di tutte le analisi pubblicate sui media più disparati da analisti, commentatori ed ex giocatori, le 38 parole pronunciate dal nostro fantastico n.1 sono le più nette, precise e veritiere. Si può sviscerare la prestazione di Sinner in finale (e aggiungiamo pure la semifinale, dominata contro un Djokovic mai domo) di Wimbledon in ogni dettaglio, affidandosi ai numeri, alla tecnica, alla video analisi con rette e cerchi stoppando le immagini. Pure all’evoluzione tattica della partita, oggettivamente cambiata quando Jannik è finalmente riuscito a risponde meglio e di più, mettendo al tedesco una pressione che, palla dopo palla, l’ha fatto vacillare. Ma, pound to pound, per dirla col gergo dei londinesi, la fiducia e l’aspetto mentale restano il vero Winner di Jannik, quello che lo eleva su tutta la concorrenza che gli ha permesso di venire a capo di un avversario davvero in grandissima forma e “cazzutissimo” come lo Zverev di ieri sul Centre court.
Si guardava alle 9 vittorie di fila di Jannik contro Sasha. In alcune l’ha stracciato, quasi ridicolizzato pensando che è il n.3 del mondo, mica un Carneade. Quindi molti aspettavano una finale magari un po’ combattuta, ma mai in discussione. Non è andata proprio così. Zverev è partito con una determinazione feroce, l’imperativo categorico del non tirarsi indietro, ma tirare dritto. Dritto per dritto, a tutto braccio col diritto in spinta come se non vi fosse un domani, senza paura nemmeno contro quello dell’azzurro, che infatti nel primo set è stato forse colto un pizzico di sorpresa da cotanta potenza e intensità. Per buona parte del primo set, era Sasha a comandare di più, a giocare più profondo, a prendersi più punti in risposta. Quella palla break non sfruttata è stato un mal auspicio di un tiebreak perso. E lì la faccenda è diventata difficile, perché Zverev serviva come un “bot” e non vacillava. Non indietreggiava. Non giocava con cautela. Non sembrava nemmeno Zverev… La partita è cambiata verso la fine del secondo set, quando Jannik a furia di provare posizioni ha iniziato a colpire meglio e di più in risposta, e questo martellamento più intenso e scientifico ha prodotto, alla lunga, i risultati sperati. Ma dietro a questo cambio di rotta tecnico-tattico del match, girato dal terzo parziale dalla parte del Pusterese, c’è un fattore decisivo: la fiducia, figlia di un’attenzione e studio dell’avversario e di se stesso degno di un docente universitario. Di un ricercatore, di colui che si cala esattamente nel contesto astraendosi dalle emozioni dell’essere il protagonista. Come se – passatemi la metafora – “uscisse da se stesso” e si mettesse lì in panca, accanto a Darren e Vagno, a guardare quel che succede, annotando ogni dettaglio.
Osservazione, studio, attenzione. Il guardare se stesso con lucida logica, studiando quel che va e quel che non va, e allo stesso tempo l’avversario, per carpirne i momenti top e vedere dove c’è uno spiraglio, qualcosa su cui poter battere il ferro e farlo vacillare. Non è un aspetto banale: è difficilissimo farlo perché quando sei ì a correre sul campo, con la pressione del risultato, del punteggio, del contesto, della finale più importante dell’anno (con il peso di non averne giocata nemmeno una di finale Slam in stagione), essere lucidi, freddi e risoluti nel capire quel che davvero accade non è banale. È difficilissimo. Ci si fa prendere dalla foga, dalla voglia di spaccare la palla, dal seguire una tattica impostata nel pre partita che magari non funziona e non sempre si ha la forza per continuare a fare le cose “giuste” aspettando che funzionino; o, al contrario, non si trova la freschezza mentale per capire che è il momento di cambiare strada, e quale prendere poi? Su erba, contro uno che serve così, subisci un break e il set è andato. Magari pure la partita. Restare focalizzati nei propri turni di battuta in modo assoluto, per non concedere niente al rivale, e trovare la lucidità per leggere il gioco in risposta, game dopo game, annotando angoli, rotazioni, soluzioni della battuta dell’avversario per capire le dinamiche in modo da trovare la chiave per incidere, è roba tostissima. È roba che ti fa vincere le partite più difficili contro i giocatori più forti. È roba da Campioni. È il pane di Jannik Sinner, la sua differenza, quello che lo rende davvero diverso e più forte di tutti.
Per anni l’hanno bollato come un picchiatore mono-corde, senza piano B, senza alternative. Sbagliato. Jannik è nato come un picchiatore di ritmo, ma era una versione di se stesso insoddisfacente perché non bastava a vincere. Per questo ha passato anni e nottate a lavorare. A studiare, gli avversari e se stesso, perdendo ma imparando. Cercando di capire sempre meglio la propria testa e come reagisce il proprio corpo, per farsi trovare pronto nelle partite più difficile e sapere come affrontare l’avversario principale: se stesso. Già. Jannik ha tutto quel che serve per vincere contro chiunque, ma per farlo deve giocare bene e trovare il modo di incidere sull’altro. È uno studio combinato, sulla propria testa e gioco, e parimenti su quelle dell’altro, quello al di là della rete, che magari serve come Dio in terra – vedi Zverev ieri – e non traballa, sospinto da grandissima fiducia.
La fiducia è quello che ti rende tutto semplice. Anche il ragionare in modo lucido, pro-attivo, capendo te stesso e l’altro, e così decidendo come e dove colpire, dove posizionarsi sul campo in risposta e non solo; come impattare il servizio per essere costante e non banale o prevedibile. Serve fiducia in se stessi, nelle ore infinite di lavoro fatte insieme ad un team di cui ti fidi ciecamente e hai costruito una carriera bellissima, sempre proiettato al futuro e a migliorare. La combinazione fiducia – lucidità in campo è quello che ha portato Sinner a vincere Wimbledon 2026 e tantissimo altro. È quello che rende Jannik un Campione unico, forte della sua Straordinaria Normalità. Si può continuare e rivedere all’infinito la finale dei Championships appena vinta dal nostro azzurro. Si possono cogliere tante sfumature della sua resilienza e grandezza. Ma alla fine Sinner ha vinto di nuovo, il quinto Slam in carriera, alzando il livello nelle due partite decisive, quando doveva scendere in campo dando il 100%. L’ha fatto affidandosi alla fiducia nel proprio gioco, nel proprio lavoro, nei propri colpi. Serenamente consapevole. È quello che ti rende fortissimo, libero.
Marco Mazzoni
TAG: Editoriale LiveTennis, Jannik Sinner, Marco Mazzoni, Wimbledon 2026

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La qualità che più mi impressiona di Jannik è la sua capacità di vincere …in base a chi ha di fronte,adatta il suo gioco in modo perfetto. Ha imparato a non spendere una goccia di energia più del necessario. Questo parte,secondo me,dal suo servizio inattaccabile e devastante, che tende a lasciarlo più tranquillo, in attesa dell’occasione di break.Per tutto il torneo, ha fatto quello che doveva,quando doveva.Il campione doveva rispondere presente in semi e in finale,,,,e così è stato. Ha sempre dato l’impressione di calma,consapevolezza e strapotere per tutto il torneo…il primo match,per ovvi motivi, è stato complicato…ma lo avevamo messo in conto tutti….grazie Campione, non ci sono parole per esprimere l’affetto che ho nei tuoi confronti….
Jannik era ben preparato come anche Zverev..quest’ultimo è calato un pochettino dopo 2 set e lì c’è stata la svolta..ma parliamo di un incontro fatto sul filo del rasoio..
Sinner è stato davvero eccezionale… come sempre!
Ha affrontato un avversario che non aveva nulla da perdere e tutto da guadagnare, quindi in una condizione psicologica di netto vantaggio, un avversario che ha potuto giocare al 120% delle sue possibilità, tirando colpi (FH e BH) ad una velocità molto superiore (15-20 mph) alla sua media ma…
…dall’altra parte Sinner ha confermato le sue qualità di WINNER nato, mantenendo la massima concentrazione e la fortissima determinazione per quasi 4 ore e (forse chi non segue il tennis con approccio scientifico non può coglierlo) appunto un match così complicato, durato quasi 4 ore, si decide, in sostanza, in solo 4 punti o poco più.
Il tennis è uno sport tanto crudele quanto meraviglioso e finalmente il FUORICLASSE ce l’abbiamo noi!
Grazie HansPeter e Siglinde, che pure con tanta ostinazione (il figlio non veniva e per questo adottarono Mark!) avete creato un vero CAPOLAVORO!!!
Bel pezzo che sottolinea un aspetto del gioco di Sinner che magari passa più in secondo piano, l’intelligenza tattica che fa si che tanti suoi colpi non siano puro istinto, ma studiati per colpire nelle falle degli avversari..legge benissimo la situazione sul campo, il momento e si adatta di conseguenza.. grande dote!!