Novak Djokovic non si arrende al tempo: “Ho ancora qualcosa da dimostrare”
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A 39 anni e con lo US Open 2026 ormai all’orizzonte, Novak Djokovic continua a credere nella possibilità di competere per i titoli più importanti. Intervistato dal programma statunitense CBS Mornings, il serbo ha ripercorso la propria storia, parlando dell’infanzia segnata dalla guerra, dei sacrifici compiuti dalla famiglia e delle difficoltà legate a una carriera così lunga.
Il vincitore di 24 titoli del Grande Slam ha anche presentato il documentario Novak Djokovic: The Wolf in Winter, in uscita il prossimo mese. Un progetto che promette di mostrare il lato più personale di un campione abituato a modellare ogni aspetto della propria vita in funzione del tennis.
“Il tennis è stato il mio rifugio”
Djokovic è cresciuto in una famiglia di sciatori professionisti, senza alcuna tradizione tennistica alle spalle. Il suo rapporto con la racchetta cominciò quando aveva appena quattro anni.
“Nessuno nella mia famiglia aveva mai giocato a tennis. Mi innamorai di questo sport e chiesi a mio padre di comprarmi una racchetta. È così che è iniziata questa lunga storia d’amore”, ha raccontato.
Il tennis diventò presto anche una via di fuga dalle difficoltà vissute in Serbia negli anni Novanta: “Sono cresciuto in un Paese devastato dalla guerra, tra conflitti, embarghi, sanzioni e crisi economiche. Avevo scelto probabilmente lo sport più costoso, ma i miei genitori fecero tutto il possibile per sostenermi”.
Quella scelta comportò rinunce dolorose. Anche i suoi fratelli desideravano giocare, ma la famiglia non disponeva delle risorse necessarie per offrire a tutti le stesse opportunità. Djokovic promise allora che un giorno avrebbe ripagato i sacrifici dei suoi cari, garantendo loro una vita migliore.
Il peso di competere a 39 anni
Nel documentario il serbo descrive lo sport di alto livello come una sorta di prigione costruita volontariamente. Per rimanere ai vertici, infatti, ogni scelta quotidiana deve essere subordinata al rendimento in campo.
Oggi la sfida principale è rappresentata dal recupero fisico: “Cerco di pensare soltanto a giocare un grande tennis. Se non penso alla mia età, me la ricordano gli altri. E se non lo fanno loro, ci pensa il mio corpo”, ha scherzato.
Djokovic ha poi riconosciuto che oltre vent’anni trascorsi ai massimi livelli presentano inevitabilmente il conto. L’esempio più recente è arrivato a Wimbledon, dove un quarto di finale durato cinque ore e 15 minuti gli ha impedito di presentarsi nelle condizioni migliori alla successiva sfida contro Jannik Sinner.
“Non ero riuscito a recuperare completamente. Questo non toglie alcun merito a Sinner, che ha vinto la partita e poi il torneo, ma oggi il mio corpo reagisce in modo diverso”, ha spiegato.
Lo US Open resta un grande obiettivo
Nonostante le difficoltà, Djokovic attende con entusiasmo il ritorno a New York. Quando gli è stato chiesto quale fosse il rivale più pericoloso in vista del torneo, ha risposto senza esitazioni: “Il mio principale avversario sono sempre io stesso”.
Il serbo ha definito lo US Open il Major più spettacolare ed emozionante, anche grazie all’atmosfera dell’Arthur Ashe Stadium. Proprio il rapporto con il pubblico continua ad alimentare la sua motivazione.
“Una delle ragioni principali per cui gioco ancora è l’energia dei tifosi. L’affetto e il riconoscimento ricevuti in questi ultimi anni significano moltissimo per me”, ha ammesso.
Il sostegno della moglie Jelena
Una parte importante dell’intervista è stata dedicata alla famiglia. Djokovic ha indicato nella moglie Jelena il punto di riferimento che gli permette di continuare a inseguire nuovi traguardi.
“È stata una roccia e un sostegno incredibile. Sarebbe molto difficile fare ciò che faccio senza di lei e senza il modo in cui mantiene l’equilibrio emotivo della nostra famiglia quando sono lontano”.
Le assenze da casa e l’impossibilità di condividere alcuni momenti importanti con i figli sono tra gli aspetti più dolorosi della vita nel circuito. Per questo Djokovic ha ridotto sensibilmente il numero di tornei disputati: “Voglio trovare il giusto equilibrio ed essere il miglior marito, padre, fratello e figlio possibile”.
“Posso essere migliore di ieri”
Dopo 24 Slam e 428 settimane trascorse al numero uno del mondo, Djokovic ritiene che la propria missione non sia ancora conclusa. Alla domanda su cosa gli resti da dimostrare, la risposta è stata netta.
“C’è sempre qualcosa da dimostrare, soprattutto a me stesso, ma anche agli altri. Voglio provare di poter essere ogni giorno migliore rispetto al precedente”.
Il tempo ha inevitabilmente cambiato il suo corpo e il modo di programmare la stagione, ma non ne ha intaccato l’ambizione. In vista dello US Open, Djokovic continua così a cercare nuove risposte contro sé stesso e contro una generazione guidata da Sinner e Alcaraz.
Francesco Paolo Villarico
TAG: Notizie dal mondo, Novak Djokovic

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Niente torneo di Atene quest’anno. Difficile che Nole vinca un 250
Non mi aspetto niente di diverso da Djokovic, una fame di successi che rischia di divorarlo e di far passare in secondo piano quello che ha realizzato, Paradossale.
Fa bene è ancora nei primi 4 al mondo con Alcaraz rotto zverev battibillissimo per Nole rimane solo Sinner che se prende una giornata storta il serbo alza un altro slam
Con Jannik e con Carlos ormai non c’è storia, ma con tutti gli altri se la gioca e spesso ci vince. Semifinalista a Wimbledon e dovrebbe smettere?
Le Finals del 2023 (ultima sua grande stagione, eccezionale) hanno rappresentato il suo “canto del cigno”.
Significativa la sua sconfitta (poi vendicata in finale) nei RR con Sinner, con l’italiano capace di strappargli la Davis Cup in Spagna.
L’annata 2024 è stata “salvata” dall’oro delle Olimpiadi di Parigi, in una storica finale con l’appena 21enne Alcaraz, ma senza vincere neppure 1 titolo in ATP.
Nel 2025 si distingue ancora negli Slam (battuto da Zverev, Sinner, Sinner e Alcaraz) ma alla fine racimola solo 2 titolini 250 (snobbati da Sinner e Alcaraz) a Ginevra e Atene (dove batte Musetti, alla sua 5° finale consecutiva da perdente).
Quest’anno ha raggiunto la F di AO dopo il WO con Mensik ed il ritiro di Musetti (che aveva nettamente vinto i primi 2 set con 6-4 6-3) per infortunio, battendo in SF, al 5° set, Sinner, da cui aveva perso 5 volte consecutive dopo la finale di Torino ’23.
Quest’anno il campionissimo serbo riuscirà a vincere almeno 1 titolo? Ancora ad Atene? Sarebbe il suo 102esimo!
Molto più complicato, almeno sulla carta, il raggiungimento del 25° titolo Slam, specialmente se a US Open dovesse rientrare Alcaraz, anche se io penso che sarà (purtroppo!) difficile…
“C’è sempre qualcosa da dimostrare, soprattutto a me stesso, ma anche agli altri”????. Detto fra noi Nole, non me ne pò fregà de meno!! 😉 😀
Le 5 ore contro il canadese sono state un passo sul precipizio.
Il serbo non è più dominante in partita che inevitabilmente si allunga, quando prima chiudeva veloce.
Giocando ormai solo GS ed avendo Sinner in modalità asfaltatore, per lui vincere uno slam è utopia.
Nole ma cosa devi dimostrare arrenditi alla carta identità non si sfugge basta