Nadal riapre il cassetto dei ricordi: “Quel passante contro Djokovic in Australia mi fa ancora male”
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Rafael Nadal ha sempre protetto la propria intimità con grande attenzione. Per oltre vent’anni ha lasciato che fosse il campo a parlare per lui, tenendo la vita privata lontana dai riflettori. La nuova docuserie Rafa, prodotta da Netflix, ha però aperto una finestra diversa sul campione maiorchino, più personale e più vulnerabile.
Nel corso di una lunga conversazione nel Doc Talk Podcast, Nadal ha ripercorso alcuni dei momenti più importanti della sua carriera, parlando del ritiro, degli infortuni, del rapporto con Roger Federer e Novak Djokovic e del modo in cui oggi guarda al proprio passato.
Il passaggio più forte riguarda la finale degli Australian Open 2012 contro Djokovic, una delle partite più iconiche e dolorose della sua carriera. Nadal ha ricordato un momento preciso di quella sfida, un passante sbagliato in una fase decisiva del quinto set: “L’ho rivisto e penso: mi fa male vederlo”.
Il motivo è semplice: secondo Nadal, quel colpo era relativamente semplice e avrebbe potuto cambiare il destino della partita. “Era un colpo molto facile e praticamente significava vincere il torneo”, ha spiegato lo spagnolo, dando il senso di quanto quel punto sia rimasto nella sua memoria sportiva.
La finale del 2012 a Melbourne è stata una delle più dure della storia recente del tennis. Cinque set, quasi sei ore di battaglia, due campioni al limite fisico e mentale. Djokovic vinse, Nadal perse una delle occasioni più dolorose della sua carriera, ma quel ricordo oggi non viene raccontato con rabbia: viene raccontato con la lucidità di chi ha ormai chiuso quel capitolo.
“Quella fase della mia vita è chiusa, ed è chiusa bene”, ha detto Nadal. Una frase che racconta molto più del singolo episodio. Il maiorchino non cancella il dolore sportivo, ma lo colloca dentro una carriera che considera comunque molto più grande di qualsiasi rimpianto.
Nadal ha ribadito di aver avuto una carriera persino superiore a ciò che avrebbe potuto sognare. I momenti peggiori, più delle sconfitte, sono stati gli infortuni. Il corpo è stato il grande avversario degli ultimi anni, fino al momento in cui ha dovuto accettare l’idea che non fosse più possibile competere con continuità.
“Il mio corpo diceva basta, ma la mia mente voleva continuare”, ha raccontato. Nadal ha spiegato di essersi concesso un tempo ragionevole per capire se potesse ancora tornare competitivo. Quando ha capito che non sarebbe stato possibile, ha accettato il ritiro.
È forse qui che emerge il Nadal più autentico: non quello ossessionato dalla vittoria, ma quello legato alla competizione. “Ero più un competitore che un vincitore”, ha detto. Una definizione perfetta per raccontare un giocatore che ha costruito la propria grandezza non solo sui titoli, ma sulla capacità di trovare sempre una soluzione, anche nei giorni peggiori.
Nadal ha ammesso di essere stato un vincente, perché non si conquistano 22 titoli del Grande Slam senza esserlo. Ma la sua identità più profonda era un’altra: sapersi adattare, lottare, restare dentro la partita anche quando il corpo non rispondeva al meglio.
Oggi il rapporto con il passato è diverso. Quando Nadal guarda video o fotografie nel museo della sua Academy, si emoziona. Ma non pensa più come un tennista. Quel capitolo è terminato, e proprio per questo può riguardarlo con una serenità nuova.
Interessante anche il modo in cui ha descritto il rapporto con Federer e Djokovic. Durante la carriera, ha spiegato, tra grandi rivali esiste sempre una certa distanza, una forma di riserva naturale. Ora, invece, tutto è più semplice e più umano.
“Quando vedo Federer o Djokovic sono felice di incontrarli”, ha raccontato Nadal, aggiungendo di parlare regolarmente al telefono con Roger. Finita la competizione diretta, il rapporto con i rivali può finalmente liberarsi dal peso del risultato.
Nadal continua comunque a seguire il tennis, anche se raramente guarda una partita intera. Fa eccezione quando in campo ci sono Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, due giocatori che evidentemente lo incuriosiscono e rappresentano il presente più luminoso del circuito.
Ha citato anche Rafa Jódar, sottolineando i suoi progressi nell’ultimo anno. Un dettaglio non banale: Nadal non guarda più il tennis con gli occhi di chi deve difendere un territorio, ma con quelli di chi osserva la nuova generazione e riconosce dove può nascere qualcosa di importante.
Il racconto del passante contro Djokovic, in fondo, è il simbolo perfetto della memoria di Nadal. Anche un campione abituato a vincere tutto conserva dentro di sé alcuni punti perduti, alcune occasioni mancate, alcuni dettagli che il tempo non cancella del tutto.
Ma la grandezza sta proprio lì: Nadal non ha bisogno di riscrivere il passato per renderlo più dolce. Lo guarda per quello che è stato: magnifico, doloroso, irripetibile. E quel passante sbagliato, ancora oggi, fa male perché appartiene a una carriera vissuta sempre con il massimo coinvolgimento possibile.
Non è il rimpianto di chi non ha vinto abbastanza. È la memoria di chi ha dato tutto. E forse è proprio questa la chiave per capire Nadal: più che un collezionista di trofei, è stato un uomo incapace di accettare di non essere competitivo.
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Vabbè se è per questo Djokovic ha da recriminare quella volta in cui ha sfiorato la rete con la pallina che sarebbe caduta 1 secondo dopo nel campo di Nadal, senza quell’episodio avrebbe vinto sicuramente quello slam o comunque non l’avrebbe vinto Nadal. Coi se e coi ma non si va da nessuna parte
Bellissimo il documentario, che si concentra di più sul prezzo che ha dovuto e dovrà pagare il suo corpo rispetto all’aspetto puramente sportivo.
Detto questo, ho trovato la fine (ultimi 2 anni) della sua carriera fin troppo “drammatica”. Una tiritera stucchevole. L’ha tirata un po’ troppo per le lunghe secondo me.
Ti credo, sarebbero 23 slam pari oggi
Oggi saremmo 23 pari.
Ma con i se e con i ma…