Polemiche in Australia: “Il tennis australiano ha perso la sua identità?”
1 commento
La conclusione dei Championships di Wimbledon 2026 ha un sapore dolce amaro per il tennis australiano. Alex De Minaur nel ranking pubblicato lunedì 13 luglio ha segnato il proprio best ranking al n.5 del mondo, un risultato assolutamente di rilievo e premio per un tennista estremamente combattivo, ma… la sua secca uscita di scena a Wimbledon negli ottavi – per mano di Cobolli – senza mai dare l’impressione di giocare alla grande le fasi decisive di un match sulla carta giocabile hanno confermato i limiti dell’australiano. Lo stesso Alex è stato durissimo con se stesso dopo la battuta d’arresto, “mi ha ucciso dentro”, ha affermato sconsolato, dicendosi lontanissimo da dove vorrebbe arrivare. Nel torneo junior Cruz Hewitt, figlio del grande Lleyton, ha perso una finale combattuta e ha mostrato qualità interessanti, ma vincere (o perdere in finale) uno Slam giovanile non garanzia del successo.
In generale in Australia si discute e non da oggi di un movimento discreto per quantità di giocatori e giocatrici, ma con un livello alto lontano dai fasti degli anni migliori. Down under non sono stati nemmeno fortunati con la decisione di Ash Barty di ritirarsi giovanissima, quando era nettamente la migliore tennista al mondo, ma quando sei uno dei paesi con la maggior tradizione nella storia, e con tantissimi ragazzi che giocano a tennis, ci si aspettano risultati migliori e giocatori e giocatrici in grado di lottare per vincere gli Slam. Ma c’è anche dell’altro ad animare un dibattito piuttosto aspro in patria: quello interno tra ex giocatori e dirigenti federali, il tutto con la “miccia” dell’addio di Craig Tiley, a brevissimo nuovo CEO della USTA dopo molti anni passati a Melbourne. Molti ex giocatori si sentono messi da parte e non condividono il sistema che forma i giovani, tanto da sottolineare come molti attuali tennisti australiani sono in realtà formati altrove e questo indica che la scuola interna non funziona.
È interessante per questo capire le dinamiche con gli occhi di segue il tennis australiano tutti i giorni. “Il tennis australiano ha perso la sua identità da parecchio tempo, probabilmente dai tempi di Lleyton Hewitt e Pat Rafter, quando gli ex campioni Slam cresciuti in casa venivano accompagnati con cura da Tennis Australia attraverso un programma giovanile che allora funzionava con grande efficacia” scrive il collega di Sydney Cristian Montegan. “Negli ultimi anni, soltanto Ash Barty è riuscita ad aggiungersi alla lista delle grandi campionesse australiane conquistando più titoli dello Slam. E la storia avrebbe potuto essere ancora più ricca se avesse deciso di proseguire la carriera. Oggi, invece, i migliori risultati degli australiani nei tornei del Grande Slam arrivano spesso da giocatori che hanno cambiato nazionalità sportiva oppure che non sono cresciuti all’interno del sistema tennistico australiano”.
Maya Joint è stata la tennista australiana meglio classificata nel ranking WTA lo scorso febbraio, raggiungendo il numero 28 del mondo. Nata e cresciuta a Detroit, ha sviluppato il proprio tennis nel circuito universitario statunitense prima di trasferirsi tre anni fa a Brisbane per allenarsi presso la National Academy di Tennis Australia, sfruttando le origini australiane del padre Michael. Un altro caso è quello di Ajla Tomljanovic. La 33enne, ormai oltre il periodo migliore della carriera, ha raggiunto tre quarti di finale Slam sotto la bandiera australiana dopo aver lasciato la Croazia a 21 anni, pur ottenendo la cittadinanza australiana soltanto quattro anni più tardi. Anche Daria Saville ha cambiato nazionalità, passando dalla Russia all’Australia oltre dieci anni fa all’età di 21 anni, arrivando poi a entrare nella Top 20 mondiale.
“Naturalmente questo non significa che queste giocatrici siano meno australiane. Tuttavia, si ha l’impressione che il tennis australiano stia imboccando una strada pericolosa, nella quale i tifosi iniziano a perdere quel senso di appartenenza e identificazione con i propri giocatori” si commenta in Australia. “Non sarebbe bello vedere l’Australia tornare a produrre un campione Slam nato, cresciuto e formato interamente in Victoria, nel Nuovo Galles del Sud, nel Queensland, nell’Australia Meridionale o Occidentale?”.
E qua scattano le polemiche. Il responsabile della strategia e delle performance di Tennis Australia, Tim Jolley, ritiene invece che il tennis australiano stia seguendo una “traiettoria molto positiva” e ha spiegato quali siano, a suo giudizio, i parametri con cui misurare il successo. “Abbiamo ottenuto risultati molto positivi in quello che consideriamo uno dei nostri indicatori più importanti: il numero di giocatori presenti nella Top 100”, ha dichiarato Jolley in un’intervista rilasciata a The First Serve lo scorso maggio. “Nel 2025, che rappresenta l’ultimo anno completo di dati a nostra disposizione, avevamo 14 giocatori tra ATP e WTA nella Top 100. È il numero più alto registrato dal 1989.” È proprio questa mentalità a destare preoccupazione. Certo, avere molti australiani nella Top 100 di ATP e WTA è importante, ma Tennis Australia non dovrebbe accontentarsi di “fare numero”, si sottolinea nell’articolo. “Avere 14 giocatori complessivamente nella Top 100 dovrebbe rappresentare un punto di partenza, non il traguardo finale. Ed è proprio qui che gli standard sembrano essersi abbassati”.
Viene citato anche il caso del giovane promettente Mustafa Ege Şık, sedicenne che ha scelto di rappresentare l’Australia invece della Turchia. Şık ha ricevuto sostegno economico da Tennis Australia pur non essendo ancora ufficialmente cittadino australiano, poiché era in attesa dell’approvazione della documentazione necessaria. Jolley, però, ha respinto le voci secondo cui Tennis Australia recluterebbe deliberatamente giocatori dall’estero, sostenendo che “questa narrazione non corrisponde alla realtà”.
Tra i più critici sull’operato di Tennis Australia figura l’ex campione di Wimbledon Pat Cash. Con Craig Tiley ormai prossimo a lasciare il ruolo di CEO di Tennis Australia per cedere il posto all’ex dirigente della NRL Andrew Abdo, secondo Cash è arrivato il momento di far sentire la propria voce. “Negli ultimi vent’anni ci sono state tantissime storie disastrose di giovani giocatori persi all’interno del sistema di alta prestazione”, ha dichiarato Cash a First Serve. “Credo che il tennis australiano abbia perso decine di giocatori di valore che avrebbero potuto avere una possibilità. Quei ragazzi non hanno voce e sono stati semplicemente etichettati come giocatori che ‘non avevano abbastanza talento’, quando invece avevano ricevuto indicazioni sbagliate, allenamenti inadeguati o una preparazione insufficiente sotto il profilo tecnico, fisico ed emotivo, e in molti casi in tutti e tre gli aspetti. Se Tennis Australia avesse avuto un vero programma di tutoraggio, questi giocatori avrebbero lottato per rappresentare il nostro Paese anche a livello professionistico, non soltanto da junior. È davvero frustrante vedere così tanto talento trascurato perché considerato un caso troppo complicato da gestire. Troppo complicato per Tennis Australia, perché i programmi attuali hanno semplicemente reso al di sotto delle aspettative per anni e continuano a farlo. I buoni allenatori ci sono, e sono tanti, ma sono sovraccarichi di lavoro. Senza il coinvolgimento degli ex campioni, sia come mentori sia come tecnici, questa situazione continuerà”.
“Per anni ho gestito la più grande e importante accademia privata d’Australia, sulla Gold Coast, ricevendo pochissimo sostegno da Tennis Australia” tuona Cash. “In un’area con un milione di abitanti volevamo collaborare con la federazione per creare un grande programma locale, visto che il centro statale o nazionale più vicino si trovava a un’ora e mezza di auto, a Brisbane. Inoltre avevamo riunito alcuni dei migliori allenatori del Paese. Craig Tiley mi disse chiaramente, e lo ricordo come fosse ieri: ‘Perché dovremmo aiutarvi? Cosa vi rende speciali?’. Mi fu subito chiaro che Tennis Australia fosse più preoccupata che potessimo mettere in ombra i suoi programmi piuttosto che creare un ambiente positivo in grado di far crescere il movimento. Non sono mai riuscito a comprendere questa mentalità così miope. Probabilmente è questo che ci differenzia. Certo, dovevamo pagare allenatori e collaboratori, ma per me non si trattava di soldi. In dieci anni ho percepito uno stipendio minimo soltanto per tre stagioni, proprio per garantire un compenso al personale. Alla fine, però, non era più sostenibile andare avanti.”
Parole assai critiche che mettono in luce come il paese australe stia vivendo una fase di passaggio non facile a livello di dirigenza e indirizzo. “L’Australia non dovrebbe accontentarsi di avere numerosi giocatori nella Top 100. Ciò che ha reso speciale il tennis australiano nel corso della sua storia è sempre stata la capacità di produrre campioni Slam cresciuti interamente in casa. E purtroppo oggi quella tradizione sembra essersi smarrita”, così tira le somme Montegan, un commento amaro e che suscita attenzione.
Marco Mazzoni
TAG: Alex De Minaur, Ash Barty, Australia, Craig Tiley, Marco Mazzoni, Pat Cash, tennis australiano

Sinner
Zverev
Alcaraz
Auger-Aliassime
de Minaur
Shelton
Djokovic
Medvedev
Sabalenka
Rybakina
Muchova
Swiatek
Svitolina
1 commento
Dopo Barthy, l’australia è sprofondata.
Sono passati da Rafter a Kyrgos e poi deMinaur…peggio di così