Dal Roland Garros ATP, Copertina

Berrettini dopo l’impresa: “Ho dimostrato a me stesso che posso ancora farcela” (Video)

30/05/2026 23:44 1 commento
Matteo Berrettini ITA, 1996.04.12 - Foto Patrick Boren
Matteo Berrettini ITA, 1996.04.12 - Foto Patrick Boren

Cinque ore e tredici minuti di battaglia, due match point annullati e una qualificazione agli ottavi del Roland Garros conquistata al termine di una delle partite più emozionanti della sua carriera. Matteo Berrettini ritrova la seconda settimana di uno Slam e soprattutto ritrova la certezza di poter competere ancora ai massimi livelli. Al termine della vittoria contro Francisco Comesana il romano appare stanco ma felice. Nelle sue parole emerge soprattutto la soddisfazione di aver dimostrato a sé stesso di poter ancora lottare, soffrire e vincere grandi partite.

Domanda: Matteo, complimenti. Cosa pensi abbia fatto la differenza alla fine di questa battaglia epica?

Matteo Berrettini: Non lo so. Forse il fatto che non giocavo questo torneo da cinque anni e volevo semplicemente godermi un’altra partita qui. Ovviamente quando è tutto così equilibrato, match point da una parte, match point dall’altra, è una questione di nervi e a volte serve anche un po’ di fortuna. Non lo so. Normalmente mi ricordo tutto, invece adesso faccio fatica a ricordare esattamente quello che è successo. Mi vengono in mente soltanto pochi punti. Però sono molto contento di aver finito la partita, mi sento bene fisicamente e mentalmente. Ho lottato su ogni singolo punto dall’inizio alla fine. Sono davvero felice.

Domanda: Quanto è importante il servizio nel tuo gioco e quanto lo è stato oggi?

Matteo Berrettini: Il servizio è ovviamente la base del mio gioco. Però allo stesso tempo abbiamo visto in passato, anche con grandi servitori, e posso parlare di me stesso, che quando mentalmente non sei dentro la partita e non sei al cento per cento, non importa quali armi possiedi, perché nei momenti importanti ti tradiscono un po’. Oggi il servizio ha funzionato nei momenti importanti e questa è la prova che io c’ero. C’ero mentalmente. Ero duro. Ero resiliente.Una cosa è avere un’arma. Un’altra è sapere come usarla.

Domanda: Hai parlato dei nervi e della tensione. Come si manifesta tutto questo nel tuo corpo?

Matteo Berrettini: In generale è una sensazione che provo da quando ho iniziato a giocare a tennis. Il battito cardiaco aumenta, diventa più difficile respirare. Però fa parte del nostro lavoro. Corriamo dietro a una pallina per cinque ore sotto il sole. È normale sentirsi così. La cosa importante è cercare di rilassarsi il più possibile e respirare lentamente. Quando sei teso tendi a giocare soltanto con la forza del braccio invece che con tutto il corpo. Ti irrigidisci e cerchi di vincere il punto con il braccio. Penso sia una cosa normalissima. Mi ricordo il dritto sbagliato sul 12 pari. Non era un colpo per fare il vincente, stavo soltanto costruendo il punto. L’ho sbagliato perché ero nervoso. A quei livelli basta un centimetro per fare la differenza. Fa parte del nostro sport.

Domanda: Quanto può aiutarti l’esperienza accumulata negli Slam per il resto del torneo?

Matteo Berrettini: Sicuramente può aiutarmi. So cosa serve per andare avanti in uno Slam. Allo stesso tempo è vero che, come hai detto, era da tanto tempo che non arrivavo così avanti in un Major. Come nella vita, bisogna trovare il giusto equilibrio. Entrando nel torneo non avevo la fiducia che avevo qualche anno fa, ma sento di averla costruita giorno dopo giorno. Ora mi sento fiducioso. Sono agli ottavi di finale, nella seconda settimana di Parigi. Questo significa che posso andare avanti. Sto giocando bene. Penso che oggi sia stata una partita di alto livello. Le mie armi funzionano, fisicamente ci sono e… incrociamo le dita.

Domanda: Ti sei emozionato molto dopo il match point. Cosa ti è passato per la testa?

Matteo Berrettini: Tante cose. Forse la più importante è che negli ultimi mesi e negli ultimi anni ho dubitato un po’ troppo di me stesso. Anche se ho avuto un supporto incredibile da parte della mia famiglia, dei miei amici, del mio team e tutti continuavano a dirmi che avevo ancora qualcosa dentro, devo confessare che a volte ho pensato di non poter tornare. Ho pensato di non poter più sentirmi bene in campo. Mi sono emozionato perché ho dimostrato ancora una volta a me stesso che posso farcela, che posso giocare bene, che posso lottare e che posso divertirmi in campo. Per questo ero così emozionato.

Domanda: Quando hai ricominciato a sentire di poter competere come volevi?

Matteo Berrettini: Dopo il ritorno della scorsa estate ho sempre detto che questo sport ha bisogno di tempo. Serve fiducia, serve continuità, serve costruire un percorso attraverso allenamenti e partite. Per tante volte ho sentito che il corpo c’era ma la mente no. Poi succedeva il contrario: la mente c’era ma il corpo no. È difficile. Per giocare il tuo miglior tennis devono andare a posto tante cose. Alla fine dello scorso anno, durante la Coppa Davis, mi sentivo molto bene fisicamente. Avevo fatto anche un’ottima preparazione invernale, poi in Australia ho avuto di nuovo problemi agli addominali. E allora tornano i dubbi. Ti chiedi se il corpo reggerà. Ho lavorato molto per uscire da quella mentalità. Adesso mi fido del mio corpo e tutte le partite che ho giocato quest’anno, Challenger, Masters 1000 e tutto il resto, mi hanno portato qui e mi hanno dato la fiducia per ottenere questo risultato.

Domanda: Una partita così riesci a godertela mentre la stai giocando o solo dopo?

Matteo Berrettini: No, no, oggi ci sono riuscito. Jacopo, mio fratello, mi diceva che l’atmosfera era pazzesca. Mi sono venuti i brividi. Sentivo che c’era un casino incredibile, però non riuscivo nemmeno a capire se tifavano per lui o per me. Continuavo a ripetermi che meritavo di stare lì, di lottare come stavo facendo. Quello è il modo in cui mi piace giocare a tennis e facendo così le cose buone sarebbero arrivate. Poi è ovvio che bastava un punto e questa sarebbe stata una conferenza stampa con molti meno sorrisi. Però dentro di me credo che stessi sorridendo comunque. Giocare una partita così fino a poche settimane fa era quasi impensabile. Sono davvero felice di essere riuscito a lottare fino alla fine e ancora più felice di aver vinto.

Domanda: Hai mai combattuto contro i pensieri legati agli anni difficili e agli infortuni?

Matteo Berrettini: In passato sì. Oggi fortunatamente no. Io sono uno che si ricorda tutto. Mi ricordo i dettagli, le partite, i colpi. Da una parte è esperienza, dall’altra può diventare qualcosa che ti trascina verso il basso. Perché non accetti mai veramente quello che stai facendo. Anche quando stai compiendo uno sforzo incredibile non riesci a rispettarlo. Oggi invece sono rimasto lì a giocare, e secondo me a un livello molto alto. La verità è che ormai ogni partita è una lotta furibonda. Lo vediamo da quello che sta succedendo in questo torneo. Sono saltate tantissime teste di serie e il livello medio è altissimo. Oggi Comesana ha giocato una partita pazzesca da tantissimi punti di vista. Ha servito benissimo. Questi pensieri in passato li ho avuti. Oggi no. E forse è proprio questo il punto.

Domanda: Cosa si pensa quando si annullano match point e poi si sprecano occasioni per chiudere?

Matteo Berrettini: Bisogna pensare al punto successivo. Non ci si può fermare troppo su quello che è successo. Bisogna continuare a fare bene quello che stavi facendo: essere aggressivo, cercare di fare male con il servizio, comandare lo scambio. Bisogna anche accettare di non essere lucidissimi dopo cinque ore di partita. Pensare al punto dopo, avere coraggio e prendersi le proprie responsabilità.

Domanda: Quanto conta la fiducia nel rapporto tra mente e corpo?

Matteo Berrettini: Non credo esista una regola valida per tutti. Io so soltanto che quando hai paura di un dolore, di un fastidio o di un infortunio diventa tutto molto difficile. Ti crolla un po’ tutto addosso. Per questo ho lavorato molto anche su quell’aspetto. La paura arriva sempre, però bisogna avere degli strumenti per fare in modo che non diventi troppo grande da gestire. Ognuno ha i suoi. Io lavoro su me stesso e sinceramente vorrei avere ancora più forza mentale negli anni che verranno.

Domanda: Quanto ti serviva una partita del genere per tornare a fidarti del tuo fisico?

Matteo Berrettini: Sicuramente è una grande iniezione di fiducia. Già a Marrakech, in una sconfitta che mi aveva fatto male, eravamo arrivati alla conclusione che comunque ero stato quasi tre ore in campo. Questa partita mi certifica che sulla terra battuta, dopo Miami, ci sono. Dobbiamo prendere il lato positivo. È ovvio che uno cerca sempre di giocare il meno possibile, però bisogna anche accettare che le partite si complicano e che poi bisogna recuperare. Comunque ti devo dire che sto bene. Quindi va bene così.

Domanda: Quanto ti ha aiutato lavorare con Thomas Johansson?

Matteo Berrettini: I dubbi su di me la gente li aveva già quando avevo dodici anni. Ero magrissimo, avevo probabilmente i peggiori test fisici di Tirrenia e nessuno avrebbe scommesso un euro su di me. Sono abbastanza abituato ai dubbi che arrivano dall’esterno. Quelli interni sono stati più difficili da gestire. Non ho mai smesso di credere nel mio tennis. Ci sono stati però momenti in cui ho smesso di credere nel mio corpo. Pensavo di non riuscire più ad avere la continuità necessaria e allora qualche dubbio arrivava. Thomas mi ha restituito la fiducia che mi mancava. Tutti i giorni mi dice che sono uno dei giocatori più forti del mondo. Non lo dice tanto per dirlo. Lo dice perché vede la qualità della mia palla, perché vede che quando sto bene e servo bene sono un giocatore forte. Questa cosa per me ha un valore enorme. Mi ha sempre dato una fiducia incredibile, probabilmente più di quella che avevo io stesso. Oggi, dopo aver perso il terzo set, mi ha detto: “Il quarto set è il nostro”. Ha continuato a trasmettermi fiducia.Questa è una cosa che va oltre il diritto e il rovescio. Poi Alessandro mi stimola e mi carica in altri modi. La sinergia tra loro due fa sì che io stia bene. E poi c’è la ciliegina sulla torta, quel biondo là in fondo (indica il fratello Jacopo ndr), che mi sta dando una mano incredibile.


dal nostro inviato a Parigi, Enrico Milani


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1 commento

Golden Shark 31-05-2026 00:28

Ce la fai … eccome se ce la fai !!!!!

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