Big Data nel tennis, utili o eccessivi? Per l’espero Scott: “Utilissimi, ma i migliori giocatori restano i migliori nel problem solving”
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La tecnologia avanza, anche nel tennis, diventando anno dopo anno strumento ormai imprescindibile alla performance dei giocatori. Recentemente è sorta una polemica sull’utilizzo di sistemi di tracciamento dal vivo, in partita, di dati relativi alla prestazione atletica dei tennisti, e in generale chi più e chi meno tutti i coach utilizzano l’analisi sistematica degli incontri, colpo per colpo, dei vari settori di gioco. Non c’è tennista professionista che non scenda in campo ben preparato attraverso report dettagliati sullo scouting dell’avversario, tendenze al servizio, schemi di risposta e approfondite analisi video. Ma in uno sport sempre più orientato all’analisi, nelle peculiarità del tennis emerge una domanda intrigante: i giocatori stanno diventando migliori nel prendere decisioni oppure si affidano eccessivamente alle informazioni fornite da altri e così smarriscono la forza del gestire il momento? Tendenzialmente in un match di tennis vince il più forte, e quando il livello tra i due è molto vicino, sono i dettagli a fare la differenza e per questo possedere una analisi dell’avversario può essere importante ma non sempre decisiva.
Per questo è interessante il parere di Nick Scott, uno dei migliori analisti delle prestazioni nel tennis professionistico: a suo dire non tutti i dati hanno lo stesso valore e non è identico il loro utilizzo da parte dei vari tennisti. “L’errore più comune è pensare che scouting e player analysis siano la stessa cosa”, ha spiegato Scott al media australiano The First Serve. “In realtà sono due processi completamente diversi. Lo scouting si concentra sull’avversario: serve a individuare tendenze, schemi preferiti nei momenti di pressione, zone favorite al servizio e decisioni tattiche ricorrenti. L’analisi del giocatore, invece, rivolge l’attenzione verso l’interno, esaminando punti di forza, debolezze e abitudini dello stesso atleta nell’arco di settimane, mesi o addirittura intere stagioni. Entrambi gli strumenti sono preziosi, ma hanno obiettivi differenti”.
È importante fare questa distinzione perché il tennis moderno è ormai sommerso dalle informazioni. La vera sfida non è più reperire dati, ma capire quali siano realmente utili per migliorare la prestazione. “Credo che i dati utili siano quelli che portano a un’azione concreta”, continua Scott. “Se un giocatore non può farci nulla una volta entrato in campo, probabilmente non vale nemmeno la pena mostrarglieli”. Questa filosofia riflette una tendenza sempre più diffusa nello sport d’élite. Gli analisti non misurano più il proprio successo dalla quantità di dati raccolti, ma dalla capacità di semplificare la complessità. I giocatori non hanno bisogno di ricordare venti statistiche prima di una partita; hanno bisogno di due o tre concetti chiave da richiamare alla mente nei momenti di pressione. Ed è proprio qui che il ruolo del moderno analista dei dati è cambiato radicalmente. Più che semplici statistici, gli analisti sono diventati dei traduttori, capaci di trasformare migliaia di dati in messaggi chiari e immediatamente comprensibili per allenatori e giocatori.
“Bisogna comunicare le informazioni nel modo più adatto a quel determinato atleta”, spiega Scott. “Alcuni giocatori adorano i numeri. Altri preferiscono immagini e grafici. Altri ancora vogliono soltanto una frase prima di entrare in campo. Un giocatore esperto potrebbe avere bisogno soltanto di una conferma alle proprie sensazioni, mentre un giovane tennista potrebbe trarre maggior beneficio da analisi visive più approfondite. Il compito dell’analista non è semplicemente fornire informazioni, ma comprendere come ogni atleta le elabori”.
Scott ha citato un esempio interessante riguardante i Big Three — Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic — e il loro diverso rapporto con i dati.
“Se prendiamo Rafa, Roger e Novak come esempio, Novak è noto per aver utilizzato i dati in maniera piuttosto approfondita, si dice che Rafa li utilizzasse in parte, mentre Roger praticamente per nulla… Per i giocatori moderni tutto dipende dalla loro predisposizione verso questo tipo di strumenti”.
Un concetto che porta a un’altra importante lezione dell’analisi moderna: avere più informazioni non significa necessariamente prendere decisioni migliori. Anzi, un eccesso di informazioni può diventare una distrazione. Il tennis infatti resta uno sport di decisioni istantanee. I giocatori spesso hanno meno di un secondo per leggere il servizio, sistemare il gioco di gambe ed eseguire la risposta. In quei momenti, l’istinto continua ad avere un peso enorme. Da qui nasce un altro interrogativo: se i dati sono così preziosi prima di una partita, potrebbero esserlo anche durante il match? La tecnologia oggi consente ai team di ricevere statistiche in tempo reale durante l’incontro. Percentuali di prime di servizio, durata degli scambi, posizioni in risposta e tendenze tattiche possono essere monitorate quasi istantaneamente. Scott, tuttavia, è scettico sull’efficacia di un flusso continuo di dati durante la partita. “Non credo che i giocatori abbiano bisogno di dati costanti nel corso di un match. A quel punto stanno vivendo la partita, vedono ciò che sta accadendo. Troppe informazioni possono trasformarsi semplicemente in rumore”.
“I migliori giocatori restano i migliori problem solver», afferma l’analista. “L’allenatore può rafforzare un concetto o ricordare uno schema tattico, ma alla fine è il giocatore che deve riconoscere le situazioni e prendere le decisioni. I migliori giocatori del mondo non si limitano a eseguire strategie preparate in anticipo; leggono costantemente l’avversario, modificano il proprio posizionamento e prendono innumerevoli decisioni tattiche in tempo reale. I dati possono aiutarli a prepararsi per quei momenti, ma non possono sostituire l’intuito sviluppato attraverso migliaia di ore di competizione.
Forse è proprio per questo motivo che l’analisi dei dati è diventata così influente senza arrivare a dominare completamente il tennis”.
I dati possono indicare ciò che probabilmente accadrà, ma i campioni sono ancora quelli che sanno riconoscere quando si sta verificando qualcosa di completamente inatteso e hanno la fiducia necessaria per adattarsi di conseguenza. Il tennis resta una disciplina terribilmente complessa, e sport di situazione. Chi è più bravo a gestire il momento, le condizioni, le emozioni, a leggere i punti deboli dell’avversario in quel preciso istante, ha un vantaggio competitivo notevole e, tendenzialmente, vince. Con dati, o senza.
Marco Mazzoni
TAG: analisi statistiche, big data, coaching, Marco Mazzoni, Nick Scott

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