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Vagnozzi: “La miglior dote di un coach è la visione d’insieme. In Sinner non abita la presunzione che avrebbe il diritto di avere”

27/07/2026 10:24 11 commenti
Simone Vagnozzi in allenamento con Jannik Sinner
Simone Vagnozzi in allenamento con Jannik Sinner

Da un paesino di 2277 anime, nel verde delle Marche, al box di Wimbledon guidando Jannik Sinner il salto può apparire vertiginoso. Non per Simone Vagnozzi, ex giocatore di ottima mano e grande visione e comprensione delle dinamiche del tennis, bravo a cogliere la chance di poter guidare un grande talento come il pusterese e formarlo nei colpi e nella gestione del gioco, insieme all’esperienza ed empatia di Darren Cahill, il più grande “ammiraglio” della disciplina. Oltre 4 anni di lavoro per Vagnozzi con Sinner e risultati eccezionali. Oggi l’azzurro segna 82 settimane da n.1 ATP, ma c’è tantissimo altro: due titoli a Wimbledon e cinque Slam, due Finals, due Davis Cup, mille record e tanto altro ancora sono enormi soddisfazioni per il coach marchigiano, che in una bella intervista al Corriere ha ripercorso la sua strada nel tennis come giocatore e poi come coach. Nella chiacchierata con Walter Veltroni esce nettamente la lucidità di Simone, la chiarezza di come vede il tennis e la vita, e anche la dimensione del suo ruolo.

Il coach è un “mestieraccio”: deve saper agire e decidere ma nel rispetto della libertà di azione del suo assistito; deve imporsi e consigliare, accompagnare e trasmettere senza mai prevaricare, con la forza di farsi ascoltare capendo i momenti. Probabilmente con Jannik è stato più facile rispetto ad altri giocatori perché l’altoatesino a sua volta aveva ben chiaro il suo percorso e l’obiettivo, con tutto quel che comporta. È un lavoratore instancabile, tanto che lo sforzo per motivarlo non rientra tra i compiti di coach Vagnozzi. Riportiamo i passaggi più interessanti della lunga intervista, che inizia con un focus sul “Vagno” giocatore, insieme ad Andres Seppi.

“Da Castorano a Wimbledon, il sogno italiano? Ci ho pensato migliaia di volte…” afferma Vagnozzi “Nella vita ci sono tremila incroci e seimila coincidenze che possono decidere il tuo destino. L’esistenza di ciascuno è davvero affidata al gioco del caso, come in Sliding Doors. Con mio padre passavo sempre davanti a un piccolo circolo di tennis, tre campi in tutto, e un giorno gli ho detto, vedendo giocare delle persone su quei campi di terra rossa che brillava al sole, che volevo praticare quel gioco lì. Mi sono accorto che riuscivo bene e allora mi è presa la febbre del tennis, passavo ore a esercitarmi con racchetta e pallina usando il muro di casa. Insomma, a 12 anni ero in Inghilterra con mia nonna, che approfittò della circostanza per giocare a golf. Ho iniziato a sei anni. Ho delle foto a casa che mi ritraggono con una racchetta di legno, appartenuta ai miei. La prima tutta mia è stata una Prince grafite due, aveva un piatto che sembrava uno scolapasta e il ponte in mezzo.

“A sedici anni, dormivo a casa di Andreas Seppi con cui mi allenavo. Ma ho un ricordo che ancora mi torna in mente. Dovevo giocare un torneo a Birmingham, avevo tredici anni. Avevo il volo Ancona-Milano. Lì mi aspettava il tecnico della Federazione che mi avrebbe fatto viaggiare con lui fino all’Inghilterra. Ma c’era la nebbia e allora mio padre mi portò a Milano in auto. Trovammo il viale Forlanini bloccato dai trattori che protestavano per le quote latte. Persi il volo per Birmingham e mi imbarcai da solo su quello per Londra. Arrivai e presi la metropolitana per la stazione e salii sul treno per Birmingham, dove arrivai alle due di notte, con gli ubriachi che mi parlavano in inglese. Chiamavo i miei genitori con i gettoni e quando sono finalmente arrivato al torneo avevo 39 di febbre. Tutto storto. Sembrava la notte di Fuori orario di Martin Scorsese”

Simone ha smesso di giocare presto: “Il sogno di chi inizia quella carriera è di entrare nei primi cento del mondo. Ci sono andato vicino, ero 161. Però sentivo che mi mancava qualcosa e, mentre giocavo, capivo che avrei fatto meglio l’allenatore. Se inizi a fare quei pensieri vuol dire che ti mancano gli stimoli, quel po’ di cattiveria che è indispensabile per diventare un buon giocatore. Poi un paio di infortuni mi hanno sospinto all’uscita. Smettere è stato duro? Sinceramente sì. Quando non lo programmi ti trovi da un giorno all’altro nel vuoto. Ieri avevi dieci ore al giorno impegnate e oggi zero. Una vertigine. Non hai più motivi per andare in campo o in palestra. I primi mesi sono stati duri. Mi mancava l’adrenalina”.

L’incontro con Sinner: “Il suo manager è il mio testimone di nozze, con Alex Vittur ci conosciamo da una vita. Jannik venne nel box di Cecchinato a Montecarlo e poi ci fu la finale in cui lui giocò contro Travaglia, che a quel momento seguivo io, a Melbourne. Quando Sinner decise di separarsi da Piatti fui chiamato da Vittur per allenarlo. Era il 2022. Mi misero in prova ma, evidentemente, ha funzionato”.

Le prime impressioni di Sinner. “Si capiva subito che aveva un talento raro ma anche una gran voglia di far bene. Era già centrato, concentrato su quello che faceva. Era numero dieci del mondo a vent’anni. Era già un fenomeno, ma si capiva che era pronto per andare oltre. E ci siamo arrivati. Cosa aggiungere al suo gioco? La flessibilità. Lui era, un po’ lo è rimasto, una persona abbastanza rigida. In campo sapeva giocare ottimi punti, ma gli mancava la dimensione tattica, la coscienza delle caratteristiche degli avversari e quindi della flessibilità con la quale affrontarli. Passare dalla decima alla prima posizione del ranking è difficilissimo, come scalare la vetta più alta. E lui è stato bravissimo a migliorarsi tanto, con l’intelligenza della disponibilità ad affinare un talento naturale e prepotente. Nel nostro primo colloquio speravo non mi dicesse che era contento di essere il n.10 del mondo. E così fu. Voleva diventare il n.1. Lui allora faticava con Nadal, Djokovic, Tsitsipas. Per diventare leader bisognava migliorare tante cose. Era già fortissimo, ma bisognava potenziare la dimensione fisica e muscolare, lavorare sull’aspetto mentale. Se ripenso a Jannik di cinque anni fa, quando abbiamo iniziato, oggi lo vedo completamente diverso. In cosa? Il servizio diverso, la gestione del punto, la sicurezza a rete, la facilità nella scelta di smorzare: tutto si è accresciuto ed è cambiato. Si impara con l’esperienza, ovviamente. Ma c’è tanta fatica, tanto studio, tanta applicazione da parte sua. Jannik ha una gran voglia di imparare. Di migliorare sempre”.

Quale dote deve avere un buon allenatore di tennis? “La visione. Deve immaginare il percorso dell’atleta con cui collabora, deve programmare, mettersi in discussione, ma non muoversi mai senza una visione d’insieme, una prospettiva chiara. La visione è necessaria, ma certo se poi il giocatore non ti segue…”

Sinner grande lavoratore: “Sì, davvero pauroso. Forse in cinque anni avrò dovuto motivarlo due o tre volte. Lui è sempre il primo che vuole sacrificarsi per migliorare ed è molto bravo ad ascoltare. Non lo abita la presunzione che avrebbe il diritto di avere. Anche se lo prendi a muso duro dopo una partita, lui il giorno dopo ci pensa, reagisce e accetta quello che gli hai detto. La sua più grande qualità è volere al fianco persone che gli dicano quello che lui non vuole sentirsi dire. Tutto parte dall’attitudine, dall’apertura, dalla voglia di migliorarsi. Certo, devi imparare a fare la smorzata o andare a rete nel momento giusto. Ma in primo luogo devi trovare il coraggio di farlo, il coraggio di sbagliare, anche di fallire. Molto sta nella testa. Noi abbiamo la fortuna che Jannik ha una base di forza mentale assai rilevante e noi abbiamo cercato solo di moltiplicare questa virtù. Come si fa? Bisogna in primo luogo avere la fiducia del giocatore, convincerlo che i limiti sono valicabili. Lui ha doti innate. Non si diventa puledri se si è ronzini. Ora si nota che lui sa fare ace nei momenti importanti, ma perché questo accada ti devi sentire sicuro del tuo colpo perché ci hai lavorato ore e ore in allenamento“.

In quali aspetti vede Sinner migliorare negli anni: “Certamente nel servizio. Ma soprattutto la tattica, la sensibilità con la quale legge ogni colpo, seleziona le scelte in una gamma di possibilità che si è ampliata. Sa che può rispondere alla battuta dell’avversario più o meno lontano dalla riga a seconda del punteggio, di come si sente, della natura del competitor. Tutto è studiato, tutto è pianificato e il cervello di Jannik riesce a individuare, gestendo questi fattori, la cosa giusta da fare. Un esempio? Se non si vuole che lui sia attaccato sulla seconda di servizio, devo abituarlo a battere dieci chilometri all’ora più veloce, devo fargli prendere più angoli possibili. Nel 2022 serviva la seconda sotto i 150 km all’ora e nel 95% dei casi sul rovescio dell’avversario, ora sfiora i 160 e diversifica molto la direzione della battuta, così da sorprendere l’avversario”.

La stop tre mesi, come reagire in modo positivo: “È stato un momento difficile, senza dubbio. Non capisci quello che sta succedendo, perché tu non hai colpa. Ma noi nel tennis siamo abituati a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e a rivoltare le frittate. Sei stato eliminato presto al Roland Garros? Avrai più tempo per prepararti a Wimbledon. Ti hanno squalificato? Hai un periodo per ricaricarti, riprendere energia e aggiustare quell’aspetto tecnico. Così si esce dal gorgo, sempre. E Jannik in questo è un fenomeno, quando scende in campo cancella tutto quello che c’è fuori, lo rimuove. Conta solo la partita”.

Ecco il pensiero di Vagnozzi sui malesseri accusati da Jannik: “Non penso ci sia una sola causa, sono tante piccole cose che messe insieme possono determinare questi piccoli crolli, ma ricordiamoci che sono stati quattro negli ultimi cinque anni. Questi ragazzi non sono automi. Il caldo, la stanchezza, la tensione possono combinarsi. A Parigi c’era una temperatura proibitiva e lui era arrivato lì con un significativo stress fisico e mentale. Insomma non c’è un singolo fattore, in quel caso sarebbe più facile per noi correggerlo. Dobbiamo convivere con questi episodi, lavorando per evitarli”.

Cosa è il tennis secondo Vagnozzi? “È libertà di esprimersi. Non esistono mai due giocatori identici. Puoi essere un artista o un ragioniere, con la racchetta in mano. Seuno stupido può giocare a tennis? Può esistere un giocatore forte e stupido. Ma non potrà mai esistere un campione stupido”.

Marco Mazzoni


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11 commenti. Lasciane uno!

ospite1 (Guest) 27-07-2026 11:47

Bellissima intervista , i coach come Simone sono rarissimi. La maggior parte sono improvvisati.

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Nike (Guest) 27-07-2026 11:45

Scritto da Inox
La presunzione è esclusiva dei detrattori di Jannik

Poco ma sicuro ,stracondivido ,e aggiungo anche dei suoi colleghi di racchetta

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+1: Peter Parker
Nike (Guest) 27-07-2026 11:43

Lunga,lunghissima Vita a Jannik,perché non c’è nessuno come lui sia a livello sportivo che a livello di Persona.

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+1: Peter Parker
Dubbio serio 27-07-2026 11:42

Complimenti davvero ad uno che del tennis comprende sia l’aspetto tecnico che umano. Per valorizzare un cavallo di razza ci vuole un allenatore di razza!

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+1: Peter Parker
Aquila. (Guest) 27-07-2026 11:29

Se guardiamo l’intervista non c’è quasi niente di nuovo che noi non sappiamo di Sinner, dico quasi perchè Vagnozzi vi fa notare la differenza tra Sinner e molti altri giocatori. Vagnozzi dice rivolgendosi a Sinner: LA SUA PIU’GRANDE QUALITA’ E’ VOLERE PERSONE CHE GLI DICANO QUELLO CHE LUI NON VUOLE SENTIRE….Mi rivolgo a Musetti hai capito adesso perchè sei un grandissimo talento sprecato.

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Silvy__89 27-07-2026 11:12

Che bellissima intervista!
Jannik, con Simone e Darren ha trovato davvero l’incastro perfetto

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Grande Slam (Guest) 27-07-2026 11:09

@ Inox (#4659346)

Fa riflettere un aspetto che passa spesso inosservato: Jannik Sinner non perde occasione per elogiare i suoi colleghi italiani, valorizzandone risultati e qualità con grande naturalezza. Al contrario, senza voler fare di tutta l’erba un fascio, si nota come alcuni tennisti ancora in attività e alcuni ex professionisti raramente gli riservino lo stesso riconoscimento pubblico. Il rispetto e gli apprezzamenti dovrebbero essere reciproci, soprattutto quando un atleta porta il tennis italiano ai massimi livelli mondiali. Riconoscere i meriti di un connazionale non toglie nulla a nessuno, ma dice molto di chi lo fa

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+1: Silvy__89, Inox, Peter Parker
Grande Slam (Guest) 27-07-2026 11:03

Jannik Sinner e anche Carlos Alcaraz non stanno solo riscrivendo la storia del tennis con record e successi straordinari: stanno dimostrando che il talento raggiunge il suo massimo valore quando è accompagnato da correttezza, rispetto e sportività. Non è un caso che abbiano sempre riconosciuto in Roger Federer e Rafael Nadal i loro modelli di riferimento. Seguendone l’esempio, sono diventati non solo campioni amatissimi dal pubblico, ma anche un punto di riferimento per le nuove generazioni di tennisti dentro e fuori dal campo

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+1: Inox
Alex77 (Guest) 27-07-2026 10:56

Sulla non presunzione di Jannik sono d’accordo, lo sono molto di più connazionali e altri colleghi che hanno vinto un decimo dei suoi trofei e anche meno

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+1: Inox, Silvy__89, Peter Parker
Giuras 27-07-2026 10:35

Bellissima l’intervista di Vagnozzi.
Ma d’altronde considerando la carriera che ha fatto come allenatore è chiaro che il marchigiano ha una testa notevole.
Quando si incontrano dei numeri uno, il successo è assicurato.
Il problema è quando un numero uno deve stare a contatto con delle ciofeche.

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+1: Dubbio serio, Peter Parker
Inox 27-07-2026 10:29

La presunzione è esclusiva dei detrattori di Jannik

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+1: Silvy__89