Gabriel Debru racconta l’esperienza NCAA: “Ora capisco dove nasce la fame dei giocatori che sono passati dal college. L’infortunio al polso è stato difficile, come gestire le aspettative da adolescente”
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Da un po’ di tempo si sono perse le tracce di Gabriel Debru, talento francese (campione a Roland Garros junior) passato anche dall’accademia di Riccardo Piatti e considerato uno dei maggiori canditati a riportare la Francia ai vertici del tennis mondiale e magari ritrovare quel campione a Parigi al maschile che manca da Yannick Noah (1983). A 20 anni il nativo di Grenoble sta vivendo una esperienza importante negli Stati Uniti, dove presso l’università dell’Illinois studia e frequenta con successo il tour NCAA, lega di livello piuttosto alto. Interpellato da L’Equipe, Debru ha rilasciato una lunga e interessante intervista, un racconto di come si svolge la sua vita negli Stati Uniti, l’importanza di questa pagina e di come abbia voglia di tornare nel tour Pro, anche se è consapevole di dover ripartire praticamente da zero, visto che in questo momento ha zero punti ATP e nel 2026 ha provato solo le qualificazioni al 250 di Houston, perdendo al primo match. Il punto di svolta nella sua giovane carriera fu il grave infortunio al polso rimediato all’inizio del 2025. Da lì il recupero e la scelta di volare negli USA.
“Qui mi godo la vita. Quando sono arrivato all’Università dell’Illinois (nel settembre 2025) è stato un cambiamento enorme. Era tutto molto diverso rispetto al circuito pro” racconta Debru “Qui siamo in dieci in squadra: andiamo insieme in palestra, ci alleniamo insieme, facciamo riunioni… Crei legami con tutti, rapporti che ti porterai dietro anche in futuro. Lo trovo fantastico. Nel mondo professionistico, invece, senti la solitudine. Non puoi dire che non ti piaccia quello che fai: viaggi trenta settimane l’anno con il tuo coach. Non vedi la famiglia, non vedi gli amici. Se hai una ragazza, vedi poco anche lei. È un mondo a parte”.
“Qui direi che il tennis è per il 70% uno sport di squadra e per il 30% individuale. Ho sensazioni simili a quelle che provavo nella Nazionale francese o negli interclub, anche se nella NCAA c’è molta più gente. Giochi per qualcosa, per una maglia, e questo ti dà un’adrenalina diversa. Durante i match c’è un grido di battaglia. Cantano per te, urlano, fanno trash talk (sorride). È fantastico. Qui è tutto organizzato, non paghi nulla, puoi andare dal fisioterapista e consigliarti con l’allenatore quando vuoi. Noi abbiamo tre coach. Il capo allenatore me l’ha detto dal primo giorno: “Io sono qui dalle 5 alle 18, ti dedico tutto il tempo che vuoi. E se io non posso, ci saranno gli altri coach”. Se sei un po’ stanco, puoi rallentare. Se vuoi allenarti di più, puoi farlo. È questa la mentalità qui. Capisco perché i giocatori come Ben Shelton abbiano qualcosa in più, quella fame agonistica. Ora capisco da dove nasce. Le strutture? Non avevo mai visto niente del genere. Abbiamo 24 campi all’aperto e 6 indoor. Qua ho dovuto strutturare il mio fisico in palestra: ho preso 6 chili. Pesavo 80 kg, ora sono a 86. Non si nota troppo, ma incide sul servizio e sul mio gioco. Vado di più a rete, mi obbligo ad avanzare, non ho più esitazioni col diritto, colpisco la palla con convinzione”.
Debru entrò nel radar del grande tennis dopo il successo a Roland Garros junior nel 2022. Da allora sono accadute molte cose e non tutte positive, incluso un importante infortunio nel 2025. Aspettative, tante, e problemi… “Quando vinci il Roland Garros juniores 16 anni, ovviamente pensi che tutto possa accelerare in fretta. Ma il circuito è duro, e te ne accorgi presto. A me non ha sorpreso, perché non mi ero montato la testa. Sapevo benissimo che sarebbe stato difficilissimo, che una settimana speciale non mi avrebbe cambiato la vita. Ho fatto i passi gradualmente: dopo Roland Garros ero numero 700 ATP. Poi mi ci è voluto un po’ per arrivare tra il 350 e il 400 (estate 2023), e ancora un altro periodo per entrare nei 250 (253° a fine 2024). In quel momento stavo giocando davvero bene, ma è arrivato l’infortunio al polso”.
Il problema ha cambiato tutto: “Era gennaio 2025, in un Challenger in Uruguay. Nel terzo set ho sentito dei piccoli scricchiolii al polso. Non capivo bene cosa fosse, ma sul 5-4 tiro un rovescio lungolinea e cede completamente. L’ho sentito subito. Non avevo mai provato un dolore così forte in vita mia. Ho detto al mio coach: “È finita”. Sono rientrato in Francia per gli esami: rottura parziale del retinacolo del polso. Ho fatto sei settimane di riabilitazione, con un’iniezione di PRP (plasma ricco di piastrine). Dopo avevo ancora un po’ di dolore, ma si poteva giocare. Stavo per partire per Roland Garros, avevo già prenotato l’hotel, e un giorno durante un set di allenamento mi si rompe di nuovo sul rovescio: nuova lesione del retinacolo, operazione inevitabile. Il problema è che l’operazione al polso significa sei mesi di stop, ma per ritrovare piena fiducia nel rovescio servono nove o dieci mesi”.
Il calvario di Gabriel è stato duro soprattutto sul piano mentale. “L’operazione ha inciso molto sulla mia scelta di venire negli Stati Uniti” racconta Debru. “Il medico mi aveva detto: “Non sappiamo se riuscirai a colpire di nuovo perfettamente col rovescio”. Parole che mi hanno fatto venire in mente Del Potro. Mi sono chiesto cosa avrei fatto della mia vita. La prima persona da cui sono andato è stata il mio coach, Riccardo Piatti. Gli ho detto: “L’opzione NCAA è sul tavolo, posso partire nove mesi e ho voglia di farlo. Tu che ne pensi?”. Alcuni me ne avevano già parlato. In realtà ero vicino a firmare già nel 2024. Riccardo mi ha detto: “Penso sia la scelta migliore per te”. Ha ragionato pensando a me come persona, più che da coach ATP. È raro vedere un Top 250 ATP entrare nel circuito universitario. Forse sono il meglio classificato della storia ad aver scelto la NCAA. In pratica, una cosa mai vista. Avrei potuto guadagnare molto di più restando nel circuito pro. Alcuni non l’hanno capito. Pensano che io sia venuto negli Stati Uniti per soldi. È falso! Non dico la cifra, ma non è alta, credetemi… (sorride). Ho ricevuto offerte molto più importanti da altre università rispetto all’Illinois. Ma ho scelto questa per il coach, per l’ambiente e perché mio fratello studia qui”.
“Il NIL (“Name, Image and Likeness”), introdotto nel 2021, permette agli atleti universitari di guadagnare soprattutto attraverso il proprio nome e immagine. Qui football americano e basket sono gli sport che producono risorse enormi, quello che resta viene redistribuito agli altri sport universitari” continua Debru, “Noi siamo in fondo alla fila, perché il tennis non è uno sport molto richiesto dagli sponsor. I migliori tra noi prendono tra i 50.000 e i 200.000 dollari l’anno. Io sono molto lontano da quelle cifre”.
Ecco una considerazione amara, sull’eccesso di aspettative che anche lui ha subito: “Quando ho vinto il Roland Garros juniores, tutti si aspettavano che confermassi subito quel risultato nei Pro. Ma avevo 16 anni, ero un adolescente. Non bisogna dimenticare che siamo esseri umani. Vale per me, per Moïse Kouamé, per tutti. Con tutta la hype che si era creata attorno a me, mi ero convinto che dovessi riuscirci in fretta. Ho voluto bruciare le tappe. Facevo certe cose per obbligo, per quello che gli altri si aspettavano da me. Ed era sbagliato. La pressione e l’attenzione quando sei giovane sono difficili da gestire. Hai l’impressione di essere qualcuno, quando in realtà non sei ancora nessuno. Non dico che mi sentissi il migliore del mondo, ma mi sentivo qualcuno che contava. In realtà ero solo all’inizio della carriera. Meglio ricordarsi che ami questo sport. Come quando hai 9 anni e vai a giocare con tuo padre. Questa passione l’ho ritrovata qui. Sono come un bambino, lo siamo tutti in squadra. L’amore per il tennis non dico di averlo perso, ma lo avevo gestito male“.
“Passare un anno qui mi ha permesso di riflettere su tutto questo, di lavorare su me stesso: oggi sono molto più maturo di prima, ho più controllo sulla mia vita. Oggi il tour mi manca. Ho voglia di ritrovare l’adrenalina dei tornei professionistici. Per noi la NCAA finisce al massimo a metà maggio. Dopo non proverò le qualificazioni del Roland Garros. Su consiglio di Riccardo Piatti, mi allenerò prima sulla terra battuta con l’obiettivo di giocare a giugno qualche Futures in Francia giusto per riprendere un po’ di classifica, perché adesso sono a zero. Ma ho gli stessi obiettivi di prima dell’infortunio e della partenza: vincere Roland Garros. Nulla è cambiato. Anzi, oggi mi sento ancora più capace di riuscirci rispetto a prima” conclude Debru.
Marco Mazzoni
TAG: Gabriel Debru, Marco Mazzoni

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Al College vai con borse di studio se sei anche solo un terza alta.Inizialmente parti con un’università magari piccola ma poi ti giochi le tue carte.
Il problema è che proprio in questi giorni le divisioni tennistiche di alcuni istituti stanno chiudendo sia per i tagli di Trump che per il riconoscimento economico a studenti atleti di basket, football ecc. La minaccia di depauperare un’istituzione storica è quanto mai reale.
@ ilpallettaro (#4604208)
Se non sei fortississimo forse, di sicuro se sei mediocre è un obbiettivo, ma di supertop che sono passati dalla NCAA del tennis moderno, io non ricordo nessuno, diverso il discorso se parliamo di sport di squadra (Basket, Lacrosse, Football, etc) o atletica
Non saprei, dipende, ma tendo a privilegiare la lettura di Jannik che in tempi non sospetti aveva consigliato a Fonseca di entrare subito nel circuito.
La fame o c’è, oppure sperare di svilupparla in NCAA mi pare semplicistico, cmq ai posteri l’ardua sentenza
Questo non era un altro dei vostri futuri numeri 1? Io qua scrivo pochissimo, però in compenso parlo di tennis quasi tutti i giorni con mio cugino e a dicembre durante le next gen finals gli avevo detto attenzione a Jodar
mi piace il suo taglio di capelli
ottima scelta. In casa italia la consiglio a Vasami’ e Basile.
Cinà temo non gliela permetterebbero.
Nel basket il giro dei soldi è enorme causa NIL.. chissà se il fenomeno prenderà piede anche nel tennis
lo dico da anni: le borse di studio sportive delle università usa sono il vero obbiettivo di qualsiasi giovane giocatore perché ti alleni con intensità in strutture adeguate in anni che oggi sono diventati di formazione, ti confronti con il mondo, maturi come persona e sarai in grado di prendere scelte migliori.
Il sogno del professionismo porta a una vita difficile, con rischi enormi per lo sviluppo psichico del ragazzo – l’ho sempre saputo “in teoria”, ma adesso lo dico per esperienza diretta, da padre di uno dei bambini più forti d’Italia. Ed è dura anche per noi genitori mantenere e promuovere un equibilibrio, divisi fra il loro sogno (che poi è sempre un po’ anche il nostro) e la realtà che ben conosciamo…
In bocca al lupo a Debru. È un giocatore fortissimo e sono certo che alla fine farà la sua bella carriera. Anche per il mio auspico un giorno di giocare e studiare nei college americani, preferibilmente a latitudini più piacevoli…
Mi sa che lo slam non lo vince, uno in piu’ per Engel
Complimenti