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Bolelli guarda avanti: “Lo Slam lo vogliamo, ma non deve diventare un’ossessione”

31/05/2026 18:54 Nessun commento
SImone Bolelli e Andrea Vavassori nella foto - Foto Patrick Boren
SImone Bolelli e Andrea Vavassori nella foto - Foto Patrick Boren

Si presenta da solo in conferenza stampa. Andrea Vavassori è impegnato sul campo accanto nel doppio misto insieme a Sara Errani e così tocca a Simone Bolelli raccontare la qualificazione ai quarti di finale del Roland Garros. Il bolognese appare rilassato, sorridente e soddisfatto dopo il successo contro Jakub Paul e Marcus Willis. Nelle sue parole c’è la serenità di una coppia che sa di avere le qualità per vincere uno Slam ma che non vuole trasformare l’obiettivo in un peso.

Tra analisi tecniche, ricordi della carriera in singolare, considerazioni sul doppio moderno e qualche battuta sul futuro, emerge il ritratto di un giocatore che a quasi 41 anni continua a divertirsi e a trovare motivazioni per restare ai vertici della specialità.

Domanda: Si va avanti, quarti di finale raggiunti. State giocando bene.

Simone Bolelli: Stiamo giocando un buon tennis. Abbiamo giocato un ottimo secondo turno l’altro giorno e oggi un’altra partita molto solida. Sinceramente questi avversari non li conoscevo particolarmente. Andrea aveva già giocato contro lo svizzero in United Cup e quindi lo conosceva un po’ meglio. Con l’inglese invece non avevo mai giocato. Era una coppia nuova per noi. Però abbiamo disputato un match solido. Abbiamo avuto soltanto un 15-40 sul mio turno di servizio nel secondo set, un momento un po’ delicato che siamo comunque riusciti a gestire. Secondo me eravamo superiori da fondo campo. Abbiamo sempre servito bene e abbiamo cercato di far giocare molto i game di risposta, entrando soprattutto sulle seconde. Insomma, è stato un match solido.

Domanda: Nei quarti vi aspettano Nys e Zielinski.

Simone Bolelli: Nys lo conosciamo abbastanza bene perché ci abbiamo giocato diverse volte. Prima giocava con Roger-Vasselin. È uno che serve molto forte, gioca bene, soprattutto davanti. Da fondo magari è più normale, però il servizio è sicuramente la sua arma migliore. L’altro lo abbiamo affrontato quest’anno a Dubai quando giocava con un altro compagno. Anche lui è un giocatore che sa stare bene in campo. Mi sembra una coppia nata da poco, forse da qualche mese. Noi cercheremo di fare il nostro. Sicuramente la chiave sarà riuscire a rispondere il più possibile al servizio di Nys, perché quella resta la loro arma principale.

Domanda: Hai mai pensato di giocare il doppio misto come fa Andrea?

Simone Bolelli: Ho giocato un misto con Flavia Pennetta tanti anni fa alla Hopman Cup, prima degli Australian Open. Poi ho giocato una partita l’anno scorso a Indian Wells in quel torneo a inviti con Samsonova. Però negli Slam non l’ho mai giocato. Quando facevo singolare e doppio era già abbastanza. Aggiungere anche il misto sarebbe stato troppo. Adesso sinceramente preferisco concentrarmi sul doppio e non sprecare altre energie.

Domanda: Siete molto sereni. Lo Slam è un obiettivo dichiarato, ma non sembra una pressione che vi pesa.

Simone Bolelli: Lo Slam chiaramente lo vogliamo. Però non deve diventare una pressione del tipo: dobbiamo vincerlo per forza. Noi andiamo in campo cercando di vincere ogni partita e poi vediamo dove arriviamo. È chiaro che lo vogliamo, ma non deve trasformarsi in un’ossessione. Sappiamo di essere una delle coppie che può ambire al titolo. Adesso siamo tornati in top ten. Anche quando eravamo quattordicesimi o quindicesimi non eravamo poi così lontani dai migliori. Secondo me dobbiamo vivere tutto serenamente, dimostrare in campo le nostre qualità e dare il massimo. Senza metterci addosso troppe pressioni.

Una risposta che fotografa perfettamente il momento della coppia azzurra: consapevolezza dei propri mezzi, ma nessuna ansia da risultato.

Domanda: Hai ancora voglia di fare valigie, prendere aerei e girare il mondo? Hai deciso fino a quando giocherai?

Simone Bolelli: Diciamo che i viaggi sono la cosa che pesa di più adesso. Però tengo ancora botta da quel punto di vista. Per il resto mi piace ancora giocare. Mi piace stare in campo. Mi piace proprio giocare a tennis. Penso di avere ancora due o tre anni davanti. Quest’anno faccio 41 anni e ci sono doppisti che ne hanno 43 o 44. Quindi dai…L’obiettivo è arrivare a Los Angeles.

Domanda: Vivi questa seconda parte della tua carriera come una rivincita rispetto a quello che non sei riuscito a fare in singolare?

Simone Bolelli: No, assolutamente no. Nessuna rivincita. Ho sempre cercato di fare il massimo anche in singolare. Si può sempre fare meglio, magari avrei potuto avere una classifica più alta, però ho sempre dato tutto. Ho avuto tre infortuni importanti e tre operazioni. Sono sempre riuscito a tornare. L’ultima operazione al ginocchio mi ha un po’ tagliato le gambe, perché avevo già 31 anni e non sono più riuscito a tornare ai livelli più alti. Da lì ho preso la decisione di dedicarmi al doppio. Non è una rivincita. È una seconda, forse una terza carriera. Quando ho capito che nel singolare non sarei più riuscito a tornare a quei livelli, non per una questione di tennis ma di continuità fisica, ho semplicemente cambiato strada.

Domanda: Hai visto giocare Herbert in singolare?

Simone Bolelli: Sì, ho visto qualche partita. Herbert lo conosco bene. Nel doppio ha vinto tantissimo con Mahut. Ha vinto praticamente tutto. Ha vinto gli Slam, i Masters 1000. È uno che il doppio lo sa giocare eccome. Secondo me adesso non lo sta giocando tanto perché vuole ancora provare a tornare in alto in singolare. Però resta un grandissimo giocatore.

Domanda: Qual è stata la coppia più forte che hai visto in tutti questi anni nel circuito?

Simone Bolelli: Se parliamo di tanti anni fa, quando giocavo principalmente in singolare, i Bryan erano impressionanti. Non erano imbattibili, ma vincevano tantissimo. C’erano loro, c’erano Nestor e Zimonjic. All’epoca c’erano due o tre coppie nettamente sopra tutte le altre. Oggi secondo me il livello è molto più distribuito. Ci siamo noi, Granollers e Zeballos, Arevalo e Pavic, gli inglesi…Ci sono molte più coppie che possono vincere i grandi tornei.

Domanda: Come giudichi le diverse formule del doppio tra ATP e Slam?

Simone Bolelli: Io lascerei i vantaggi normali e il super tie-break. Toglierei il punto secco sul 40 pari. Due set normali con vantaggi e poi il super tie-break. Il super tie-break dà adrenalina anche al pubblico. Negli Slam invece secondo me è giusto giocare due set su tre normali. Lo stesso discorso lo farei per le Olimpiadi, per le ATP Finals e per gli eventi più importanti. Il punto secco sul 40 pari sinceramente non mi piace.

Domanda: Ti vedi ancora nel tennis una volta smesso di giocare?

Simone Bolelli: Credo di si. A me piace stare in campo. Dietro una scrivania o davanti a un computer non mi ci vedo. Come allenatore sì, assolutamente. In campo mi piacerebbe restarci.

Domanda: Cobolli dice che preferisce il giudice di sedia che controlla il segno. Tu cosa ne pensi dell’arbitraggio elettronico?

Simone Bolelli: Io invece sono più favorevole all’elettronico. Molte volte il segno non è così chiaro. Se la palla tocca di uno o due millimetri è veramente difficile valutarlo a occhio nudo. La macchina decide e basta. Penso ad esempio alla finale di Roma: sullo smash del super tie-break sul 4-1 io l’avevo vista buona. Poi la macchina l’ha chiamata fuori di pochissimo. Però tra 4-1 e 5-1 cambia tutto. L’occhio umano spesso non riesce a distinguere certe differenze. Quindi preferisco affidarmi alla tecnologia. Si gioca e basta. La macchina chiama e la questione finisce lì.

Questa conferenza racconta bene il momento di Bolelli: la tranquillità di chi ha già vissuto più carriere tennistiche, la consapevolezza di essere ancora competitivo a quasi 41 anni e la convinzione che il titolo Slam possa arrivare senza trasformarsi in un’ossessione. Una maturità che oggi rappresenta uno dei punti di forza della coppia Bolelli-Vavassori.


dal nostro inviato a Parigi, Enrico Milani


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