Andrey Rublev sul dolore: “Ho preso una dose enorme di antidolorifici”
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L’arrivo della terra battuta sembra aver acceso qualcosa in più in Andrey Rublev. Il russo ha iniziato la sua avventura al Masters 1000 di Monte-Carlo con una vittoria sofferta contro Nuno Borges, la prima stagionale in un torneo di questa categoria, e nel dopo partita ha analizzato con grande lucidità non solo il match, ma anche il rapporto speciale che lo lega al rosso. Secondo Rublev, infatti, è proprio su questa superficie che emerge il tennis più autentico.
A colpirlo particolarmente è stato il modo in cui è riuscito a restare dentro la partita nonostante i problemi fisici accusati durante l’incontro. Rublev ha spiegato che la sua prestazione è stata soprattutto una prova mentale: “Sono felice di aver vinto la mia prima partita della stagione sulla terra, ed è anche la mia prima vittoria dell’anno nei Masters 1000. Nel mio caso, oggi la prestazione in campo è stata più mentale che altro, nonostante l’infortunio che ho avuto durante il match. Oggi è stato tutto mentale”. Poi ha aggiunto: “Sono molto contento di essere riuscito a trovare la mentalità giusta e di non aver lasciato che l’infortunio peggiorasse. Non è mai facile, soprattutto nel secondo set quando quello slancio inizia a calare un po’ e lì diventa complicato cambiare l’inerzia”.
Il russo ha raccontato con onestà anche il momento complicato vissuto nella parte centrale del match, quando ha capito di non poter mantenere il livello del primo set. In quella fase, ha spiegato, l’unica strada era adattarsi e cercare di ottenere il massimo con quello che aveva. “Era chiaro che nel secondo set non sarei riuscito a rendere bene come nel primo, quindi l’unica cosa che potevo fare era rendere con quello che avevo”, ha detto. Rublev ha poi sottolineato come anche la tensione di Borges abbia avuto un peso: “Nuno era un po’ teso nei primi game, quindi quello era il momento in cui potevo davvero provare a prendere vantaggio e a mettergli ancora più pressione”.
Il passaggio più curioso è stato però quello legato al dolore e ai farmaci assunti durante il match. Rublev ha ammesso senza filtri di aver fatto ricorso a una dose importante di antidolorifici per gestire il fastidio: “Ho finito la partita con dolore, certo, ma è un dolore che per il momento posso gestire. Ho preso una dose enorme di antidolorifici, quindi ero tranquillo sapendo che a un certo punto il dolore sarebbe andato via”. E con il suo solito tono diretto ha anche scherzato: “Quando mi hanno dato le pastiglie, ho deciso di prenderne il doppio per sicurezza. Di solito faccio così, meglio sempre prenderne il doppio nel dubbio”. Le sue parole hanno inevitabilmente attirato attenzione anche fuori dal campo, perché mostrano quanto sia stato complicato il suo debutto nel Principato.
Ma il punto più interessante del suo intervento resta la riflessione sulla terra battuta, superficie che Rublev ha definito la più esigente dal punto di vista tecnico e tattico. “Non so esattamente quali benefici dia al mio gioco, ma in generale mi piace molto la terra battuta, mi è sempre piaciuta”, ha spiegato. E poi è arrivata la sua vera lezione di tennis: “Per me, su questa superficie si vede un tennis più reale. Qui la condizione fisica conta davvero, ma anche la conoscenza tattica di come giocare, cosa fare in ogni scambio, dove muovere la palla. Tutte queste cose sono decisioni che devi prendere continuamente”.
Rublev ha voluto evidenziare come sulla terra ogni dettaglio faccia la differenza, molto più che su altre superfici. “Qui tutto è importante, ogni direzione in cui giochi. Forse su altre superfici non è un fattore così rilevante”, ha spiegato. E ha concluso chiarendo il suo pensiero con un confronto molto netto: “Su altre superfici spesso bastano due colpi potenti per essere competitivo e vincere le partite, ma qui devi sapere da quali posizioni giocare e come farlo”. Una sintesi perfetta di ciò che rende il rosso così selettivo e, per molti versi, così affascinante.
Monte-Carlo, insomma, sembra aver restituito a Rublev non solo una vittoria importante, ma anche un terreno su cui ritrovare identità e convinzione. E dalle sue parole emerge chiaramente una cosa: sulla terra, per lui, non si vince soltanto col braccio. Serve testa, pazienza, lettura del gioco. In altre parole, serve il tennis vero.
Francesco Paolo Villarico
TAG: Andrey Rublev, Masters 1000 Monte Carlo, Masters 1000 Monte Carlo 2026

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Ma non io….io assisto
Ma veramente. Non vorrei essere nel suo stomaco.
Rublev, fai quello che vuoi ma sappi che ti ho schierato nella squadra del fantatennis. Se avevi problemi, dovevi dirlo prima. Adesso stringi i denti e vai avanti.
Domenica mattina,match di D4
Colazione del 4.5 ma ex 3.5 nel 2015(quando i terza bassa erano come gli odierni terza alta dice lui) ed acquisito garantendogli la priorità del campo centrale in estate lato ombreggiato :gastro protettore,bicchiere acqua con sali,fette pane integrale+cereali con marmellata Zero,tazza di thè per idratazione, Aulin.
Sciogli muscoli con pistola massaggiante,ulteriore attivazione della circolazione sanguigna con crema tigre,bruciore agli occhi perché se li è toccati con le mani piene d’unguento e attesa per il suo terzo match che sarà ovviamente decisivo.Prima di iniziare,verso le 13.45 causa un solo campo e match tra giocatori dal tennis conservativo (pallettari mostruosi persino sul servizio),barretta energetica arricchita al Brufen.
Caro Rublev io ho visto cose che voi tennisti umani non potete neanche immaginare.
Che sia la superficie più tattica lo sapevamo già. Il problema è che da Nadal in poi la differenza la fa il fisico mostruoso. Bruguera vinceva il RG pesando 70kg con tutte le scarpe. Adesso se non sei Sinner, in grado di tirare mazzate in qualsiasi condizione, devi avere un fisico assurdo e capacità di corsa e resistenza oltre a grande forza fisica. L’anno scorso un grande atleta come Musetti si è distrutto per essere competitivo 3 mesi sulla terra