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Melzer ricorda Agassi a Houston: “Entrai nella storia insieme a lui”

02/04/2026 09:16 4 commenti
Jurgen Melzer nella foto - Foto Getty Images
Jurgen Melzer nella foto - Foto Getty Images

Nel 2003, a 33 anni, Andre Agassi riuscì a scrivere un altro capitolo memorabile della sua carriera. Al torneo di Houston, con la vittoria in semifinale contro il giovane Jürgen Melzer per 6-4 6-1, lo statunitense tornò al numero 1 del mondo, diventando all’epoca il giocatore più anziano di sempre a riuscirci.
Fu un momento speciale non solo per Agassi, ma anche per il suo avversario di quel giorno. Melzer, allora 21enne, si ritrovò infatti dentro una pagina di storia del tennis mentre la stava vivendo in prima persona.

Melzer sapeva cosa c’era in palio
Anni dopo, l’austriaco ha raccontato di essere perfettamente consapevole del peso di quella semifinale.
“Prima di quella partita sapevo esattamente cosa si stesse giocando. Se mi avesse battuto, sarebbe diventato il più anziano numero 1 del mondo in quel momento”.
Era un tema di cui, ha spiegato, si parlava apertamente ovunque.
“Se ne parlava negli spogliatoi, se ne parlava nelle conferenze stampa già prima del match”.
Per questo, al termine della sfida, Melzer scelse di salutare Agassi in modo molto particolare: “Quando ci stringemmo la mano dopo la partita, mi congratulai con lui per essere diventato il numero 1 più anziano e gli dissi: ‘Se qualcuno doveva perdere questa partita, sono contento che sia toccato a me’. Perché in quel momento anch’io facevo parte della storia”.

L’impatto di Agassi sulla terra battuta
Ma quella settimana non fu importante soltanto per il record. A colpire fu anche il livello espresso da Agassi su una superficie che, teoricamente, non era la più naturale per il suo tennis. Eppure, anche sulla terra, il suo ritmo e la sua pulizia di palla restavano devastanti.
Melzer ha ricordato con grande chiarezza la sensazione provata già nel palleggio di riscaldamento.
“Giocare contro uno come Andre, se non l’avevi mai affrontato prima, era particolare. La prima volta che cominciavi a scaldarti con lui, tirava già fortissimo”.
Secondo l’austriaco, era quasi impossibile entrare gradualmente nel match.
“Sapevo, nelle partite successive contro di lui, che dovevo scaldarmi il più vicino possibile all’inizio dell’incontro, perché con lui non trovavi ritmo. Ti sparava missili fin dal primo colpo”.
Una presenza intimidatoria, ma anche una lezione immediata.

Una lezione per un giovane che stava crescendo
In quel periodo Agassi aveva già vinto, proprio all’inizio di quella stagione, l’Australian Open, ottavo e ultimo Slam della sua carriera. Melzer invece era ancora all’inizio del suo percorso nel circuito maggiore. Aveva già ottenuto qualche buon risultato, ma affrontare un Agassi lanciato verso il ritorno al vertice gli fece capire davvero quale fosse il livello richiesto per stare lassù.
“Dopo aver vinto il mio quarto di finale, il match stava arrivando… Da bambino hai sempre sognato di affrontare un giocatore così, ma allo stesso tempo inizi a essere un po’ nervoso per il nome che hai davanti”.
E ancora: “Avevo 21 anni all’epoca. Da una parte fu un’esperienza incredibile, dall’altra, quando prendi una batosta, non è così piacevole”.
Melzer, però, fu molto lucido anche su un altro aspetto: l’età di Agassi, in campo, non sembrava contare nulla.
“Se uno a 33 anni è vicino al numero 1, vuol dire che l’età non conta davvero. Era al massimo del suo livello, quindi non pensai mai che l’età avrebbe fatto differenza in quella partita”.

Da lezione a rivincita
Quella sconfitta, però, non fu solo un ricordo da conservare. Diventò anche un riferimento importante per il futuro. Con il passare degli anni, Melzer maturò, acquisì fiducia e imparò a leggere meglio quel tipo di tennis. Tanto che riuscì poi a ribaltare il bilancio contro Agassi.
L’austriaco vinse infatti i due confronti successivi, a Toronto nel 2004 e a San Jose nel 2005, chiudendo la carriera con un sorprendente 2-1 nei testa a testa contro lo statunitense.
Ripensando a quelle vittorie, Melzer ha ammesso quanto fossero state speciali.
“Probabilmente furono due delle migliori partite che giocai in quei periodi dell’anno. Mi sentivo a mio agio, non mi sentivo più schiacciato dal suo ritmo”.
La chiave, ha spiegato, fu anche tattica: “Avevo un piano di gioco chiaro e funzionò due volte. Devi avere una gran giornata per eseguirlo, ma per fortuna l’ho avuta”.

L’aura di Agassi non spariva mai
Pur avendo imparato a non farsi più intimidire, Melzer ha confessato che il fascino di Agassi non se n’è mai andato davvero. Per lui, Andre non era un avversario qualsiasi, ma un idolo d’infanzia.
“Con Andre era diverso perché era un eroe della mia infanzia”.
E poi: “Mentre crescevo giocando a tennis, lui era una grande stella e un idolo. Tutta l’aura che lo circondava quando arrivava a un torneo era qualcosa di molto speciale”.

Un ritorno al vertice simbolico
Il numero 1 ritrovato a Houston fu anche una straordinaria dimostrazione della longevità di Agassi. Era diventato per la prima volta numero 1 nel 1995 e, otto anni dopo, tornava in cima chiudendo un cerchio raro nel tennis moderno.
Alla fine della sua carriera, Agassi avrebbe totalizzato 101 settimane da numero 1 del mondo: un dato che racconta non solo il suo picco, ma anche la sua capacità di evolversi, resistere e restare competitivo attraverso ere e avversari diversi.
Per Melzer, quella settimana a Houston fu insieme una lezione, una sconfitta dura e un privilegio. Per Agassi, fu l’ennesima conferma di una grandezza capace di attraversare il tempo. E ancora oggi, a distanza di anni, resta uno di quei momenti che spiegano cosa significhi davvero tornare sul trono del tennis mondiale.



Francesco Paolo Villarico


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4 commenti

Andreas Seppi 02-04-2026 11:36

Grande Jurgen

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Arthur Ashe (Guest) 02-04-2026 11:29

Due fra i miei preferiti di sempre.

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Paky 71 02-04-2026 10:00

Storie di tennis che fa sempre piacere rivivere. Bravo Jurgen, mitico Andre.

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murbi (Guest) 02-04-2026 09:58

Melzer ha dimostrato che per entrare nella Storia non serve vincere e questa è la sua grandezza.

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