Bryan Shelton racconta la sfida di allenare Ben: “A volte la sua aggressività si trasforma in autosabotaggio”
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Ben Shelton sta attraversando una fase decisiva della propria crescita. Lo statunitense ha già dimostrato di possedere le qualità necessarie per competere ai vertici e l’ottava posizione mondiale conferma la sua progressione. Per avvicinarsi realmente a Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, però, dovrà imparare a gestire meglio le proprie armi.
Servizio, potenza e aggressività permettono a Shelton di mettere in difficoltà qualsiasi avversario. In alcuni momenti, tuttavia, la ricerca esasperata del colpo vincente lo porta a perdere equilibrio e lucidità. Un limite del quale è pienamente consapevole suo padre e allenatore, Bryan Shelton.
“Ben qualche volta supera il limite”
Intervenuto nel podcast dell’ex tennista Caroline Garcia, Bryan ha spiegato quale sia la principale difficoltà nel lavoro con il figlio: “La sfida, per un allenatore, è lavorare con un ragazzo come Ben, che è molto aggressivo. A volte supera quel limite, si autosabota e finisce per non raggiungere nemmeno il secondo o il terzo turno di un torneo”.
L’obiettivo non è ridurre l’aggressività del giocatore, che resta una delle sue qualità più importanti, ma insegnargli a riconoscere quando accelerare e quando costruire il punto con maggiore pazienza. È proprio la gestione di questi momenti a separare spesso Shelton dai migliori giocatori del circuito.
Il difficile equilibrio tra padre e allenatore
Bryan aveva già seguito Ben durante il percorso universitario. Dopo circa sei mesi trascorsi nel circuito professionistico, fu lo stesso giocatore a chiedergli di accompagnarlo a tempo pieno. Da quel momento, i due hanno dovuto imparare a distinguere il rapporto familiare da quello professionale.
“È difficile trovare un equilibrio tra questi ruoli”, ha riconosciuto Bryan. “Sono il padre di un ragazzo ancora giovane, che sta crescendo e scoprendo la vita, ma allo stesso tempo sono il suo allenatore. Per me significa essere paziente e capire in quale condizione mentale ed emotiva si trovi”.
L’ex tennista cerca di riconoscere i momenti nei quali Ben vuole parlare del proprio gioco e quelli in cui preferisce staccare: “Quando vuole affrontare argomenti legati al tennis lo percepisco, ma capisco anche quando non vuole farlo. Cerco di rispettare entrambe le situazioni ed è questo che rende sano il nostro rapporto”.
“Il risultato non è tutto”
Bryan Shelton vuole inoltre impedire che la pressione del circuito faccia perdere al figlio il piacere di giocare: “Voglio che capisca che il tennis è un gioco e che dovrebbe divertirsi il più possibile. Quando mi vede godermi questa esperienza, sia dopo una vittoria sia dopo una sconfitta, deve ricordarsi che non esiste soltanto il risultato”.
La competitività rimane fondamentale, ma secondo il tecnico il successo deve essere una conseguenza del lavoro e non trasformarsi nell’unico metro di giudizio: “Siamo competitivi, ma nella vita c’è molto altro. In qualche modo, i risultati dovrebbero arrivare di conseguenza”.
La fiducia cambia durante la stagione
Un altro elemento centrale è la gestione della fiducia, una condizione che, secondo Bryan, può cambiare rapidamente anche per i primi cento giocatori del mondo.
“Ci sono periodi nei quali tutto funziona naturalmente. I giocatori avvertono una fiducia interiore e iniziano a riconoscere la formula del successo. Non hanno neppure bisogno di parlarne, perché entrano in una condizione di flusso”, ha spiegato.
In altri momenti, invece, emergono dubbi e pensieri negativi: “Cominciano a chiedersi se siano davvero così forti o se abbiano avuto fortuna, anche quando occupano una posizione elevata in classifica. Sono sensazioni che tutti abbiamo sperimentato da giocatori”.
Il consiglio agli altri genitori-allenatori
Bryan ha infine rivolto un suggerimento ai genitori che allenano i propri figli. Il suo metodo consiste nel porre domande invece di offrire continuamente risposte già pronte.
“Cerco sempre di fare domande. È un modo per insegnare ai figli a pensare, risolvere problemi e trovare autonomamente delle soluzioni. Se continuiamo a dire loro cosa fare e come farlo meglio, il percorso diventa nostro e non più loro”.
La crescita di Ben Shelton passerà dunque anche dalla capacità di trovare personalmente il giusto equilibrio tra istinto e controllo. Il talento necessario per sfidare Sinner e Alcaraz esiste già: il passo successivo sarà imparare a utilizzarlo con maggiore lucidità nei momenti decisivi.
Francesco Paolo Villarico
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Parole piene di buon senso. Il problema di Shelton e degli altri seguiti dai genitori bravi (lui, Cobolli, molto meglio di Petros tsitsipas) è che magari hanno lacune tecniche e dovrebbero farsi affiancare d a un coach prettamente tecnico, un Vagnozzi per intenderci. Il problema di Shelton non è la troppa aggressività, ma il rendimento di risposta e rovescio che sono proprio di un livello troppo inferiore al servizio e al dritto che sono devastanti. E anche tatt8camente fa fatica ad evolversi. Sentire un’altra voce gli farebbe bene. Il livello è già alto, ma con questi mega difetti più di così farà fatica ad andare.
Shelton come Fritz, Aliassime, Rublev, Medvedev deMinaur, Musetti, Sverev, Djokovic e compagnia cantante, per sperare di poter conquistare un GS o un 1000 debbono augurarsi che il rosso decida di non iscriversi al torneo.
Sennò 0 possibilità, il cannibale gioca un altro sport rispetto a questi