Samuel Lopez (coach di Alcaraz): “Se mantieni una buona attitudine, il gioco viene. Imparare ad ascoltare è il primo passo per migliorare”
3 commenti
Carlos Alcaraz c’è, forte e concentrato, pronto a vincere l’unico Slam che manca al suo palmares. L’andamento degli Australian Open 2026 ha cancellato ogni dubbio su possibili importanti ripercussioni sul tennis del n.1 di Murcia per colpa della clamorosa rottura con il suo mentore JC Ferrero, consumata all’improvviso nell’arco di 48 ore poco dopo le ATP Finals, ultimo torneo da lui giocato nel 2025. Molti tra ex giocatori e commentatori spagnoli ipotizzavano che Carlos, di solito “guidato” in partita dalla sapiente visione di Ferrero, potesse subire la mancanza del coach che l’ha raccolto bambino e portato al vertice della disciplina, acuendo quei momenti di vuoto e scarsa concentrazione che più volte l’hanno penalizzato in carriera. Invece finora Alcaraz ha tirato dritto a Melbourne senza perdere nemmeno un set, pronto a battagliare contro Zverev per sbarcare in finale e giocarsi il titolo. Timori molti, invece il passaggio a Samuel Lopez è stato per così dire indolore poiché – sapientemente – non si è cambiato quasi niente delle routine, attitudine e cultura del lavoro che aveva così ben funzionato. L’ha raccontato proprio Lopez alla stampa iberica appena prima delle semifinali di domani. Questi i passaggi più salenti del pensiero di Samuel, parole franche e asciutte che sottolineano come si stia lavorando bene, senza alcuno strappo rispetto al passato, con una umiltà e cultura del lavoro assolute.
“Carlos giorno dopo giorno acquisisce sempre più fiducia e ritmo, considerando che si tratta del primo torneo dell’anno, in questo caso uno Slam” racconta Lopez. “Credo che arriviamo in un buon momento per affrontare Zverev. Vedo Carlos mentalmente preparato. Bisogna accettare quando le cose vanno male e restare focalizzati sul proprio gioco, su come ti piace giocare. L’altro giorno indossava la maglia del Brasile: giocare bene, dare spettacolo… Se mantieni una buona attitudine e accetti quello che succede, alla fine il gioco esce, perché è in un momento in cui il tennis gli viene naturale. Zverev è un avversario molto complicato e il servizio sarà un fattore chiave. Sarà una bella battaglia”.
Si è sempre sottolineato come la concentrazione di Carlos abbia importanti alti a bassi. Arrivano ancora, ma sono sempre più brevi e lui recupera prontamente. Lo dimostra un dato statistico importante: nei tornei dello Slam ha vinto 36 degli ultimi 37 set giocati… Il focus c’è, altrimenti non avresti questo risultato. “Sì, è un aspetto su cui si lavora da tantissimo tempo, quello della concentrazione durante i match. È strettamente legato alla maturità di un giocatore. Parliamo di qualcuno che arriva nel circuito e batte tutti i record: era qualcosa in cui doveva necessariamente maturare. Ci abbiamo lavorato e, poco alla volta, si riesce a migliorare con esercizi specifici per mantenere l’attenzione. Ogni giorno ha meno alti e bassi, anche se continuano a esserci, perché è impossibile mantenere una linea costante. Sta facendo davvero molto bene”.
Carlos nel corso del torneo ha affermato che Lopez è uno dei migliori coach al mondo. Così risponde Samuel: “Io non ho vissuto l’esperienza di giocare finali Slam in campo, ma ho vissuto quella di accompagnare giocatori fino a turni molto avanzati, come semifinali e finali. La figura di un ex numero uno viene sempre valorizzata più di quella di un allenatore senza quel nome. Ringrazio Carlos per le sue parole e io, naturalmente, cerco di essere tra i migliori”.
Rispetto a Ferrero, Lopez adotta un metodo di comunicazione all’interno degli incontri assai diverso, meno tecnico è più “leggero”. Utilizza frasi che, ascoltate senza capire il contesto, sembrano prive di fondamento. “Sono sempre stato un po’ così, mi piace comunicare con il giocatore usando parole e frasi che lui capisce, perché sono nate prima negli allenamenti” racconta Lopez. “È un modo di dare indicazioni in maniera più leggera, senza caricarle di troppa importanza. Insisto molto sul fatto che questo è un gioco: non ci va la vita, non ci cambia come persone. Poi è chiaro che tutti vogliamo vincere, e lui più di chiunque altro. Anche con Nico Almagro, che aveva un carattere forte, mandavo messaggi per spezzare stress e tensione”.
Per imparare è necessario ascoltare. “Credo che Carlos stia continuando a maturare, come succede a quasi tutti. Imparare ad ascoltare è la cosa più importante per capire davvero cosa ti stanno dicendo. E poi sta imparando a comunicare” afferma Lopez. “Il giocatore cresce spesso con una disciplina del tipo: ti dicono cosa fare e tu lo fai. Ci sono vari fasi di apprendimento, da quelle basiche a quello dell’adolescente, quando inizi a maturare ed entri nella fase delle riflessioni. Ma le riflessioni devono includere la tua opinione. Carlos è in questa fase: esprime quello che pensa, ne parla e si arriva a un accordo“.
Ecco uno punti focali dell’intervista: come è cambiato il team e il lavoro senza la guida di Ferrero? Quasi niente, afferma Lopez… “Non è cambiato assolutamente nulla. Avevamo già tutto pianificato. Quello che abbiamo aggiunto è una sua maggiore partecipazione. Nel mio caso è cambiato il fatto che la responsabilità ricade un po’ di più su di me. Io faccio il mio lavoro nel miglior modo possibile e poi… il pesce è venduto. Miglioramenti? Credo che sia evoluto praticamente in tutto. Dove deve migliorare di più è nei primi colpi dello scambio: servizio e colpo successivo, risposta e colpo dopo la risposta. Oggi nel tennis è fondamentale come si inizia il punto. È cresciuto molto sotto questo aspetto, ma deve continuare e capire che non è solo una questione di potenza. Abbiamo lavorato tanto su precisione, direzione, profondità della risposta”.
Le domande virano su Lopez. Ha mai avuto dubbi sull’accettare il ruolo di primo allenatore? E com’è allenare Carlos Alcaraz? “Certo, te lo chiedi, perché devi viaggiare molte più settimane. Ho una moglie e due figli, ne ho parlato con loro e valuti se ne vale la pena. Logicamente, un’opportunità del genere per un allenatore senza grande nome è difficilissima da avere. Serve anche fortuna. Ci sono tecnici in giro bravissimi, da cui impari moltissimo parlando con loro. Allenare un giocatore del livello di Alcaraz? Io cerco semplicemente di dare il 100% e arrivo fin dove posso. La pressione la senti soprattutto nei primi turni degli Slam, ancora di più considerando la situazione da cui venivamo. Superata quella fase, ti senti più a tuo agio. La pressione ci sarà sempre, sarebbe stupido dire il contrario. Personalmente dico che trent’anni fa non avrei mai creduto di arrivare ad allenare il n.1 del mondo. Però io ho già viaggiato con Juan Carlos Ferrero quando era numero uno: lui aveva 22 anni e io circa 32, e abbiamo viaggiato insieme diverse volte. All’epoca non pensavo che un giorno avrei fatto lo stesso con un altro giocatore. Tengo un profilo basso? È una delle mie più grandi soddisfazioni. Me lo diceva un amico: ho dimostrato che si può arrivare fin qui senza essere stati un super campione da giocatore. Lavorando dalla base, dal minitennis fino agli adulti. Si può arrivare in alto con passione per quello che fai e trovando la strada giusta” conclude Lopez.
Intervista molto interessante che sottolinea alcuni aspetti decisivi per ulteriori salti in avanti di Alcaraz, come tennista e persona. Non ci dimentichiamo che Carlos è “solo” un classe 2003, molto giovane nonostante abbia già raccolto risultati eccezionali. È un giovane uomo che ama prendere la vita in modo più leggero rispetto alla totale dedizione, quasi maniacale verso l’obiettivo, di colleghi come Nadal, Djokovic o Sinner. Ma forse questo modo di vivere la propria carriera è quello che gli consente di esprimere al massimo la propria forza. Charlie è energia ma anche fantasia, divertimento. Lui diventa inarrestabile dopo aver fatto un “big-point”. Perché? Beh, facile: si esalta e quando sente quell’adrenalina positiva, con la classe che ha, niente gli è precluso e il suo livello di gioco diventa irresistibile. Forse opprimerlo fin troppo in schemi prestabiliti senza lasciargli libertà di espressione è qualcosa che lo può bloccare, ingrigire. Ok la disciplina e cultura del lavoro, ma in partita il potersi esprimere liberamente è il suo punto di forza. Lopez poi parla di un maggior coinvolgimento di Carlos nella scelte. Maturazione, presa di responsabilità, camminare con le proprie gambe. Alle fine non è un percorso così diverso da quanto fatto da Jannik Sinner con la decisione di lasciare Riccardo Piatti e guidare maggiormente le scelte della propria carriera, per diventare una persona sempre più matura e consapevole. Ognuno avanza con i propri tempi.
Marco Mazzoni
TAG: Carlos Alcaraz, Marco Mazzoni, Samuel Lopez

Sinner
Alcaraz
Zverev
Djokovic
de Minaur
Shelton
Auger-Aliassime
Bublik
Sabalenka
Swiatek
Andreeva
Bencic
3 commenti
Magari non sarà al 100% della forma fisica ma nel frattempo vi informo sul rendimento di Sinner e Alcaraz nel corso del torneo. Tutte le statistiche sono sostanzialmente sovrapponibili tranne per gli Ace, Sinner 65 (media 13 a match) vs i 30 di Alcaraz (6 a match). Ma il dato più clamoroso riguarda il rapporto vincenti-gratuiti, Sinner 185-115 con un saldo di +70 (+14 di media a partita) Alcaraz 170-146 con un saldo di +24 (+4.8 di media a partita)..Conclusione, Sinner fa più vincenti (37 a partita) e meno errori (23 a partita) di Alcaraz (rispettivamente 34 e 29). Questa è la realtà del campo, (da notare che se togliamo la partita con Spizzirri gli errori gratuiti di Sinner sono 16 di media a partita) poi c’è la realtà percepita, il bias cognitivo-emotivo che vede uno strapotere di Alcaraz che secondo moltissimi utenti di siti e podcast viene dati nettamente favorito. Del resto la favola del calo nel terzo set con Darderi ha fatto il giro del web. La realtà? 71% di prime, 7 Ace, 23-9 vincenti errori 10/10 punti a rete. E Darderi ha giocato il miglior set sull’hard della carriera…
comincio a coltivare il dubbio che Carlos abbia avuto ragione. Il suo carattere, modo di stare in campo e gestione extracampo, stava andando in conflitto con il rigore di Ferrero. In queste partite l’ho visto molto bene, più libero anche nel linguaggio del corpo. A meno di exploit di Zverev la finale è sua….e temo che Jannik non ci arriverà al 100% della forma fisica. Le cose vanno come devono andare.
Toccherà allora adesso a Samu ascoltare la lamentazione:
“Non riesco e tenerlo da fondo, che faccio ?”. 😉