Moutet: “Io Bad Boy? Non ho mai imparato a perdere, ma per me quelli strani sono i giocatori che sorridono dopo una sconfitta”
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Corentin Moutet è l’emblema del tennista che divide. O lo ami con tutte le sue stranezze, e tendi a difenderlo, oppure lo detesti su tutta la linea per i suoi comportamenti sopra le righe e gioco estemporaneo, a volte del tutto casuale. Quest’anno Moutet ha già collezionato episodi “pesanti”: a Phoenix dopo la sconfitta nel qualificato Challenger ha lanciato la racchetta addirittura oltre le tribune; ad Amburgo si è calato i pants dopo aver perso un punto rocambolesco, e al recente torneo del Queen’s si è beccato una pesantissima multa per aver ripetuto in modo beffardo la parola “fuck” molte volte in diretta tv sull’irreprensibile BBC, provocando l’imbarazzo generale. Eppure quando pensa solo a giocare a tennis riesce in colpi che la maggior parte dei colleghi non può nemmeno immaginare e i suoi incontri sono spesso garanzia di spettacolo. Corentin ha rilasciato una lunga intervista a Caroline Garcia nel suo format Tennis Insider, nella quale ha parlato di molti temi. Riportiamo alcuni passaggi più curiosi, relativi al suo comportamento e come vede il mondo del tennis Pro, a suo dire assai falso e ipocrita.
“Non ho mai capito perché diventi il cattivo della situazione se ti arrabbi quando perdi” racconta Moutet. “Per me, quelli strani sono quelli che sorridono dopo una sconfitta”, frase piuttosto significativa di come intende l’ambiente del mondo professionistico, al quale dice di far grande fatica ad adattarsi.
Corentin ha poi ripercorso tutta la sua vita, spiegando come molti dei suoi problemi comportamentali in campo siano nati, paradossalmente, dal fatto di aver vinto così tanto a livello junior. “Dai sette ai sedici anni perdevo pochissime partite, al massimo una decina all’anno. Per questo non ho mai imparato a perdere. Per molto tempo è stato difficile per me, perché quando le cose hanno iniziato a non andare più per il verso giusto non riuscivo a capire cosa stesse succedendo. La realtà è che, a un certo punto, perderai. E poi perderai ancora, e ancora. Nessuno me l’ha mai detto”.
Incredibile il racconto di Moutet su di un episodio vissuto da bambino: “Stavo per essere squalificato da mia mamma una volta! Stavo vincendo una partita per 6-0 5-0, e mia madre era lì. Ricordo di aver sbagliato una volée e ho colpito il net, tanto che la rete si è rotta! Ero 6-0 5-1 ma lei è andata dal giudice arbitro a chiedere che fossi squalificato. Nel frattempo tuttavia sono riuscito a rimettere su la rete e terminare la partita, per 6-1. Pensavo: posso comportarmi male, ma se vinco è ok”.
The one and only Corentin Moutet #Wimbledon pic.twitter.com/B7R9E2dRYq
— Wimbledon (@Wimbledon) July 2, 2025
Moutet è uno dei giocatori più anomali del tour, creativo e allo stesso tempo distruttivo, con colpi poco ortodossi che finiscono per sorprendere o addirittura infastidire il pubblico più tradizionalista. E non sono solo i suoi servizi dal basso, quanto le scelte di gioco per molti illogiche abbinate a reazioni rabbiose, dopo le sconfitte e punti persi. “Ho sempre avuto la sensazione che mi dicessero che il mio modo di essere non fosse quello giusto, ma che fosse anche ciò che mi rendeva speciale“ continua Moutet. “Allo stesso tempo fanno compilation con i miei colpi e i miei gesti, dicono che sono divertente, che intrattengo il pubblico e che dovrei continuare a essere me stesso. Poi, però, mi distruggono proprio per quello che sono. È difficile capire cosa la gente voglia davvero“.
Secondo il francese, questo stigma deriva anche dal modo in cui i media francesi raccontano gli sportivi. “In Francia i media sono i peggiori del mondo” tuona Corentin, senza peli sulla lingua. “Un giorno puoi essere un Dio e quello dopo il peggior tennista della storia. Quando perdevo mi arrabbiavo moltissimo e il giorno successivo tutti parlavano del mio comportamento. Non so perdere e così la gente inizia a pensare che tu sia una cattiva persona. Forse la pressione arriva anche da loro. Quando perdo, mi arrabbio così tanto che il giorno dopo tutti dicono: ‘Guarda come si comporta’. Non mi piace perdere, quindi ovviamente mi comporto male. E poi escono articoli a riguardo, e la gente inizia a pensare che tu sia una persona cattiva. E la tua famiglia dice: ‘Ma non è una persona cattiva, te lo giuro’. Diventa tutto così complicato che ho la sensazione che i media non aiutino; la pressione viene da loro. I media ne parlano per due settimane, ti etichettano come un piantagrane, e la gente pensa che tu lo sia. Questa è la realtà di un giorno, ma io mi sono svegliato il giorno dopo con il sorriso. Quindi perché continuate a parlarmi del mio comportamento folle di ieri?”.
“Per me non è mai stato un lavoro come lo era quando ero più giovane, sai? Vedo dei ragazzi oggi che lo prendono così seriamente fin da piccoli, e io non l’ho mai fatto. Non sapevo nemmeno che fosse un lavoro. Per me è stato un gioco fino a tarda età. Anzi, non sapevo nemmeno che si potesse vivere di tennis. Non me ne rendevo conto nemmeno quando vedevo Nadal in TV, non mi ci identificavo. Non era come se giocasse come me, e poi è diventato uno scherzo. Pensavo che sarebbe rimasto un gioco per sempre”.
Il suo tennis, fatto di drop shot, slice e variazioni, affonda le sue origini in ore di mini-tennis con gli amici d’infanzia e nell’influenza di un allenatore mancino, ex giocatore professionista, che ha lavorato con lui per tre anni: “Non sono mai stato potente, quindi ho dovuto trovare la mia strada, e penso che da giovane si giochi con le palle morbide. Facevo molti drop shot in quasi ogni punto perché non riuscivo a fare un tiro vincente con quelle palle morbide. E avevo anche un allenatore di tennis che era l’ex giocatore Simon Saudi, mancino, che aveva smesso di giocare appena un anno prima di iniziare ad allenarmi. Penso che abbia educato molto il mio stile di gioco: facevo tanti slice, tanti drop, ero molto intelligente in campo. È stato il mio allenatore per tre anni e quando sei molto piccolo ti piace sempre vedere il tuo allenatore come il miglior tennista del mondo. Quindi lo guardavo e pensavo: voglio giocare come lui”.
Corentin Moutet with near back-to-back underarm aces 😱@moutet99 #MMOpen pic.twitter.com/7pOKCQ98u2
— Tennis TV (@TennisTV) April 25, 2026
Uno dei momenti più intimi della conversazione riguarda come, da bambino, associasse il successo sportivo all’affetto dei genitori e alla propria autostima. Moutet usa un ricordo molto specifico per spiegarsi: “Ogni volta che vincevo, i miei genitori mi portavano da McDonald’s, e a me piaceva McDonald’s. Ora non mi piace più, ma una volta sì. Quindi dovevo vincere per andare da McDonald’s, capisci? Pensavo che mi volessero più bene se vincevo, che mi apprezzassero di più, il che non è vero. È come se i genitori volessero darti una ricompensa, ma allo stesso tempo colleghi i punti sbagliati. Per me l’intero processo è stato come distruggere tutte le false convinzioni che avevo, per poi reimparare qual è il vero scopo, perché gioco a tennis. Perché all’inizio giocavo con i miei amici solo per divertimento, perché mi piaceva, tutto qui, niente di più. E poi tutto ciò che il circuito comportava mi ha dato la falsa convinzione che dovevo guadagnare più soldi, che dovevo far parlare di me i media. Come se fossi una persona migliore se vincevo. Ho dovuto distruggere tutto, e alcuni ragazzi mi hanno aiutato, ma non è stato facile. È stato un processo molto lungo”.
Il 27enne transalpino non è mai riuscito, per sua stessa ammissione, a calarsi nel “ruolo” del giocatore che ha obblighi con i media, gli sponsor, ecc, una socialità diventata ben presto ostacolo e tutt’ora fa fatica a gestire. “Quando sono arrivato nel circuito mi sono ritrovato all’improvviso con i media, gli impegni con gli sponsor, il dover sorridere e dire che la tua racchetta è la migliore. Tutto questo per me non aveva alcun senso. Pensavo: “Ma questo è The Truman Show? Stiamo tutti recitando?”. Mi sentivo soltanto un attore in questo mondo. Nessuno ti insegna queste cose. Devi impararle da solo”.
La musica è il suo porto sicuro: “Ho la sensazione che nel nostro mondo, quello del tennis, dobbiamo per forza trovare un posto, e ho la sensazione che non si possa quasi mai dire esattamente chi si vuole essere. A volte bisogna salutare persone che non piacciono, e questo non mi piace. Quando si fa musica, invece, si può dire quello che si vuole, come si vuole, in qualsiasi momento, e si è liberi di fare ciò che si vuole. È qualcosa che va oltre le normali conversazioni o le cose superficiali; fa emergere emozioni, si possono condividere, ma anche per se stessi aiuta in un certo senso a guarire, a liberare cose che si hanno dentro e di cui a volte non si è nemmeno consapevoli finché non vengono fuori”.
“Ho ancora tantissimo da imparare e non sono ancora soddisfatto del modo in cui gioco a tennis. Per me continua a essere doloroso e vorrei riuscire a trovare la pace nel mio tennis prima di ritirarmi”.
Marco Mazzoni
TAG: Corentin Moutet, Marco Mazzoni

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Due cose: intanto spesso non aspetta nemmeno la sconfitta, può perdere le staffe in qualsiasi momento dell’incontro, anche mentre sta vincendo. E poi nessuno gli chiede di sorridere dopo la sconfitta ma di comportarsi da persona civile e adulta sì.
Questo è solo un animo un pò tormentato ma sicuramente è meno scemo di quello che sembra
Ma se non fai altro che perdere…impara a sorridere, clown con la racchetta.
.. non c’è nessuno diverso non c’è nessuno che sorride quando ha perso..
lui e Bublik li vedo benissimo in una cena…
capito Sonego?!?