Berrettini, il campione che continua a rialzarsi: ma il conto degli infortuni è ormai pesantissimo
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Ci sono sconfitte che si archiviano con il punteggio e altre che restano addosso molto più a lungo. Quella di Matteo Berrettini al Roland Garros contro Matteo Arnaldi appartiene alla seconda categoria. Non perché dall’altra parte della rete non ci fosse un avversario meritevole, anzi: Arnaldi ha confermato ancora una volta la sua crescita, la sua durezza mentale, la capacità di stare dentro le partite importanti. Ma il ritiro di Berrettini sul 7-5 5-2 ha avuto il sapore amaro dell’ennesima interruzione, dell’ennesima porta che si chiude proprio quando sembrava essersi riaperta.
Il problema all’anca accusato ieri a Parigi non è soltanto un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia sportiva bellissima e crudele, fatta di picchi altissimi e di pause forzate, di rinascite e ricadute, di grandi ritorni e nuovi stop. Berrettini era tornato nei quarti di finale di uno Slam, aveva ritrovato il Roland Garros dopo anni di assenze, aveva rimesso insieme vittorie, fiducia e identità. Poi, ancora una volta, il corpo ha presentato il conto.
Ed è proprio questo il punto: quanti infortuni ha avuto Matteo Berrettini nella sua carriera? Non esiste un numero ufficiale unico, perché dipende da come si contano le ricadute, i ritiri e gli stop nello stesso distretto fisico. Ma considerando gli episodi principali documentati, il conto arriva almeno a tredici grandi problemi fisici o stop legati al corpo, senza includere il Covid che gli tolse Wimbledon 2022, evento medico pesantissimo ma non classificabile come infortunio. Se si inserisce anche quello nel quadro complessivo, il numero sale a quattordici.
La serie non comincia nemmeno nel 2020. Già nel 2019, l’anno della sua esplosione definitiva, Berrettini aveva dovuto fare i conti con alcuni stop: il forfait a Marrakech per un problema alla spalla, poi i problemi alla caviglia che lo portarono a saltare Gstaad e Montreal. In mezzo anche una rinuncia a Bastad per fatica, che non può essere considerata un infortunio vero e proprio, ma che racconta comunque quanto il suo fisico fosse già sottoposto a un carico enorme proprio nel momento in cui il suo tennis stava entrando in una nuova dimensione.
Poi arriva il 2020, con i problemi di ernia/inguine. E subito dopo il 2021, l’anno della consacrazione a Wimbledon, ma anche quello dei due colpi all’addome: prima l’infortunio agli Australian Open, che lo costrinse a rinunciare agli ottavi contro Tsitsipas dopo la battaglia con Khachanov; poi il dramma delle ATP Finals di Torino, con il ritiro contro Zverev e l’ingresso di Sinner da alternate. Una scena rimasta nella memoria collettiva del tennis italiano: Berrettini in lacrime davanti al suo pubblico, tradito ancora da una zona del corpo già fragile.
Nel 2022, quando sembrava lanciato verso la definitiva stabilizzazione tra i grandi, arrivarono l’intervento alla mano destra, il problema al piede sinistro e poi il Covid a poche ore da Wimbledon, proprio nel torneo in cui partiva tra i favoriti dopo i titoli sull’erba a Stoccarda e al Queen’s. Nel 2023 la storia si è fatta ancora più dura: problema addominale nella stagione sulla terra, ritiro al Queen’s, poi la terribile distorsione alla caviglia allo US Open contro Rinderknech, immagine dolorosa di una carriera nuovamente sospesa.
Nel 2024 il piede destro lo ha costretto a saltare l’Australian Open alla vigilia dell’esordio. Nel 2025 sono tornati i guai all’obliquo/addome, con i ritiri di Madrid e Roma e l’assenza dal Roland Garros. A inizio 2026 una nuova recidiva nella stessa zona gli ha impedito di giocare l’Australian Open. Ora, a Parigi, è arrivata l’anca.
Tredici stop principali. Quattordici, se nel racconto complessivo si aggiunge anche il Covid di Wimbledon. Ma al di là del numero, impressiona la distribuzione: spalla, caviglia, inguine, addome, obliqui, mano, piede, ancora caviglia, ancora addome e ora anche l’anca. Non un solo infortunio da superare, ma una mappa di fragilità sparse che hanno impedito a Berrettini di dare continuità alla sua grandezza.
Ed è qui che il giudizio su Matteo va maneggiato con rispetto. Perché Berrettini non è stato semplicemente “sfortunato”. È stato un giocatore capace di tornare competitivo ogni volta che sembrava perduto. È stato finalista a Wimbledon, numero 6 del mondo, primo italiano capace di arrivare in fondo ai Championships nell’era moderna, protagonista in Coppa Davis, simbolo di una generazione che ha cambiato il tennis italiano prima ancora dell’esplosione definitiva di Sinner, Musetti, Cobolli e Arnaldi.
La sua carriera, però, è diventata anche una domanda continua: cosa sarebbe stato Berrettini senza tutti questi stop? La risposta non esiste, ma il rimpianto sì. Perché nei momenti in cui il fisico lo ha lasciato giocare, Matteo ha dimostrato di avere un tennis da vertice assoluto. Servizio devastante, diritto pesantissimo, capacità di salire di livello nei grandi palcoscenici, presenza emotiva da campione. Non è mai stato soltanto “servizio e diritto”, come qualcuno ha provato superficialmente a raccontare. È stato, e quando sta bene è ancora, un giocatore che negli Slam sa respirare meglio di tanti altri.
Il ritiro contro Arnaldi fa male proprio per questo. Non arriva in un periodo anonimo, ma nel mezzo di un torneo che stava restituendo a Berrettini un pezzo di sé. Aveva ritrovato la seconda settimana a Parigi, aveva vinto battaglie, aveva fatto vedere lampi del vecchio Matteo. Poi il corpo ha detto basta. Ancora una volta.
Ora bisogna evitare due errori opposti. Il primo è seppellirlo troppo in fretta, come è già accaduto in passato. Berrettini ha dimostrato più volte di saper tornare, anche quando la logica suggeriva prudenza. Il secondo è far finta che il problema non esista. A trent’anni, con una storia clinica così lunga, ogni stop pesa di più, ogni rientro richiede più tempo, ogni calendario va costruito con intelligenza chirurgica.
La stagione sull’erba, teoricamente, resta il suo habitat naturale. Ma prima ancora dei tornei, delle entry list e dei sogni, servirà capire l’entità del problema all’anca. Perché Berrettini non ha bisogno di un altro rientro affrettato: ha bisogno di continuità. Anche poca, ma vera. Dieci partite senza allarmi valgono più di una fiammata isolata.
Il tennis italiano oggi può sorridere: Arnaldi vola, Cobolli cresce, Sinner resta il riferimento, Musetti è ormai stabilmente nell’élite. Ma il dolore di Berrettini non va perso dentro la festa degli altri. Matteo è stato una parte decisiva di questa rivoluzione. E continua a esserlo, anche quando esce dal campo con lo sguardo basso.
Perché la grandezza di Berrettini, ormai, non si misura soltanto nei trofei o nelle classifiche. Si misura nella fatica di tornare, nella dignità con cui accetta ogni nuova ferita, nella capacità di far credere ancora che il prossimo rientro possa essere quello giusto. Il problema è che il tennis gli deve ancora qualcosa. E forse anche il suo corpo, prima o poi, dovrebbe concedergli una tregua.
Francesco Paolo Villarico
TAG: Italiani, Matteo Berrettini

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Purtroppo per berrettini non si può parlare più di sfortuna. Credo sia ormai chiaro che abbia dei limiti fisici che non gli permettono di giocare al massimo. Durante questo Roland Garros ha giocato tanto e penso avesse raggiunto il suo limite. Tra l’altro essendo un ragazzo dal fisico molto massiccio e pesante anche nel recupero ci mette più tempo per raggiungere nuovamente una forma fisica accettabile. Credo che l’unica soluzione sia programmare una stagione con pochi tornei pervenendo possibilità maggiori di infortunio, magari facendo 1 torneo ogni mese e mezzo e cercare di costruire la sua preparazione sulle superfici a lui più congeniali… Credo che sia l’unica possibilità che gli possa garantire di accumulare magari 7/8 tornei completi l’anno giocandosi le sue chance. Francamente sono abbastanza pessimista sulla sua stagione sull’erba…
Matteo cade, si rialza, cade ancora e si rialza, come Wil Coyote probabilmente non prenderà mai Beep Beep, ma lui ci prova e riprova.
Meglio di chi una volta caduto piange tutta la vita, meglio di chi ha smesso da tempo di sognare, lui cade e si rialza.
Alla fine non potrà mai pensare “ma se ci avessi riprovato?”
Se ci si pensa non è poco…
@ GIALAPPA SBANDY REMIX (#4632726)
Hai ragione, vorrei essere sfortunato come lui!
” sei sfortunato come Berrettini : sei bello, hai trifolato una velina, hai guadagnato tanti soldi con il tennis che lui stesso dice che ormai non li calcola nemmeno più, hai vinto la Coppa Davis con record di vittorie di fila, sei andato in finale a Wimbledon da primo italiano a riuscirci nella storia del torneo … azz che sfyggg però ! “
Gli infortuni sono costituzione e non sfortuna! È il corpo che ti implora di fermarti perché si sta scardinando. Quindi se questo meccanismo di difesa si attiva è per il bene del soggetto interessato. In tal senso secondo me Berrettini ha raggiunto anche più di ciò che il suo corpo gli avrebbe consentito nel tennis. È un generoso spilungone e questo si paga. In fondo lo stesso Mensik lo ha pagato pur apparendo più mobile di Berrettini.
Berrettini ha raccolto tantissimo in carriera, con il fisico pachidermico che ha, ma un “di piú” ulteriore avrebbe richiesto disciplina pazzesca che NON è nelle sue corde e lavoro fisico incessante alla Djokovic.
Affaracci suoi se quando era ai vetici della carriera si dilettavava in nottate, sfilate, sanremate, puttanate.
Al rientro dopo Sanremo (sic) pesava oltre un quintale !
Certo una fidanzata nottambula che lo portava a sfilare anche sui tappeti rossi ai Festivals del cinema non aiutava dal punto di vista sportivo…
Quest’ anno ha sicuramente lavorato sodo, con un ottimo allenatore, ma al Roland Garros si spostava nel 100% dei colpi sul diritto, con la palese finalità di non giocare mai il rovescio (piú di quant facesse Nadal…) e dislocando ogni volta, per migliaia di volte, un bel quintalone di peso.
Ovvio che “le paghi” , e la sfortuna NON CENTRA NIENTE.
Berrettini è esploso molto tardi, ha sempre avuto un fisico molto pesante, nonostante tutto ha ottenuto molto più di tanti altri che hanno giocato tutta la vita senza arrivare ai suoi risultati. Dovrà guardare il bicchiere mezzo pieno quando smetterà
No dai, Berrettini è fuori di 3, entra a Church Road senza passare dalle quali. L’anno scorso ci furono una decina di forfait.
Secondo me no, è un discorso più valido per Draper (che però è ancora giovane). In carriera contro i top 10 Berrettini ha vinto pochissimo, anche quando era all’apice. Detto questo tutti meriterebbero di giocarsi le proprie chances senza questa marea di infortuni. Purtroppo la fragilità fisica non perdona. Speriamo possa avere una seconda parte di carriera meno infestata, ma è dura.
@ fora de poco (#4632650)
Questo è sicuro, anche l’anno successivo a quello della Finale, era in gran forma e becco’il Covid pochi giorni prima di Wimbledon dove era tra i grandissimi favoriti, i guai addominali continui, ora questo stop sul più bello. Senza guai fisici poteva essere un giocatore quasi come Zverev a mio avviso, potenti e subito dietro i primi 2 o 3. Purtroppo la componente fisica, più che la sfortuna a mio avviso, è fondamentale per rimanere costantemente a certi livelli e il fisico, sia pur scultoreo, di Matteo non è pari al suo servizio e al suo dritto.
eh infatti il problema è che, in caso di quali, dovrebbe giocare una settimana prima
Senza tutta questa pletora di infortuni,a mio modesto avviso,sarebbe stato top 10 fisso e avrebbe raggiunto spessissimo le fasi finali degli Slams.
Ormai si conierà un nuovo modo di dire “sei sfortunato come Berrettini”.
Spero che non si sia compromesso Wimbledon, dove con questo stato di forma ed entusiasmo avrebbe potuto dire la sua anche partendo dalle quali.