Dal Foro Italico Copertina, Generica

CAMPIONE: IL SOGNO DI UN MAESTRO (dedicato ai cattivi maestri e ai Maestri che, con la parola e l'esempio di vita credibile, sanno ispirare e aiutare a realizzare i sogni)

03/05/2026 14:17 3 commenti
Gino Darderi con i figli Luciano e Vito al Foro Italico (2024)
Gino Darderi con i figli Luciano e Vito al Foro Italico (2024)

Maestri che ispirano. A vederli seduti nell’angolo, la vita da coach non sembra facile: seguono tutto attentamente, fremono, incitano, soffrono in silenzio, esultano, talvolta anche in piedi, suggeriscono a parole o con segni, controllano le reazioni del proprio corpo e cercano di infondere fiducia con i loro atteggiamenti, subiscono sfuriate docilmente, propongono efficaci soluzioni di gioco al momento giusto (iI semplice gesto, da parte di Goran Ivanisevic a Djokovic, di mandare più in alto la palla del servizio in passato ha risolto un delicato frangente). Ci sono stati quelli impassibili e pressoché muti come Gilles Cervara nell’angolo di Medvedev e quelli come Juan Carlos Ferrero che hanno guidato passo passo il loro pupillo.

I bravi maestri sanno mettere il loro ego da parte, dimostrano quasi sempre grande umiltà e posseggono una qualità speciale: quella di ispirare gli allievi. Sanno riconoscere il talento e incoraggiare le aspirazioni, senza mettere pressioni. Sanno dire, come Brunetto Latini a Dante: “Se tu segui tua stella, non puoi fallire a glorioso porto” (Inf, XV), incitando l’allievo a non arrendersi e a mantenere la rotta verso i sogni anche nelle difficoltà. Sono questi maestri spesso la chiave del successo di un campione.

È pur vero che quando l’atleta è dentro al campo il primo allenatore di sé è egli stesso, ma il peso del maestro nel tennis è aumentato da quando, nel luglio 2022 l’ATP, pur con alcune regole restrittive talvolta disattese, ha aperto al coaching, ovvero al dialogo in campo tra il giocatore e il proprio allenatore, fino allora vietato (e tuttavia esercitato, talvolta in codice, infrangendo la regola). Il buon maestro, oltre a rinsaldare la tecnica negli allenamenti e indirizzare l’atleta, deve aiutarlo anche in campo? Rintracciare la motivazione e le strategie nella propria interiorità è la più alta forma di educazione, è autoeducazione: bisogna ricercare il Maestro interiore, ognuno secondo le proprie caratteristiche peculiari, fisiche e mentali. È questo aspetto che rende il tennis uno sport speciale, tanto mentale quanto fisico. Vincere è una sfida con se stessi per trovare le soluzioni strategiche ai problemi che emergono durante il match, adattando il proprio gioco all’avversario. Per questo un bravo coach dovrebbe certamente incoraggiare ma interferire tecnicamente il meno possibile durante il match, per favorire la crescita individuale e permettere al proprio discepolo di sviluppare autonomamente capacità di pensare e di prendere decisioni, di autogestirsi, senza quegli aiuti che alterano la competizione, a meno che non si tratti di eventi a squadre come la Coppa Davis o la Laver Cup. Nel tennis i giocatori devono prevalentemente cavarsela da soli, utilizzando la loro “intelligenza tennistica”: saper leggere il gioco dell’avversario, individuarne i punti deboli, adottare contromisure per contrastare i punti di forza di questo. La presenza eccessiva del maestro riduce la differenza di intelligenza tennistica e altera l’ aspetto cruciale del “gioco di uno contro uno”.

“Ciascuno cresce solo se sognato”-diceva un “maestro speciale” chiamato Danilo Dolci: il sogno del maestro determina l’autostima e il successo dell’allievo. Renzo Furlan ha il merito di avere fatto di Jasmine Paolini una campionessa, avendo creduto in lei e nelle sue eccezionali doti: Jasmine non sarebbe diventata la Paolini se non fosse stata notata da Renzo Furlan. Nell’Accademia di Piatti, Furlan, osservando il gioco ancora acerbo della scattante, velocissima, sempre positiva Jasmine, pre-vede il suo futuro in base alle potenzialità. Le ripete che per le sue caratteristiche può giocare bene sull’erba, la “sogna” campionessa sull’erba di Wimbledon quando ancora lei non ha messo piede in quella superficie, ed ella, per la fiducia nel maestro, ci crede ciecamente e si nutre di quella fiducia: sognata, si sogna a sua volta nel torneo più sognato da tutti i tennisti… e arriva in finale. Un bravo maestro riconosce il talento, ma sa anche per esperienza che certi gesti tecnici pressoché perfetti sono il frutto di ore e ore di allenamento che va programmato e stimolato. La mentalità di Sinner, per molti “predestinato” (semmai predestinato a impegnarsi per crescere e migliorare), è la riprova che non basta il talento e il carattere, se dietro non ci sono fatica e tenacia e un lavoro tecnico di perfezionamento e affinamento sotto la guida di un maestro esperto. Abbiamo Sinner anche grazie al grande Riccardo Piatti, il Bollettieri italiano che ha riconosciuto in un giovanissimo Jannik i segni del talento e ha investito la sua esperienza per farlo sbocciare, prima che questi approdasse consapevolmente a Simone Vagnozzi e Darren Cahill.

Miglioramento continuo non significa tuttavia passare da un coach a un altro.

A volte cambiare coach significa misurarsi con “un’altra visione di sé” e cambiare prospettiva può incentivare la crescita di un atleta, offrire nuove visioni del gioco. Matteo Berrettini dopo la separazione con Vincenzo Santopadre aveva ritrovato una buona stagione agonistica con Francisco Roig, nel team con Alessandro Bega, suo attuale allenatore. Altre volte il cambiamento non è fruttuoso: l’esperienza quasi ventennale di Gipo Arbino con Lorenzo Sonego è stata una favola senza il finale da favola che l’atleta sperava. Talvolta gli allievi hanno bisogno di nuovi stimoli, che non sempre trovano al di fuori di sé. Rune, nella sua lunga e inquieta ricerca, è ritornato al suo primo coach, Lars Christensen, prima di fermarsi per motivi fisici. Il campione Stan Wawrinka a fine 2022 ha scelto di tornare a lavorare con l’amico coach svedese Magnus Norman, che lo ha affiancato nella conquista dei 3 Slam e con cui quest’anno chiuderà la sua straordinaria carriera.

Per Wu Cheng en, autore e poeta cinese della dinastia Ming del XVI sec., l’idea del maestro era racchiusa in una frase: “Insegnante per un giorno è un padre per tutta la vita”. Trovare il maestro-padre ideale è senz’altro una fortuna per un allievo; perderlo quando lo si ha può essere un errore. Il loro è un rapporto di formazione sportiva e umana alimentato da un dialogo costante, dentro e fuori dal campo. I bravi maestri lo sanno fare, consci che questa sia una componente del successo: sono Maestri nella vita prima che sul campo.

Maestri di grande carisma, come Nick Bollettieri, scopritore di campioni numeri uno, sono consapevoli dell’importanza della formazione mentale e di quanto la ‘visione’ e il modo di comunicare di un maestro può incidere sulla vita dell’atleta e sulla formazione della sua personalità. Quando l’atleta è colto dal dubbio, il maestro sa dire al momento giusto: “Oggi il più forte sei tu!”: è successo perfino al super campione Roger Federer di dubitare: Ivan Liubicic, che ha affiancato Roger negli ultimi 7 anni della sua carriera da sogno, ha saputo infondergli sicurezza quando l’atleta si è rivolto a lui, prima di un match fondamentale con Nadal.

La fiducia di un maestro rimane indelebilmente incisa nel cuore, e rappresenta un baluardo nei momenti più difficili. Ma anche il contrario è vero: un cattivo maestro può fare altresì danni irreparabili!

Un esempio convincente di rapporto è senz’altro quello umanissimo tra Andrei Rublev e il suo coach spagnolo Fernando Vicente. A detta di Rublev, atleta costretto dalla guerra a vivere senza patria e senza famiglia, Vicente, a cui è unito dalla fede profonda negli stessi valori umani, rappresenta non solo il tecnico ma anche la dedizione e il sostegno che una vera famiglia può dare.

Il maestro dunque rappresenta un tecnico, uno psicologo, un padre, la famiglia per i giovani che lasciano presto quella d’origine per dedicarsi interamente alla loro passione. Non solo i successi ma anche i sacrifici sono di entrambi: dell’atleta e del coach, che non di rado è mosso da uno spirito di dedizione assoluta, al punto di trascurare la propria famiglia per seguire il proprio atleta per il mondo. Simone Tartarini ha sottolineato il forte rapporto di reciproca fiducia che è la chiave del successo di Lorenzo Musetti. Rafa Nadal nel suo discorso di addio al Roland-Garros, in occasione della cerimonia in suo onore, ha riconosciuto l’importanza dello zio Tony, senza il cui rigoroso carattere non sarebbe entrato nella leggenda.

Nel caso in cui l’allenatore sia anche il padre biologico, cosa comune in questo sport costoso, l’abnegazione è strettamente legata al senso e al valore della famiglia: i padri di Zverev, Ruud, Shelton, Tsitsipas, Cobolli, la madre di Ostapenko, lo zio Tony di Nadal lo testimoniano. La sofferenza -così come la gioia- dei padri-maestri è doppia. Doppiamente doppia per Gino Darderi, padre di Luciano e Vito: un ex giocatore che dedica ogni sua energia per seguire i promettenti figli.

La fortuna di aver avuto un buon maestro è spesso determinante e genera conseguenze importanti, così pure la sfortuna di non averne avuto uno all’altezza al momento giusto: Richard Gasquet nel suo libro” À revers et contre tout” si rammaricava che gli fosse mancato, all’inizio della sua carriera professionale, un grande coach, con l’esperienza ad alti livelli e le competenze necessarie ad accompagnarlo nella gestione tecnica, tattica e mentale dei match per gestire le altissime aspettative concentrate su di lui, ‘enfant prodige’ del tennis francese. Avere l’opportunità di migliorare con la giusta tempistica è fondamentale: a 12 anni nel tennis si è già professionisti, la carriera inizia molto presto ed è importante incontrare il miglior coach il più rapidamente possibile.

Dietro a un grande campione c’è un grande maestro. Maestri tuttavia non si nasce e si migliora insieme con i propri allievi, in un’esperienza di scambio, proficua per entrambi. Coach e atleta vanno infatti in tandem: docendo discitur. Recentemente, con grande onestà intellettuale, Andy Murray ha dichiarato di aver imparato molto da Djokovic durante il breve periodo in cui lo ha allenato.

Un esempio per i nostri maestri dei vari circoli: che sappiano non solo individuare e coltivare le nuove speranze, ma anche trasmettere comportamenti sportivi nella vita e nelle gare ai giovani atleti. Maestri che accompagnino gli allievi instaurando una relazione umana ricca di valori; maestri capaci di fare esplodere dei campioni umani, perché l’importante non è vincere ma trarre alla luce il meglio di sé.



Gisella Bellantone


TAG:

3 commenti

Pier no guest 03-05-2026 15:56

Ho apprezzato molto l’articolo e va ribadito che il maestro di tennis , soprattutto agli esordi, dev’essere in primis un educatore.Il ragazzo va stimolato,se ti accorgi che nutre passione ed interesse devi dargli degli input ma non troppi, dev’essere la sua curiosità a spingerlo.
Poi cresce e se comprendi che gli serva altro trovare il coraggio di fare un passo indietro,seguirlo magari da lontano ma senza interferire con la nuova guida.
Il giova in campo non è soltanto solo,deve spesso isolarsi dagli entourage troppo invadenti e trovare la via per esprimersi al massimo.

3
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
Golden Shark 03-05-2026 14:55

Che bell’articolo !

Complimenti Sig.na/ra Gisella Bellantone ! 🙂

Splendida la chiosa finale !

2
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
NonSoloSinner (Guest) 03-05-2026 14:30

Articolo bello, ma i veri maestri sono i semi dilettanti nelle scuole per bambini, più per passione che per denaro… Tartarini, ad esempio, il più vituperato, è migliorato nel tempo come tecnico, è praticamente cresciuto con il suo figlio adottivo, ma si vede che soffre davvero in campo con il suo pupillo e, bene o male, lo ha accompagnato in top-10

1
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!