Musetti riparte da Miami: “Non ho aspettative, voglio solo ritrovare le sensazioni giuste”
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A volte bastano poche parole per capire davvero dove si trova un giocatore. Non tanto in classifica, non tanto nel tabellone, ma dentro se stesso. Lorenzo Musetti, alla vigilia del Miami Open 2026, ha scelto proprio questa strada: niente frasi di circostanza, niente proclami, solo sincerità. E il quadro che emerge è chiaro: il talento c’è, la voglia anche, ma dopo l’infortunio accusato agli Australian Open il percorso per tornare al miglior livello è ancora in costruzione.
Il toscano aveva incantato a Melbourne. Stava esprimendo forse il miglior tennis della sua stagione, aveva firmato vittorie pesanti contro giocatori di alto profilo come Tomas Machac e Taylor Fritz, e nei quarti di finale contro Novak Djokovic sembrava davvero in controllo della partita. Poi, però, è arrivato il lato più crudele di questo sport: la lesione al psoas, un problema durissimo che ha interrotto bruscamente la sua corsa e lo ha costretto a fermarsi proprio nel momento in cui stava trovando una condizione speciale.
Un mese può cambiare tutto
Sulla carta, un mese di stop non sembra un’eternità. Nel tennis, però, e soprattutto per un giocatore come Musetti, può diventarlo. Perché Lorenzo è uno di quei tennisti che vive molto di ritmo, fiducia, sensibilità e fluidità. Quando tutte queste componenti si incastrano, il suo livello si alza in modo evidente. Quando invece si spezza il filo, ritrovarlo richiede tempo.
Dopo il lungo lavoro di recupero, Musetti è tornato in campo a Indian Wells, ma il rientro non è andato come sperava: la netta sconfitta contro Márton Fucsovics ha confermato quanto fosse difficile pensare di ritrovare subito il miglior tennis dopo settimane lontano dalla routine del circuito. E proprio da qui parte il suo approccio a Miami: nessuna pressione, nessuna aspettativa particolare, soltanto il desiderio di accumulare minuti, partite e sensazioni.
“Il mio anno era iniziato molto bene”
Nelle dichiarazioni rilasciate alla vigilia del torneo, Musetti ha raccontato con grande trasparenza il suo stato d’animo. Miami, ha spiegato, è una città che trasmette energie particolari, con il suo clima umido, il caldo, la pioggia di questi giorni e quell’anima latina che lui stesso sembra apprezzare molto. Un contesto che può aiutare anche mentalmente a ritrovare entusiasmo.
Ma il punto centrale del suo discorso è un altro: la consapevolezza che il 2026 fosse iniziato bene, forse molto bene, e che proprio per questo il modo in cui si è chiusa l’avventura australiana abbia lasciato ancora più amaro.
Musetti lo ha ammesso senza giri di parole: dopo Melbourne ha vissuto un mese molto duro, e il ritorno non è stato semplice. Un mese di riabilitazione, un mese fuori dalla normale vita del tennis professionistico, un mese in cui non perdi solo condizione, ma anche quella continuità invisibile che spesso fa tutta la differenza.
Miami come tappa di ricostruzione
Per questo il Miami Open va letto, nel suo caso, soprattutto come una tappa intermedia. Non ancora come il torneo del rilancio definitivo, ma come l’occasione per avvicinarsi di nuovo alla miglior versione di sé.
Musetti ha usato anche un’immagine molto significativa: quella della “casa” da costruire. E alla domanda sullo stato del suo tennis ha risposto con ironia, dicendo di sperare che questa casa possa essere completata nel corso del torneo. Dietro il sorriso, però, c’è un concetto molto serio: il suo obiettivo oggi non è pretendere troppo da se stesso, ma lasciare che il processo faccia il suo corso.
Il toscano ha spiegato di aver bisogno ancora di un po’ di tempo per elaborare tutto quello che ha vissuto nelle ultime settimane. Ecco perché a Miami non sente il peso delle aspettative. Vuole stare bene, godersi il tennis, trovare il ritmo giusto e mettere insieme il maggior numero possibile di partite.
È un approccio che colpisce per maturità. Perché spesso, dopo un infortunio, il rischio più grande è voler forzare il rientro, cercando subito il risultato come prova del fatto che tutto sia tornato al proprio posto. Musetti, invece, sembra aver capito che il primo passo è un altro: ritrovare se stesso in campo.
Ritrovare la fluidità perduta
Tra i passaggi più interessanti delle sue parole c’è quello in cui prova a spiegare la difficoltà maggiore del recupero. Non si tratta soltanto di stare bene fisicamente o di rimettere partite nelle gambe. La vera sfida, per lui, è ricostruire tutto ciò che stava facendo così bene in Australia.
Ed è qui che entra in gioco un concetto molto profondo, quasi raro da sentire espresso in modo così limpido da un giocatore: la fluidità. Quando Musetti parla del suo miglior momento a Melbourne, racconta di uno stato in cui tutto sembrava naturale, automatico, armonioso. Ritrovare quella sensazione, spiega, non è affatto semplice.
Ma allo stesso tempo sa che nel tennis basta anche un dettaglio, un match, un momento preciso, per cambiare tutto. Una partita ben giocata, una sensazione ritrovata, un piccolo episodio positivo possono spazzare via le vibrazioni negative e riaccendere quella fiducia che al rientro spesso manca.
Ed è proprio questo che Lorenzo spera possa accadere a Miami: il momento in cui il processo smette di essere solo fatica e torna a diventare slancio.
“È la cosa più vicina a volare”
Forse la parte più bella delle sue dichiarazioni è arrivata quando ha provato a definire quello che lui stesso chiama uno “stato di grazia”. Musetti lo descrive come quella condizione in cui, in campo, senti di poter giocare qualsiasi colpo, prendere qualsiasi decisione, con la convinzione che la palla entrerà comunque. Una sorta di sintonia totale con il proprio tennis, con il corpo e con l’istinto.
La sua definizione è tanto semplice quanto potente: per lui, quello è ciò che più si avvicina al volare su un campo da tennis.
Ed è un’immagine che racconta perfettamente il tipo di giocatore che Musetti è e vuole tornare a essere. Un tennista che vive di talento, sensibilità e ispirazione, ma che per rendere al massimo ha bisogno di sentire il gioco scorrere senza freni.
Nessuna fretta, ma segnali da cercare
Il messaggio che arriva da Musetti alla vigilia del torneo è dunque molto chiaro: non è ancora il momento di chiedergli risultati definitivi, ma di osservare i segnali. Miami non rappresenta un esame finale, bensì un laboratorio in cui provare a rimettere insieme i pezzi.
La sua onestà, in questo senso, è quasi rassicurante. Non c’è finzione, non c’è voglia di nascondere le difficoltà. C’è piuttosto la lucidità di chi sa di aver bisogno di tempo, ma anche la fiducia di chi sente di essere sulla strada giusta.
Ed è proprio questo, forse, l’aspetto più importante: Musetti non cerca scorciatoie. Cerca sensazioni, continuità, partite. Cerca la sua fluidità. Cerca quel momento in cui tutto tornerà a scorrere come in Australia.
E se quel momento dovesse arrivare proprio a Miami, allora il torneo della Florida potrebbe davvero trasformarsi nel punto di svolta della sua stagione.
Francesco Paolo Villarico
TAG: Italiani, Lorenzo Musetti

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3 commenti
Boh, mi aspettavo una sua intervista, ma leggo solo tre frasi estrapolate a caso e un vostro lungo commento
FORZA MUSO
SEMPRE
Questo torneo, secondo me, a Musetti non serve proprio ( visto che proviene dal famoso infortunio). Era meglio allenarsi sulla terra preparando al meglio i tornei sul rosso visto i tanti punti da difendere. Soprattutto Su quella superficie deve costruire la sua classifica. Spero mi smentisca e vinca Miami, ma dubito moltissimo possa succedere…