La ex portoricana oggi si dedica all'endurance Altro, Copertina

Monitoraggio della performance sempre più presente nel tennis. Monica Puig: “I tennisti hanno bisogno di più dati, e di averne meno paura”

15/04/2026 09:16 4 commenti
Monica Puig, ex campionessa olimpica
Monica Puig, ex campionessa olimpica

Nel tennis si parla sempre più dell’utilizzo dei cosiddetti “Big Data” e monitoraggio delle performance, ossia rilevazioni sempre più precise e puntuali di ogni aspetto della prestazione: dalla efficacia ed efficienza dei colpi in relazione alla tattica e alle posizioni in campo (incluse quelle dell’avversario) a parametri fisici del corpo dell’atleta. I tennisti adottano di frequente dispositivi che tracciano la performance sotto stress, cercando poi di analizzare i dati per trarne indicazioni su come lavora la “macchina corpo” e di pari passi anche la testa per la gestione dello stress. Sono argomenti tanto complessi quanto affascinanti, che spiegano come il tennis di vertice sia affrontato in modo analitico e scientifico per dare al giocare quel qualcosa in più che possa aiutare nel corso delle partite. Una delle prime tenniste a far uso di queste possibilità è stata Monica Puig, ex campionessa olimpica, una delle giocatrici più preparate atleticamente del circuito WTA. Il suo tennis di sostanza e fatica era basato su un atletismo incessante per logorare la resistenza dell’avversaria di turno punto dopo punto. Per questo la preparazione fisica e resistenza mentale alla fatica erano le basi del suo gioco. Dopo il ritiro nel 2022, Puig ha sostituito il tennis professionistico con una nuova sfida: gli sport di endurance, diventando molto forte anche in maratone, triathlon, inclusi i durissimi Ironman.

Oggi analista per Tennis Channel e appassionata di tecnologia, Puig si è immersa nel mondo del monitoraggio della performance, testando dispositivi (come WHOOP, Garmin e COROS) durante allenamento e recupero. È interessante riportare le sue parole a Tennis.com, dove a Miami ha raccontato la sua esperienza con questi dispositivi e, a suo dire, quanta strada ancora si debba fare nel tennis per ottenere importanti benefici sulla performance attraverso la tecnologia “indossabile”, un mezzo che può fornire dati importanti e diventare un’arma vincente se usata nel modo giusto.

“Ho utilizzato per un periodo il WHOOP, ma era prima che fosse consentito indossarlo in partita” racconta Puig. “So che ci sono state discussioni su questo tema in alcuni tornei. Lo indossavo, ma non gestivo direttamente i dati: era il mio preparatore atletico ad avere l’app e a monitorare tutto. Abbiamo scelto questo approccio perché, soprattutto con il passare degli anni, ho notato che i dati possono influenzare molto la mente. Può capitare di dormire bene, ma il dispositivo segnala un recupero insufficiente—e automaticamente ti condizioni: “Ok, forse sono davvero stanca”. Dipende tutto da come interpreti i dati e dal tuo mindset. Possono essere utili per alcuni giocatori, ma io preferivo lasciare la gestione al mio team, che poi adattava il lavoro in base a ciò che vedeva—sia dai numeri che dalle sensazioni sul campo”.

Uno dei punti di discussione sull’utilizzo di queste metodologie è trovare un equilibrio tra numeri e sensazioni, aspetto spesso delicato.  “È una linea sottilissima” conferma Puig. “Se sei disciplinato nell’uso delle informazioni, puoi trattarle semplicemente per quello che sono: numeri. Se invece sei un giocatore che tende a fissarsi troppo sui dati, è meglio delegare al team—come facevo io—e lasciare a loro gli aggiustamenti. Tu devi solo concentrarti sul gioco. I numeri sono estremamente utili per certi aspetti, ma ci sono anche metriche che non ti danno un reale vantaggio competitivo. I più utili? Ritengo sia il monitoraggio della fatica. WHOOP, da questo punto di vista, era eccellente—anche nel segnalare quando stavi per ammalarti. Ti mostra come il corpo reagisce a tutto: idratazione, alimentazione, consumo di alcol… ogni dettaglio incide sul recupero. Sono fattori che, nel tennis di alto livello, fanno la differenza tra performare o calare.

Uno dei grandi punti di domanda: è giusto usare questi strumenti anche in partita? Puig è favorevole: “Assolutamente sì. È fondamentale. Ti permette di capire come il corpo reagisce sotto pressione: una partita chiusa in un’ora non ha lo stesso impatto fisico di una battaglia da tre ore. E ovviamente il match è completamente diverso dall’allenamento. Ci sono tantissime variabili, e oggi avere questi dati aiuta nella preparazione. Non ha senso nasconderli ai giocatori e i giocatori non devono aver timore nell’usarli. E poi, durante la partita, nessuno sta guardando i numeri in tempo reale. Non è che l’allenatore ti dice: “La tua frequenza cardiaca è troppo alta, abbassala!”. Non funziona così”.

Negli USA si parla addirittura di usare questi dati in modo aperto e condividerli al pubblico nel corso dei match. Ma c’è chi resta inorridito dal dare in pasto alla gente dati privati del “funzionamento” degli atleti. Non la pensa così Puig, totalmente favorevole anche alla diffusione: “Mi piacerebbe vedere, ad esempio, la frequenza cardiaca su una palla break in una finale importante. In realtà la WTA lo aveva già fatto quando WHOOP era partner. Nel golf succede: mostrano la frequenza cardiaca prima del colpo. Se è a 130, capisci che c’è tensione; se è sui 90, il giocatore è più rilassato. È affascinante anche per il pubblico: permette di comprendere la componente emotiva e mentale della prestazione, e vedere come questa si traduce fisicamente—come lo stress, il pubblico o la pressione influenzano davvero il corpo dell’atleta”.

Marco Mazzoni

 


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4 commenti

OspiteSgradito (Guest) 15-04-2026 14:18

La mitica Monica.
Indimenticabile la sua Medaglia.

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eunosio (Guest) 15-04-2026 13:08

beh poi si potrebbe anche misurare la frequenza cardiaca dei lavoratori in ufficio per vedere se si impegano, e le onde celebrali per capire se si distraggono 😮

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Brufen (Guest) 15-04-2026 11:19

Certo, giusto. Il prossimo passo però sarà far giocare direttamente i robot.

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JannikUberAlles 15-04-2026 10:50

Secondo me avete i “parametri” vitali di un giocatore in TV sarebbe troppo invasivo (entriamo nella sfera dei dati “sensibili”) oltre che inutile, perché la ragazza parla da “addetta ai lavori” (appunto solo i coach, specie degli avversari, sarebbero certo interessati) mentre la maggioranza degli spettatori non fa atletica né gioca a tennis, anzi in molti seguono a malapena il punteggio.

Il passo successivo sarebbe entrare nello spogliatoio e poi, magari, anche nell’appartamento del giocatore…

…questo sport non è (e non deve essere!) il “Grande Fratello” 🙁

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+1: Marco M.