Fritz, troppa introspezione? “In partita a volte penso troppo”
3 commenti
Un ginocchio ancora non così a posto ma un tennis tutto sommato in crescita a livello di prestazione, a un passo da una bella vittoria che ha mancato giusto di un soffio. Sensazioni agrodolci per Taylor Fritz dopo i primi due tornei del 2026 in casa, con la finale persa al fotofinish contro Ben Shelton, non sfruttando ben tre match point, e quindi l’uscita di scena a Delray Beach nei quarti per mano di un redivivo Tommy Paul. Amici, compagni di squadra in un certo senso, ma quando c’è da giocare per vincere Fritz non guarda in faccia a nessuno. È competitivo per natura, e con la madre ex giocatrice e un padre assai pronto nell’inculcargli fin da piccolo l’importanza del successo, quando esce dal campo sconfitto è sempre un boccone non facile ma mandare giù. Tuttavia il californiano, ormai tennista navigato con i suoi 28 anni e una finale Slam a New York, sente che forse la sua testa avrebbe bisogno di affrontare la competizione non con lo spirito di chi deve vincere a tutti i costi, senza l’ossessione del successo, e anche lasciando andare di più il braccio invece di bloccarsi su troppe analisi Ne ha parlato in una intervista al media USA Hard Court, della quale riportiamo i passaggi più significativi.
“Ripensando a quel che è successo a Dallas, se all’inizio del torneo avessi saputo che sarei arrivato in fondo con dei match point per vincere il titolo senza sfruttarli, venendo quindi sconfitto, beh, mi sarei aspettato di stare ancora peggio…” riflette Fritz. “Ha fatto male, ma… ripensando alle occasioni che ho avuto, credo che in quel momento, senza il senno di poi, non ne avrei giocata una in modo molto diverso. Direi che il rimpianto più grande è semplicemente non essere riuscito a reagire e a giocare un turno di servizio migliore. Se avessi mantenuto lo stesso livello al servizio mostrato per tutto il torneo, le cose avrebbero potuto prendere un’altra piega”.
È un modo molto “alla Fritz” di elaborare un incontro: non tanto rivivere il dolore per la sconfitta, quanto isolare le variabili che hanno prodotto quel risultato. È sempre stato particolarmente a suo agio nel parlare del proprio tennis, senza eccessi difensivi né enfasi per le vittorie. Le sue valutazioni tendono a essere dirette e asciutte, sia quando descrive ciò che ha funzionato, sia quando analizza ciò che non ha funzionato. La stessa lucidità emerge anche nel modo in cui compete. La tenacia di Fritz è ben nota — i match in cui resta aggrappato all’avversario nonostante condizioni fisiche difficili, le varie vittorie negli Slam rimontando da due set di svantaggio — ma quando gli si chiede da dove provenga questa caratteristica, tende a minimizzare, come se fosse semplicemente la sua impostazione di base. “La mia competitività? Sono sempre stato così” continua lo statunitense. “Forse è qualcosa che mi ha trasmesso mio padre, non ne sono sicuro. Ma di certo nasce da quando ero molto giovane. Non mi è mai piaciuto arrendermi o mollare. E quando è successo, ho odiato quella sensazione. La fiducia in me stesso e la sicurezza non sono mai state un problema, nel bene e nel male”.
Quando Taylor racconta una sua partita riesce a trasmettere molte sfumature, cose magari sfuggite anche ai più fini commentati. Una forte consapevolezza che, per assurdo, potrebbe diventare un problema nel corso del match. “Può succedere quando non sto giocando al meglio”, riflette l’americano. “Ci sono momenti in cui probabilmente penso troppo, e di solito sono proprio quelli in cui non esprimo il mio miglior tennis. Questo pensare a troppi fattori magari mi blocca e non riesco ad esprimermi al meglio. Per assurdo, la mia buona capacità di lettura dei fattori in campo, che dovrebbe essere un punto di forza, può trasformarsi nel mio maggiore difetto…“.
Effettivamente è un buon punto quello sollevato da Fritz. Quando le cose non si mettono bene in partita, oppure quando cerchi di capire come poter incidere in una certa fase nel match, puoi pagare a caro prezzo la volontà di gestire troppe variabili e “incasinare” così il pensiero. Il tennis va di corsa, i tempi sono minimi: bloccare la testa in una selezione di scelte eccessiva rischia di farti perdere chiarezza, di non giocare con la necessaria libertà. Si può perdere fluidità e interrompere quello “stato di flow” che porta l’atleta a cavalcare il momento e giocare al massimo senza pensarci troppo, solo cavalcando sensazioni positive. Alla fine è sempre fondamentale trovare il giusto equilibrio tra istinto e lettura. La dote dei grandi.
Marco Mazzoni
TAG: Taylor Fritz

Sinner
Alcaraz
Djokovic
Zverev
de Minaur
Fritz
Auger-Aliassime
Bublik
Sabalenka
Swiatek
Andreeva
Svitolina
3 commenti
Sembra aver perso la brillantezza atletica degli anni migliori e quindi (a causa della sua altezza e della sua stazza) tende a perdere coordinazione e compostezza…
…quindi aumentano gli errori.
Si aggiunge un problema al ginocchio, per cui forse dovrebbe fermarsi (non è facile rinunciare a tanti soldi) e cercare di risolvere definitivamente!
Fritz non si è mai più ripreso dalla doppia scoppola di finali perse in un paio di mesi da parte del rosso, senza pietà alcuna.
NY in casa e Torino.
Non è stato più lui da quel momento seriamente.
Un altro che si aggiunge all’infinita lista degli asfaltati/rullati/annientati dai due alieni.
Chiedere ai vari Tsisipas, Rublev, Shapovalov, deMinaur, Aliassime, Medvedev, Sverev, Ruud, Rune, Shelton (tanto per citare i più forti)….
Si fa distrarre dalla fidanzata….