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Open Court: arriverà la scossa con il “Progetto Campi Veloci”? (di Marco Mazzoni)

03/04/2015 09:00 17 commenti
Open Court: arriverà la scossa con il “Progetto Campi Veloci”? (di Marco Mazzoni)
Open Court: arriverà la scossa con il “Progetto Campi Veloci”? (di Marco Mazzoni)

Se il mese di febbraio era andato in archivio con discreti risultati per il tennis maschile azzurro, purtroppo quello di marzo non ha confermato il trend positivo. La “mazzata” è arrivata subito, in parte inattesa, con la dolorosa sconfitta in Davis. In Kazakistan nessuno dei nostri protagonisti si è salvato, equamente hanno contribuito ad una battuta d’arresto che mette a rischio la nostra permanenza nel gruppo mondiale. Da Astana tutti negli USA, per i primi Master 1000 in stagione, senza acuti importanti dei nostri e con Seppi che ha saltato Miami per lavorare e presentarsi al meglio sul rosso. Che marzo terminasse con un bilancio non molto positivo era purtroppo prevedibile. Storicamente i tornei americani di primavera sono sempre stati molto avari di soddisfazioni per i nostri, come del resto anche la stagione del cemento estivo in nord America.

Cemento. E’ questa la chiave del tutto. Una parola che non evoca belle sensazioni. Pensi al cemento e la mente corre verso qualcosa di duro, grigio, freddo e compatto. Qualcosa di solido, ma che con lavoro e fatica si può plasmare, per creare una struttura. Nel tennis il cemento è diventata la superficie dominante, e non da oggi. Eppure per le nostre racchette azzurre (maschili) il duro è ancora un problema, eccetto rari casi ed exploit. La domanda è facile: perché? Senza stare a rispolverare i numeri del poco amore tra i nostri tennisti ed i tornei sul cemento, la risposta è altrettanto secca: nonostante si conoscano i problemi da tempo, continuiamo a pagare il ritardo con cui il movimento si è mosso per uscire dal nostro storico “terra-centrismo”. Alla base si gioca troppo sull’amata (e bellissima) terra battuta, finendo per creare un modello di giocatore sbilanciato sul piano tecnico, tattico e motorio sulle qualità ideali ad eccellere sul rosso. Ne ho parlato anche di recente, quando ricordavo l’atavica lacuna dei nostri tennisti al servizio, ed in generale nei colpi di inizio gioco. Gli aspetti della faccenda sono moltissimi, e per analizzarli è necessario affrontarli uno per uno. Ci sarà tempo per farlo.

Questa volta preferisco non fossilizzarmi sui problemi del passato, ma provare a guardare al prossimo futuro andando a presentare quella che potrebbe essere una soluzione, o almeno un tentativo per innescare un circolo virtuoso che renda il nostro movimento più moderno e meno ancorato alla terra battuta: il Progetto Campi Veloci promosso dalla Federtennis.

Per chi non lo conosce, ecco alcuni estratti dalla pagina di presentazione sul sito federale: “Il “Progetto Campi Veloci” è un’iniziativa strategica con cui la Federazione intende incentivare i circoli italiani ad aumentare la dotazione di campi rapidi nel nostro paese, al fine di meglio supportare le esigenze di crescita tecnica dei giovani agonisti, in particolare nel settore maschile. Il progetto è scaturito da analisi di natura tecnica: la terra battuta, ad alto livello, dà solo il 27% circa dei punti in palio nel circuito maggiore, mentre gran parte dei nostri tennisti continua a basare la classifica sui tornei giocati sul rosso. Inoltre, l’allenamento e la competizione solo sulla terra (superficie dove si tengono oltre il 90% dei tornei italiani) ostacola la costruzione di tennisti in grado di affrontare il circuito pro attuale in cui, rispetto al passato, sono diventati molto più importanti i colpi di inizio gioco (servizio e risposta aggressiva). Notevole l’esempio della Spagna, dove negli ultimi 10 anni sono stati costruiti moltissimi campi in veloce (ce ne sono oltre 7.000 contro i circa 1.000 in Italia) per meglio supportare la crescita dei giovani spagnoli, che hanno iniziato a vincere su tutte le superfici. I tre paesi che producono il maggior numero di top 100 (Spagna, Francia e Germania) sono quelli dove l’attività giovanile ed agonistica è più diversificata fra terra rossa e veloce. Il Progetto è rivolto ai gestori dei Circoli affiliati alla Federazione. Si vogliono stimolare i Circoli a dotarsi di un numero maggiore di campi rapidi. Ciò consentirà, in prospettiva, di organizzare più tornei – a tutti i livelli – sulle superfici rapide. I giovani con ambizioni di agonismo potranno così allenarsi e competere su tutte le superfici, con una crescita più equilibrata e proficua sul piano tecnico, tattico e agonistico. La Federazione ha messo a punto 3 leve per stimolare i Circoli ad installare campi rapidi: 1) L’organizzazione agonistica e didattica: a partire dal 2011, molte gare giovanili, sia individuali che a squadre, saranno disputate sul veloce, inclusi i campionati assoluti per alcune classi di età; le date più richieste per l’organizzazione dei Futures ITF verranno attribuite ai circoli che organizzeranno tornei sul veloce; inoltre, nell’ambito del Progetto, L’Istituto Nazionale di Formazione Roberto Lombardi avvierà una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei maestri di base (SAT, PIA eccetera) per intensificare l’addestramento dedicato ai colpi di inizio gioco (servizio e risposta) e la tecnica di spostamento da adottare sui campi rapidi; 2) Il marketing: la Federazione ha stipulato convenzioni con le maggiori ditte produttrici di campi veloci; inoltre, sono stati presi accordi con il Credito Sportivo (ed istituti bancari, ndr) per offrire ai circoli in grado di presentare idonee garanzie finanziamenti mirati a condizioni agevolate. 3) La comunicazione: L’ostacolo maggiore al “salto culturale” del veloce è che i Circoli sono frequentati e finanziati da soci, spesso anziani, che sono molto diffidenti nei confronti dei campi rapidi”.

Oltre alla presentazione ufficiale, ne ho parlato con Roberto Commentucci, grande appassionato e da alcuni anni dirigente dilettante in FIT, dove ha spinto moltissimo per creare e promuovere questo progetto, con l’obiettivo ambizioso di dare una scossa al nostro tennis, proiettandolo verso un futuro fatto di giocatori più moderni, più pronti ad affrontare il gioco dominante oggi nel tour Pro. Un tennis che è basato sui colpi di inizio gioco, sul sapere correre sui campi in cemento, sul proporre schemi più aggressivi con tempi di gioco ridotti. In pratica, quello che serve per produrre un tennis “da veloce” e che tutt’ora resta un problema mediamente per i nostri ragazzi.

“Il progetto – ci racconta Roberto – è nato nel 2010, partendo da una mia ricerca sulla dotazione impiantistica sui paesi più simili all’Italia: Francia, Spagna e Germania. E’ emerso che nel nostro paese era presente un numero di campi da tennis in superfici veloci molto inferiore agli altri. In Spagna per es. il 35% dei campi è sul cemento all’aperto, mentre in Francia e Germania (anche per ragioni climatiche) hanno moltissimi campi indoor, con manto veloce. Questa differenza nella dotazione di campi finiva per ripercuotersi anche nell’organizzazione delle gare: il percorso di avvicinamento al professionismo, partendo dai tornei under 12 e via salendo fino agli under 18 e poi Futures e Challenger, in Italia resta estremamente sbilanciato sui tornei su terra, con un rapporto di 9 tornei sul rosso e 1 sul veloce, mentre negli altri paesi c’è molto più equilibrio nelle varie condizioni di gioco. Stessa cosa per le strutture di allenamento. Il risultato è che l’ambiente da cui i giocatori vengono fuori all’estero è molto più vario ed equilibrato rispetto all’Italia, dove il predominio netto della terra ha spesso finito per creare un tipo di giocatore, con precisi attributi. Attenzione: la terra è ottima, perché ti completa di più, ti insegna la manovra, la manualità, variare il gioco, le traiettorie, ecc. Però il veloce stimola di più il perfezionamento dei colpi di inizio gioco, e nonostante oggi le superfici siano state rallentate, le statistiche degli studi di formazione dicono che ad alto livello avere un vantaggio nel servizio e nella risposta porta a vincere la maggior parte dei punti. Ormai servizio e risposta sono i due colpi più importanti nel tennis, e da parecchi anni. Questo stato delle cose ha portato il Presidente Binaghi a lanciare il progetto, che ha la sua base in una serie di incentivi ai circoli per installare campi in sintetico, con una joint venture con 3 delle principali aziende produttrici di campi in Italia”.

Facciamo un esempio concreto: sono il presidente di un club, e voglio trasformare qualche campo in sintetico. Come si parte?

“Intanto è necessario fare uno studio di accessibilità del posto, visto che i costi di conversione sono relativi al tipo di macchinario che può arrivare al club per lavorare il campo ed asfaltarlo. E’ proprio necessario vedere le misure degli ingressi, degli spazi lavorativi, ecc. Se il club non si trova in uno spazio molto angusto, con 40mila euro si riesce a convertire un paio di campi. Per far partire la procedura non serve passare per la Federazione: basta contattare le ditte convenzionate, che sanno di dover praticare ai circoli affiliati uno sconto intorno al 20% per la posa delle resine tecniche; inoltre ci sono delle facilitazioni finanziarie attraverso il credito sportivo, che rende più agevole la procedura per i club. Il problema principale è la separazione fra proprietà e gestione, che impedisce a gran parte dei gestori di accendere mutui assistiti da garanzia reale, la forma di finanziamento più conveniente per questo tipo di investimento”.

Come sta andando il progetto a livello quantitativo?

Dal 2010 ad oggi, tra campi convertiti al veloce dalla terra e nuovi campi in veloce, sono stati costruiti circa 500 campi, tra riconversioni e nuove costruzioni. Considerato che il nostro paese in questo lasso di tempo ha attraversato la più dura recessione dal dopoguerra, è un risultato molto buono. E infine, cosa a mio avviso da non trascurare in questi tempi di spending review: il progetto non è costato un solo euro di soldi pubblici. Perché sappiamo anche troppo bene come finiscono nel nostro paese le politiche basate sui sussidi a pioggia: io Federazione dò un contributo a una associazione sportiva per costruire un campo veloce, e dopo 2 anni ci trovo un’altra associazione sportiva che ha preso il posto della prima e che su quel campo organizza più remunerativi corsi di calcetto, o di basket … Invece così chi aderisce al progetto lo fa perché ci crede veramente, non per lucrare il contributo. Infine, vorrei sottolineare un aspetto che ritengo determinante: oltre al dato numerico dei campi convertiti al rapido o dei nuovi campi installati, l’impatto più importante è quello che il progetto sta avendo sul piano della comunicazione e della mentalità”.

Ecco, proprio qua volevo arrivare… Oltre ad avere 100 o 200 campi veloci in più, il nostro tennis ha bisogno di un cambio di mentalità, partendo dalla base e dall’insegnamento, per iniziare a produrre giocatori più “attrezzati” al tennis Pro, non credi?

“Infatti, è questo il vero punto focale, oltre a quello delle strutture. Intanto la comunicazione sul progetto ha fatto sì che il problema fosse posto con forza all’attenzione di tutti coloro che sono nel mondo del tennis: maestri, tecnici, circoli, giocatori, genitori, ecc, oggi sono tutti più sensibili e attenti al problema, e lo si vede dalle scelte di programmazione dei ragazzi più giovani con ambizioni di agonismo, che vengono portati di più a giocare tornei ed allenarsi sui campi veloci. E poi l’Istituto di Formazione “Roberto Lombardi” ha ammodernato in modo netto i protocolli di allenamento ed i contenuti dei corsi (1° e 2° grado, maestro e tecnico nazionale) dando molta più enfasi al giocare su più superfici, fin dalla prima formazione dei ragazzini. Questo ha portato ad una diversa attenzione ai colpi di inizio gioco ma anche alla tecnica di spostamento, a come si appoggiano i passi, che sul rapido è molto diverso dalla terra e che è fondamentale imparare nella fase sensibile dell’apprendimento motorio, ossia quando si è molto piccoli, prima dei 13 anni. Non è un caso che le nazioni che producono i giocatori tecnicamente migliori siano la Rep. Ceca, la Francia e la Germania, che sono nazioni dove si gioca sul veloce al coperto in inverno e sulla terra nella buona stagione. Oltre, naturalmente, alla loro grande scuola”.

Quindi riuscire a spostare maggiormente le competizioni giovanili oltre la terra può essere un punto di svolta tecnico, e culturale.

“Assolutamente. Far svolgere i tornei junior quasi esclusivamente sul rosso ha finito per enfatizzare il grande “male culturale” del nostro tennis giovanile, ovvero l’attenzione eccessiva al risultato immediato. Cosa è successo molto spesso nel nostro mondo giovanile? Abbiamo avuto ragazzini alti, che servono bene per la loro età e momento di crescita, dotati di un tennis aggressivo e quindi “moderno”, che però sono fallosi, lenti e ancora poco coordinati e reattivi. Questi ragazzi sulla terra vedono enfatizzati i punti di debolezza e vanificati quelli di forza; tendono a perdere quasi sempre contro il ragazzino più leggero, normotipo, quindi più coordinato e con colpi di rimessa; alla fine il ragazzino più alto e aggressivo, giocando troppo sulla terra, finisce per smettere perché perde troppo spesso, vista l’attenzione eccessiva che viene data al risultato, quando invece proprio lui, più dell’altro, avrebbe avuto le potenzialità per diventare forte da grande; il “pedalatore” che vince molto da piccolo invece finisce per smettere dopo qualche anno perché è un giocatore limitato, che non progredisce anche se vinceva a 12-14 anni. E’ fondamentale dare una sferzata culturale al modo di vivere ed insegnare il tennis in Italia, e questo si spera che sia l’aspetto che il progetto campi veloci può produrre nel tempo. Predicare un tennis più completo e più aggressivo, con colpi di inizio gioco forti, perché questo comporta in prospettiva una maggiore attenzione al lavoro di costruzione tecnica che serve quando ci si sposta verso il modello prestativo del professionista, ossia un giocatore che a 14 anni non vince molto perché sbaglia tanto, ma che se lavora per costruire le armi giuste se le ritroverà più avanti. Le superfici veloci sono una sorta di “cavallo di Troia” per cambiare questa mentalità, far lavorare i ragazzi con una diversa e migliore qualità. Anni fa chiesero a Volandri cosa gli fosse mancato per entrare nei primi 10 del mondo. Rispose, netto, che fino a 16 anni non conosceva i campi veloci, e pur essendo fortissimo sul rosso, si era portato dietro per sempre limiti tecnici di una crescita basata solo sulla terra. Questa situazione non deve ripetersi mai più”.

Il cambiamento quindi ha interessato anche la scuola maestri

“Si, in profondità. Già il lavoro di Roberto Lombardi aveva spostato l’attenzione sui colpi di inizio gioco, sulla capacità di spostamento sul rapido, ecc. Questi concetti sono stati ripresi e rilanciati con forza da Michelangelo dell’Edera, il nuovo direttore dell’Istituto di Formazione della Federazione, che è riuscito a far arrivare questo messaggio in modo capillare anche in periferia grazie anche ai tanti corsi di aggiornamento ai “vecchi” maestri, a cui sono stati forniti strumenti più moderni e importanti”.

Come è stato accolto il progetto dai circoli?

“Se n’è parlato tanto, con posizioni molto diversificate. Molti club sono gestiti da una dirigenza anziana, che pensa soprattutto alla attività dei propri soci, e quindi con posizioni molto conservative, e poco interessate alla questione. Parlando però alla dirigenza dei club e spiegando le cose, il risparmio dei costi di gestione, i potenziali maggiori flussi di cassa, ecc, si possono ottenere risultati positivi. Si sta lavorando anche sui tornei, cercando di aiutare l’organizzazione di eventi professionistici sul veloce, tanto che l’anno scorso a fine stagione abbiamo avuto un mini circuito di tre Challenger indoor di fila (Ortisei, Brescia e Barletta), per un totale di 5 nel 2014, che pensando alla nostra storia non sono pochissimi. Sono segnali che si cerca di dare al sistema, tutti tesi verso la stessa direzione. Guardando alla base, qualcosa si inizia vedere, come ragazzini/e di 13 anni che servono meglio, con movimento molto corretto ed una diversa attenzione ai colpi di inizio gioco. Serve tempo per lavorare e continuare su questa strada”.

Un’ultima curiosità: il progetto dove è stato accolto meglio, in qualche area del paese?

“In provincia piuttosto che nelle grandi città, perché il piccolo club di periferia è più sensibile agli stimoli che vengono dal centro, e ha capito meglio l’opportunità di crescita”.

In conclusione, la mia sensazione è che il Progetto Campi Veloci sia molto positivo e che debba essere perseguito con forza. Ma perché si è aspettato tanto per un’azione del genere, visto che saranno necessari anni per produrre risultati? Colmare il gap che si è creato (soprattutto negli anni ’90) a livello organizzativo e culturale non sarà facile. Temo che il percorso del nostro tennis verso un futuro meno “terra-centrico” resterà impervio, e con tempi medio-lunghi per raccogliere frutti importanti. Per quanto l’idea sia corretta, non sarà facile vincere le resistenze che, inutile negarlo, ci sono eccome, soprattutto alla base. Sarà indispensabile che una nuova generazione di maestri spinga sull’acceleratore, riuscendo a plasmare giovani atleti verso un gioco più rapido, più esplosivo, ma senza dimenticare che la terra battuta riesce a fornire un bagaglio tecnico e tattico superiore, essendo più completa e difficile da interpretare. Sarà indispensabile che i club aiutino i maestri in questo percorso, senza delegare loro l’intera scuola tennis – come spesso accade – impegnandoli pure nel “marketing” e perdendo energie e tempo al lavoro sul campo… Sarà importante che le famiglie lascino fare il loro lavoro ai tecnici, senza intromettersi in questioni su cui non hanno competenze, smettendola di pensare che il proprio figlio sia un campione e “debba vincere subito” per continuare a farlo in futuro. Trovare un bilanciamento tra queste forze tra di loro contrastanti sarebbe l’ideale, lavorando su ragazzi dotati naturalmente sul piano motorio. Sarebbe imboccare la porta verso il successo, ma è una porta difficile da trovare in quel labirinto intricatissimo che si chiama tennis…

 

Marco Mazzoni

@marcomazz


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17 commenti. Lasciane uno!

Sasha (Guest) 03-04-2015 22:50

Mah. Bolelli gioca meglio sul veloce. Seppi non mi pare un terraiolo. I problemi della Fogna sono altri. Quando ci sta ha dimostrato di giocar bene ovunque. Quinzi, Donati e Napolitano sono chiaramente giocatori da veloce. Non mi pare una pensata epocale.

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crapa (Guest) 03-04-2015 18:22

@ Miiiiii (#1304602)

Immagino che il cemento di cui parli sia il calcestruzzo per le pavimentazioni o addirittura l’asfalto di normale bitume dipinto con la vernice colorata, ne ho visti tanti di campi così, negli oratori, nei cortili di scuole, nei parchi gioco comunali, e purtroppo in qualche impianto sportivo privato dedito al business del calcetto, ma fortunatamente mai in un circolo di tennis.
Giocare su queste superfici è quasi un suicidio, non sono adatte per giocare a tennis, e credo che non lo siano nemmeno per gli altri sport.
I veri campi da tennis in “cemento” sono fatti in genere in cemento poroso su sottofondo filtrante, e poi ci sono quelli detti in “cemento” ma che sono realizzati con resine sintetiche, immagino che la maggior parte dei campi su cui giocano i pro siano in quest’ultimo materiale.

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Koko (Guest) 03-04-2015 17:53

Il problema è che anche coloro che nascono sul cemento vengono indotti a tornare terraioli per motivi di logistica nella programmazione di tornei. Mi risulta che tennisti come Gaio,Fabbiano, Trevisan per non parlare di Quinzi siano nati soprattutto sul cemento ma per poi gradualmente essere costretti dalla loro programmazione iniziale e dai tornei giocabili a trasformarsi in mezzi terraioli. Di terraiolo puro avevano pochino ma i tornei che potevano giocare per motivi ideologici (con allenatori Latini) ma anche pratici ed economici erano solo quelli su terra rossa. Caso limite Quinzi bollettieriano convertito dagli Argentini ad essere un mezzo terraiolo inadatto.Ed è anche per questo motivo che alla fine non sono forti da nessuna parte. Non sono nè specialisti puri della terra (che tra l’altro non ha più molto senso nel tennis odierno sempre aggressivo da fondo anche sul rosso) nè da cemento nè da erba. La mancanza di identità tecnica li sprofonda nell’anonimato del tennis. A mio avviso più che un generico riconvertire al cemento il passo decisivo sarebbe ORGANIZZARE più challengers e futures su cemento! Più Recanati e meno tornei estivi-balneari su rosso. E’ un vero peccato non sfruttare i bei campi in rosso che adornano i nostri circoli di tradizione ma se si vuole migliorare occorre ripristinare un ATP indoor come Milano e dare fiato a tanti tornei minori su cemento anche in inverno e in indoor (nel Nord Italia non vedo perchè questo non venga già fatto).

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Original Giulio (Guest) 03-04-2015 16:08

Bellissimo articolo Marco,hai centrato il problema..speriamo di uscire presto dalla arretratezza tennistica a cui il nostro “terra-centrismo” ci costringe.

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Fabio (Guest) 03-04-2015 14:09

Scritto da Barnoix
parlano di campi veloci ma vedo che la fit ha voluto 30 tornei futures a santa margherita di pula su terra rossa, c’ è qualcosa che non torna

Se fosse facile trovare in Italia posti disposti a organizzare e ospitare 30 futures sul cemento, non ci sarebbe bisogno del Progetto Campi Veloci. :wink:

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Barnoix 03-04-2015 13:01

parlano di campi veloci ma vedo che la fit ha voluto 30 tornei futures a santa margherita di pula su terra rossa, c’ è qualcosa che non torna :lol:

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enrico (Guest) 03-04-2015 11:59

Sarebbe l’ora che la FIT facesse giocare le competizioni a squadre
ed i tornei da U1o a U14 solo su campi veloci.
è dal ’81 che lo dico

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Miiiiii (Guest) 03-04-2015 11:40

quando ero giovane si giocava solo su terra rossa (ed era bellissimo e anche costoso); qualche volta si sognava di giocare sull’erba (e magari qualcosa si riusciva anche a improvvisare); gli sf….ortunati (toccava anche a me qualche volta!) giocavano sul cemento perché costava poco, e si spaccavano caviglie e ginocchia… Bello il mondo, perché cambia..

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tennista (Guest) 03-04-2015 10:52

questo è un vero reportage, vero giornalismo, complimenti al Mazzoni (e non solo per questo articolo, i suoi pezzi non sono mai banali). Da giocatore penso che il progetto sia molto interessante, io ho giocato quasi solo sulla terra anche in torneo come la maggioranza degli italiani e le poche volte che ho giocato sul cemento correvo male, nessuno mi ha mai insegnato come si corre sul cemento. la sproporzione con la Spagna è incredibile, possibile che arriviamo sempre per ultimi, quando arriviamo? poi il discorso delle resistenze alla base è la triste realtà. quanti maestri davvero si prodigano nell’insegnamento? troppi sono attenti solo al proprio orticello e reclutare ragazzini, i club dovrebbero essere più presenti nelle scuole tenis e serve un cambio di mentalità generale, campi veloci o no. se i campi veloci possano aiutare, ben vegnano

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guidoyouth (Guest) 03-04-2015 10:39

@ utente registratissimo (#1304564)

è vero ma dobbiamo anche considerare che da parecchi anni non esiste più la specializzazione delle superfici, si gioca in modo simile un po’ ovunque, si gioca tirando forte a partire dal servizio.

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andrea (Guest) 03-04-2015 10:38

Scritto da utente registratissimo
Condivido i contenuti dell’articolo. Tuttavia io ritengo che il terra-centrismo non sia il problema principale. Se la questione fosse solo quella relativa alla produzione di tennisti concentrati su di un unico fondo di gioco, in Italia si sarebbe dovuto assistere alla crescita di grandissimi specialisti su questa superficie. Invece i tennisti italiani negli ultimi trenta anni hanno raccolto veramente poco, in termini di tornei vinti, anche sulla prediletta terra rossa.
Per fare un esempio: nelle discipline veloci dello sci alpino vi sono atleti che prediligono alcuni “terreni di gioco” quali le piste di scorrimento ed altri che invece preferiscono piste più tecniche.
Kristian Ghedina era un grandissimo scivolatore, per la sensibilità straordinaria di cui era dotato, mentre Peter Runggaldier proprio non digeriva lo scorrimento e preferiva i ripidi ghiacciati ed ipertecnici. Tuttavia nelle superfici predilette i due eccellevano. Questo è il punto.
Negli ultimi trenta anni di tennis italiano, purtroppo, si sono succedute schiere di terraioli che, pur amando solo i campi lenti, hanno reso molto poco anche sull’unica superficie amata. E tornei importanti come Montecarlo, Roma, RG non solo non li hanno mai vinti, ma nemmeno sono stati particolarmente competitivi tranne rarissime occasioni (una volta Volandri a Roma, Fognini due anni fa a Montecarlo ed aggiungiamoci anche i quarti di Furlan a Parigi). Se il problema si potesse inquadrare nel titolo “I nostri se la giocano con tutti sulla terra, ma il cemento è indigesto”, allora il progetto campi veloci avrebbe un valore decisamente più elevato. Ma in realtà non credo sia opportuno ritenere che la moltiplicazione delle superfici in cemento sia il fattore risolutivo principale.

Mi pare di capire che il senso del progetto sia quello di costruire giocatori più completi. E un giocatore più completo nel tennis globalizzato di oggi è più forte di uno specializzato.
Se servi e rispondi meglio giochi meglio a tennis e sei un giocatore migliore e più forte.
Non solo sul veloce, ma anche sulla terra battuta.

7
bad_player (Guest) 03-04-2015 10:32

secondo me è essenzialmente una questione di mentalità.
Le sole strutture non cambieranno nulla.
Siamo in un paese dove la gente idenfica (credendoci davvero!!!) il tennis con la terra rossa e dove il telespettatore saltuario conosce solo il RG e gli Internazionali di Roma.
C’è quindi anche un problema di scarsa cultura tennistica aggravata dall’incompetenza di qualche tenecronista della tv pubblica, specie negli anni 80-90.
Non usciremo mai da questo pantano.

6
andrew_the_first (Guest) 03-04-2015 10:30

iniziativa di facciata per tenere buono Commentucci…

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utente registratissimo (Guest) 03-04-2015 10:27

Condivido i contenuti dell’articolo. Tuttavia io ritengo che il terra-centrismo non sia il problema principale. Se la questione fosse solo quella relativa alla produzione di tennisti concentrati su di un unico fondo di gioco, in Italia si sarebbe dovuto assistere alla crescita di grandissimi specialisti su questa superficie. Invece i tennisti italiani negli ultimi trenta anni hanno raccolto veramente poco, in termini di tornei vinti, anche sulla prediletta terra rossa.
Per fare un esempio: nelle discipline veloci dello sci alpino vi sono atleti che prediligono alcuni “terreni di gioco” quali le piste di scorrimento ed altri che invece preferiscono piste più tecniche.
Kristian Ghedina era un grandissimo scivolatore, per la sensibilità straordinaria di cui era dotato, mentre Peter Runggaldier proprio non digeriva lo scorrimento e preferiva i ripidi ghiacciati ed ipertecnici. Tuttavia nelle superfici predilette i due eccellevano. Questo è il punto.
Negli ultimi trenta anni di tennis italiano, purtroppo, si sono succedute schiere di terraioli che, pur amando solo i campi lenti, hanno reso molto poco anche sull’unica superficie amata. E tornei importanti come Montecarlo, Roma, RG non solo non li hanno mai vinti, ma nemmeno sono stati particolarmente competitivi tranne rarissime occasioni (una volta Volandri a Roma, Fognini due anni fa a Montecarlo ed aggiungiamoci anche i quarti di Furlan a Parigi). Se il problema si potesse inquadrare nel titolo “I nostri se la giocano con tutti sulla terra, ma il cemento è indigesto”, allora il progetto campi veloci avrebbe un valore decisamente più elevato. Ma in realtà non credo sia opportuno ritenere che la moltiplicazione delle superfici in cemento sia il fattore risolutivo principale.

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guidoyouth (Guest) 03-04-2015 10:16

il cambio di mentalità deve arrivare soprattutto dai circoli dove il cemento è visto peggio del demonio :grin:

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Fab (Guest) 03-04-2015 09:54

Meglio tardi che mai!!! :mrgreen:

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zedarioz 03-04-2015 09:21

Purtroppo cambiare mentalità è molto più difficile che cambiare campi. Per cambiare mentalità e trovare questa nuova generazione di maestri c’è anche bisogno che la vecchia generazione ammetta i propri errori e collabori con la nuova. E in Italia sappiamo che è durissima. Molto più che spendere 40.000 euro per cambiare due campi….

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