Psiche e Tennis Copertina, Generica

Il mito della freddezza

10/05/2022 17:28 11 commenti
L'indimenticata Jana Novotna nella foto
L'indimenticata Jana Novotna nella foto

Quando guardiamo una partita di tennis, e il giocatore o la giocatrice per cui facciamo il tifo non chiude a suo favore un punto delicato, può venire quasi naturale cercare le cause che l’hanno portato/a a perdere il punto nel controllo delle emozioni, il cosiddetto “braccino”, e richiamare alla mente atleti o atlete che nelle situazioni topiche di un match davano invece la sensazione di avere tutto sotto controllo, anche negli scambi più complessi, o addirittura di sentirsi ancora più a loro agio con quel tipo di tensione.

E questo potrebbe portarci a pensare al mito della freddezza, dell’atleta emotivamente glaciale e imperturbabile. Se paragoniamo tra loro giocatori come Fognini, Kyrgios o Nadal, ci troviamo di fronte stili di gestione delle emozioni differenti. Perdere un punto in una fase delicata di un match, mentalmente parlando, può essere paragonato allo stare nel bel mezzo di un ingorgo che ci farà arrivare in ritardo a lavoro. Come reagireste in questa situazione? Contro voi stessi, contro gli altri, o manterreste la lucidità? E cosa differenzia queste diverse reazioni?
Possiamo provare a cercare la risposta a questo quesito nel concetto di autoefficacia, che può essere descritto come il senso di fiducia nelle proprie abilità, tale da fornirci la percezione di poter affrontare un determinato compito con successo.

Tuttavia, se una determinata situazione viene codificata come pericolosa, significa che una zona del nostro cervello, l’amigdala, il centro di controllo delle nostre emozioni, ha riconosciuto, nel confronto tra l’esperienza corrente e quelle passate, un segnale per il quale è meglio metterci in guardia, e per fare questo ci offre tre soluzioni immediate e biologicamente adattive: attacco, fuga, freezing. Quando allora osserviamo giocatori come Paire, Fognini, o Kyrgios perdere il controllo durante un momento delicato del match, probabilmente ciò che sta accadendo è che le risorse disponibili per un problem solving più “raffinato” non siano più sufficienti per evitare l’attivazione del nostro sistema limbico: la reazione “ruba” il posto all’azione, il senso di pericolo supera la percezione di autoefficacia, e ci si ritrova ostaggi del cosiddetto sequestro emotivo. Quello che nel trading ti può far perdere soldi, nella vita può logorare le relazioni, nel tennis può far perdere le partite.
Quando il carico cognitivo è tale da rendere inefficace la gestione della frustrazione, con reazioni a volte rabbiose contro sé stessi o contro gli altri, le cause possono essere molteplici, e non sempre vanno ricercate all’interno di un singolo incontro, o un singolo punto. Ad esempio, possiamo avere ridotte risorse cognitive a disposizione perché abbiamo dormito poco e male, perché abbiamo litigato con la nostra compagna o il nostro compagno, perché non vinciamo una partita da tanto e tendiamo a pensare eccessivamente durante tutto l’incontro, o semplicemente perché sentiamo di non esserci allenati abbastanza.
È come se la memoria RAM di un telefonino fosse sovraccarica per l’eccessivo numero di applicazioni aperte in contemporanea.

In sintesi, quella che chiamiamo in gergo freddezza non è altro che la capacità del tennista e della tennista di far fronte agli eventi stressanti di un match attraverso risposte cognitive e di gestione emotiva adeguate alla situazione.

Non tutti gli atleti hanno imparato ad affrontare questo tipo di eventi in autonomia nel migliore dei modi, e molto può dipendere dal mix di variabili biologico-ambientali che hanno influenzato la crescita di quel singolo individuo. Tuttavia, pur trovandoci di fronte a comportamenti o attitudini non irreversibili o prive di margini di miglioramento, la falsa credenza che lo psicologo si occupi esclusivamente di “disturbi mentali” ha per lungo tempo tenuto lontano questa figura dal mondo dello sport, facendoci percepire come normale la frustrazione che si manifesta durante un match, con i suoi monologhi infiniti, le racchette distrutte o le accuse all’avversario, all’arbitro o al tifo troppo rumoroso, come se fossero aspetti del gioco sul quale si può fare poco o niente, perché semplicemente quel giocatore è troppo emotivo, troppo impulsivo, o senza carattere.
Per questo la notizia di Lorenzo Musetti, che avrebbe potuto scegliere di non condividere pubblicamente, di richiedere il supporto di uno psicologo, assume particolare significato, in quanto potrà dare coraggio a tutti quegli atleti, che ancora oggi, hanno paura di appoggiarsi a un professionista, per timore di essere a sproposito etichettati come deboli, strani, o senza speranza, e far comprendere a chi ancora nutre dei dubbi, che l’intervento dello psicologo nello sport è possibile, utile, e forse necessario.



Dott. Marco Caocci


TAG:

11 commenti. Lasciane uno!

Shapetti (Guest) 10-05-2022 15:44

Ammazza quando la Novotna doveva chiudere un match faceva venire gli attacchi di ansia pure a uno zombie ‍♂️ “Braccino” per lei è pure poco… Comunque, gestire la pressione è semplice: basta concentrarsi sul gesto tecnico, ovvero sullo schema di gioco (che riesce meglio), inibendo ogni altro fattore esterno. Se non ci riesci non è un problema di “pressione” (che è determinato da fattori esogeni) ma un problema di incapacità di direzionare il proprio focus emotivo e cognitivo (determinato da fattori endogeni). Se ti appresti a servire sul 30-40 secondo servizio e pensi “Mioddio ora potrei fare un doppio fallo” è probabile che tu lo faccia. Se invece ti appresti a servire, decidi di giocare un kick bello carico e anticipi mentalmente il lancio di palla leggermente arretrato e a sinistra, visualizzando esattamente punto di impatto con la racchetta e il successivo swing di accompagnamento, allora è probabile che tu faccia una ottima seconda di servizio, perché pensi solo al gesto tecnico che il tuo corpo sa fare bene e inibisci ogni altro pensiero che non c’entra nulla col gesto tecnico e che anzi lo ostacola. Il focus primario nei momenti caldi deve essere sempre il punto come evento tecnico tattico da prefigurare e mai come situazione di punteggio: “Oddio matchpoint” “oddio se faccio doppiofallo perdo”; “Oddio se faccio sto punto vinco Wimbledon…” errore in cui è incorso pure L’Altissimo ac RFerendissimo, ahinoi!

11
Replica | Quota | 1
Bisogna essere registrati per votare un commento!
+1: MarcoMpubblicaciochevuole
MarcoMpubblicaciochevuole 10-05-2022 15:23

Bronzetti che ha questa dote, attualmente al primo game alla battuta difatti sta servendo da dieci minuti

10
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
MarcoMpubblicaciochevuole 10-05-2022 15:21

Scritto da Giampi
Tutto condivisibile. Aggiungo solo che il grande campione gestisce meglio la sua presenza sul campo perché è più forte. L’impressione è che le intemperanze di molti giocatori nascono dalla sensazione di giocare al “limite” e quindi spesso vanno fuori giri. Il motivo per cui i Nadal, i Federer non rompono racchette, non litigano con il pubblico, con l’arbitro, non fanno trucchetti alla Tsisipas o alla Zverev, è dovuto al fatto che mentalmente sono in una confort zone. Il motivo per cui, ripeto, i Medvedev, gli Tsisipas, gli Zverev non lasceranno un segno nella storia del tennis è questo. Anche inconsciamente, sanno che stanno giocando al loro limite, che non hanno margine, e il nervosismo è figlio di questa consapevolezza. Questo in Alcaraz che vinca o perda non lo vedi.

Abbi pazienza, ma Sacha mi sembra che badasse per il sodo senza peli sulla lingua, vedasi la sua partecipazione ad Acapulco con rabbia sfogata purtroppo contro il “chair umpire” più più interviste madrilene docent, il tutto con preambolo di ben 4 notti sommando i due tornei distanti tre mesi fra loro con rientro in reception in hotel di Zverev avvenuto suo malgrado in piena mattina, il che non è che contribuisca a calma e freddezza….

9
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
MarcoMpubblicaciochevuole 10-05-2022 15:14

Bell’articolo, doti assenti nella Wta, con tutto il rispetto per tali atlete, in Miyazaki, Parrizas Diaz, Linette, Zidanšek, Baptiste

8
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
ilpallettaro (Guest) 10-05-2022 14:05

molto interessante.
credo che una componente fondamentale della capacità di gestire l’emozione sia la profondità della autopercezione di sufficienza, ossia quanto siamo davvero sicuri di poter gestire dal punto di vista tecnico gestuale quella situazione di gioco: se io non sono molto convinto di avere la capacità di servire una seconda palla in sicurezza, quando arriverà il sovraccarico emotivo di un match point sulla mia seconda la mia capacità razionale incontrerà quella insicurezza e arretrerà di fronte all’allarme lanciato dalla amigdala e verrò sopraffatto dall’emozione.
in questo senso, credo che il lavoro del mental coach possa incontrare il lavoro sul campo guidandolo.
detto questo, non credo che un fognini venga sopraffatto dalle emozioni quando le cose si mettono male, credo al contrario che alcuni giocatori a cui piace giocare un tennis ad alto coefficiente di difficoltà e dunque con il rischio di continui errori giochi anche con la loro tensione emotiva per fargli superare la paura dell’errore, e che questo gli consenta di non snaturare le loro caratteristiche di giocatori d’attacco, propositivi, alla costante ricerca del punto anche se vengono da dieci punti persi di fila.

7
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
Giampi 10-05-2022 13:49

Tutto condivisibile. Aggiungo solo che il grande campione gestisce meglio la sua presenza sul campo perché è più forte. L’impressione è che le intemperanze di molti giocatori nascono dalla sensazione di giocare al “limite” e quindi spesso vanno fuori giri. Il motivo per cui i Nadal, i Federer non rompono racchette, non litigano con il pubblico, con l’arbitro, non fanno trucchetti alla Tsisipas o alla Zverev, è dovuto al fatto che mentalmente sono in una confort zone. Il motivo per cui, ripeto, i Medvedev, gli Tsisipas, gli Zverev non lasceranno un segno nella storia del tennis è questo. Anche inconsciamente, sanno che stanno giocando al loro limite, che non hanno margine, e il nervosismo è figlio di questa consapevolezza. Questo in Alcaraz che vinca o perda non lo vedi.

6
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
Kid cox (Guest) 10-05-2022 13:28

Sagge parole…
Le avesse lette Fognini anche solo 10 anni fa… chissà…

5
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
Losvizzero 10-05-2022 12:56

Livetennis per il sociale. In un ingorgo l’italiano medio impreca bestemmia sclera, stai tranquillo solo se non sei in ritardo, ma conosco gente che sclera comunque,sicuramente Fognini è uno di quelli 😆

4
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
Cris Livorno (Guest) 10-05-2022 12:42

Bellissimo articolo. Complimenti al dottor Carocci. Il tennis parafrasi della vita.

3
Replica | Quota | 0
Bisogna essere registrati per votare un commento!
lapadula (Guest) 10-05-2022 12:12

ottimo articolo, è chiaro che una figura come quella dello psicologo può trovare spazio nel tennis come in molti sport, non si tratta di psichiatria, disturbi mentali ecc ma solo di un supporto emotivo che può aiutare nella crescita a far sbloccare alcuni aspetti, anche se sono abbastanza convinto, come è stato scritto, che la pura freddezza nei momenti clou è qualcosa che si ha già dentro dalla nascita oppure no

2
Replica | Quota | 1
Bisogna essere registrati per votare un commento!
+1: Jasmine
csigalotti 10-05-2022 12:09

Bellissimo intervento. considerazioni che valgono in generale, non solo per il tennis. Stress, ansie, paure, sono tutte facce della stessa medaglia. E’ come se identificassimo l’interlocutore che ci mette in difficoltà (o il task che dobbiamo fare) con un pericoloso animale. E li si attivano le nostre armi difensive, quelle che abbiamo imparato ad usare con un minimo di efficacia. Fuga, procastinazione, rabbia … Ma, e questo è il problema, queste armi sono efficaci contro alcuni dei pericoli che affrontiamo. Ma sono dannose, invece, contro la maggiorparte delle situazioni difficili che abbiamo di fronte tutti i giorni. A mio avviso non solo è utile l’intervento di qualcuno che spieghi e aiuti a distinguere le varie situazioni, ma è fondamentale. Perchè migliorare si può. E migliorare la reazione allo stress, alle paure eccetera, non solo consente di fare enormi passi in avanti. Ma consente anche di migliorare notevolmente la qualità della nostra vita. Chi non lo fa, nel tennis come nella vita, perde una grande occasione. Detto questo, il percorso di miglioramento non è comunque semplice. Richiede applicazione, costanza e pazienza. Esattamente come migliorare uno skill tecnico. E’ anche compito di genitori e scuola dare queste skill il prima possibile. Ma si tratta di skill sofisticate che, molto spesso, nessuno ci fornisce in tenera età.

1
Replica | Quota | 1
Bisogna essere registrati per votare un commento!
+1: Jasmine