Cobolli si racconta prima di Wimbledon: “Il sogno è entrare alle Finals di Torino. Super coach? Non so come, ma è uno step che va fatto”
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Una finale Slam ti cambia la vita. Soprattutto necessita un cambio di mentalità perché l’asticella degli obiettivi si alza e non di poco, quindi è necessario sì restare coi piedi per terra ma senza la paura di cambiare passo per cavalcare l’onda. Flavio Cobolli prima di Wimbledon ha concesso una lunga intervista al Corriere, nella quale parte dalle travolgenti sensazioni successive alla finale – inattesa ma sognata – a Roland Garros e si conclude con il tema caldo dell’agitazione sindacale spontanea dei giocatori contro gli Slam, per strappare una fetta superiore degli introiti enormi dei quattro massimi tornei (il 15%, proprio come i minuti anche a Londra dedicano alla stampa in segno di protesta) e condizioni migliori, oltre al voler contare di più nelle decisioni tecniche ed organizzative. Questi i passaggi più interessanti dell’intervista concessa dal romano.
“Dalla finale a Roland Garros sono uscito scombussolato: devo ancora rendermi conto di quello che è successo” confessa Cobolli. “Mi fermano per strada per parlarmi della partita con Zverev, si è fatta viva gente che non sentivo da anni… Bello, significa che sono riuscito a trasmettere qualcosa alla gente. Quanto a me, mi sto impegnando tanto per rimanere lo stesso”. Eppure il festeggiamento è stato per così dire modesto, pizza e birra con il suo team ristretto. È parte della sua forza: “Per me è importante rimanere con le persone che mi stanno accompagnando in questo viaggio, senza lasciare fuori nessuno. Fare le cose semplici, stare insieme senza tanti pensieri, mi piace“.
Essere un top 10 necessita un cambiamento: “È necessario farlo, e in breve tempo. È troppo importante rimanere sui propri obiettivi per mantenere alti livello e classifica. Il sogno, quest’anno, è entrare negli otto maestri che parteciperanno alle ATP Finals di Torino. Non posso fare tutto da solo: ho bisogno di aiuto e non mi vergogno a chiederlo. Cambia la mentalità, però, non l’uomo: stravolgermi sarebbe sbagliato”
Papà Stefano è la sua guida da sempre. Nessun Super coach all’orizzonte? “L’idea mi frulla in testa. Non so quando, non so come, ma è uno step che va fatto. Il mio super coach oggi è papà: nessuno mi conosce come lui. Sono presuntuoso: se ci lasciassimo, avrebbe richieste anche dai più grandi”.
Amicizie, un valore enorme per Flavio: da Bove (sfortunatissimo calciatore ex compagno alle giovanili della Roma a Trigoria) a Berrettini, un mentore e quasi secondo padre… “Eduardo è il mio angelo in terra, e sono fortunato ad averlo. L’incidente ci ha legati ancora di più. Di Edo mi fido: gli dico tutto, gli chiedo aiuto. Ce l’ho tatuato sulla pelle. Mi piacciono la sua umiltà e generosità, doti che riconosco anche a me stesso. Berrettini? Mio padre è stato il suo primo maestro, insieme a Vincenzo Santopadre. Ho sempre guardato a Matteo come a un punto di riferimento, ci siamo un po’ persi quando lui è andato a Montecarlo: era il periodo in cui dovevo ancora decidere se giocare a calcio o a tennis. La vita ci ha separati e fatti ritrovare. Anche lui ha un fratello splendido e una famiglia che lo supporta”.
Matilde, la sua compagna, lo accompagna da sempre: “L’ho conosciuta che aveva 16 anni e io 18. Mi ha scelto quando non ero nessuno, in cambio io ho colto subito la sua purezza: non era difficile. Spero che staremo insieme per tutta la vita, che avremo dei figli che ci leghino ancora di più. Io la mia esistenza non me la immagino, senza Matilde. Studia economia sanitaria alla Cattolica, a Roma, sogna di dirigere un ospedale. Mi ha accettato per come sono”.
Interessante la definizione di se stesso: “Sono un freddo, non ho paura di niente e di nessuno ma con il pallone tra i piedi avvertivo più pressione che divertimento. Il tennis, invece, mi faceva sentire libero. In campo preferisco lottare da solo: le cavolate me le devo intestare tutte io. Da calciatore non mi sarei mai espresso con la libertà che ho oggi. Zero rimpianti. (…) Edo Bove mi ha attaccato la passione per la moda e per il bello. Ho imparato ad arredare la casa con oggetti particolari, a vestirmi bene: mi piace essere notato. Non nego di avere una collezione di maglie del calcio però la collaborazione con Brunello Cucinelli mi emoziona: con i suoi abiti addosso è impossibile non essere bello”.
Chiusura per la compatta azione dei giocatori contro gli Slam, battaglia che Cobolli sposa a pieno: “Condivido la battaglia: siamo i protagonisti del tour, vogliamo più voce in capitolo. In spogliatoio è un argomento di cui si parla parecchio. Se il boicottaggio avesse una partecipazione larga, non avrei problemi a partecipare“.
Quarto nella Race to Turin, Flavio sogna in grande e si appresta a tornare in campo a Wimbledon, dove lo scorso anno disputò un gran torneo, battagliando ad armi pari contro Djokovic nei quarti dopo aver battuto tra gli altri Mensik e Cilic. Centrare le Finals è un obiettivo concreto, e passa anche da un gran torneo sui prati dei Championships. L’esordio contro Navone non dovrebbe – sulla carta – essere un ostacolo terribile, poi si inizia a far sul serio e servirà tutta la esplosività, energia e classe del “Cobbo” ammirato a Parigi.
Marco Mazzoni
TAG: Flavio Cobolli, Marco Mazzoni

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Idee chiare, a differenza di altri….