Matteo ha giocato la finale 2021 ai Championships ATP, Copertina

Wimbledon, Berrettini: “Sono nel momento di maggiore maturità. Qui mi sento a casa”

28/06/2026 15:37 1 commento
Matteo Berrettini a Wimbledon
Matteo Berrettini a Wimbledon

Di ritorno a Wimbledon, il torneo che più di ogni altro gli ha regalato emozioni e che lo vide raggiungere la finale nel 2021, Matteo Berrettini si presenta con una consapevolezza diversa. Dopo le tante difficoltà fisiche degli ultimi anni, il romano sente di aver raggiunto una maturità tennistica e personale che gli permette di affrontare il circuito con maggiore serenità. L’ambizione è rimasta intatta, ma oggi è accompagnata dalla capacità di godersi il percorso e dall’amore per uno sport che continua a essere il motore della sua carriera.

D. Come riesci a gestire mentalmente gli infortuni e le ricadute?

Berrettini: “La prima cosa che mi aiuta è sapere di aver sempre dato tutto. È uno dei motivi per cui non ho rimpianti nella mia carriera. Poi bisogna distinguere i vari tipi di infortunio. Quello che è successo a Parigi è stato diverso: ho finito il match, avevo giocato cinque partite ad altissimo livello e per tantissime ore. È più facile accettare un problema del genere rispetto ad altri. Il nostro lavoro è cercare di tornare ogni volta in campo e, in uno sport individuale come il tennis, è importante riuscire a rimettere da parte tutto il resto.”

D. Ti sei fatto aiutare anche dal punto di vista mentale?

Berrettini: “Lavoro con uno psicologo dello sport da tanti anni. Ho iniziato quando avevo diciassette anni e ho sempre creduto che la salute mentale fosse fondamentale. Ogni fase della vita è diversa: all’inizio mi aiutava con la scuola, con il rapporto con i miei genitori, con tutte le cose che vive un ragazzo della mia età. Oggi è diverso, ma continuo a credere che sia importante avere una persona che ti aiuti a vedere le cose nella maniera giusta. Allo stesso tempo devo dire che anche il mio team, gli allenatori, i preparatori e la mia famiglia sono fondamentali. Cerchiamo tutti insieme di creare il miglior ambiente possibile.”

D. Come giudichi questa stagione?

Berrettini: “È stata una stagione con tanti alti e bassi, come spesso succede nel tennis. Non giocare l’Australia è stato difficile. Stavo giocando bene ed ero felice di essere tornato, ma non è stato semplice perché continuava a esserci la domanda: ‘E se succedesse di nuovo?’. Superare quella paura è stato importante. Il lavoro fatto nei mesi precedenti e il risultato ottenuto a Parigi mi hanno dato tanta fiducia. Sono orgoglioso del lavoro che sto facendo e di quello che riesco a dare ogni giorno.”

D. In che momento della tua carriera ti senti?

Berrettini: “Credo di essere in uno dei momenti di maggiore maturità dal punto di vista tennistico. Riesco a leggere molto meglio quello che succede durante le partite e gli allenamenti. Mi sorprendo meno di quello che accade nel Tour e dei risultati, anche perché ormai sono tanti anni che sono qui. Allo stesso tempo mi sto allenando con entusiasmo e mi sto divertendo come non mi era mai successo prima. Prima c’era soprattutto la voglia di arrivare, di dimostrare, di essere il migliore possibile. Oggi ho capito che fare questo sport in un certo modo mi rende pieno, mi fa sentire vivo. È anche per questo che riesco a superare le difficoltà: mi aggrappo all’amore per il tennis e non soltanto al risultato.”

D. Arrivi a Wimbledon con ambizioni diverse rispetto agli ultimi anni?

Berrettini: “L’ambizione non credo che mi passerà mai. Anche nei momenti più complicati ho sempre pensato di poter fare bene. Penso a Wimbledon 2023, quando praticamente non mi ero allenato e sono riuscito ad arrivare agli ottavi. Oppure a Parigi, dove arrivavo da un momento difficile e sono riuscito a tirare fuori un grande torneo. Ci credo sempre, però questo sport ci ha insegnato che ogni partita è una battaglia. Basta pensare a Parigi: potevo andare sotto di un set e di un break, oppure la partita poteva prendere qualsiasi direzione. Ogni punto è difficile. Posso dire però che sono davvero felice di come sto, di come mi sto allenando e di come sto vivendo questo torneo. Sono contento anche del primo turno che mi aspetta, su un campo molto importante per me e per il tennis. Sono felice e anche molto carico.”

D. Come hai preparato Wimbledon senza giocare tornei sull’erba?

Berrettini: “Mi sarebbe piaciuto giocare un paio di tornei di preparazione, ma allo stesso tempo ho la fortuna di adattarmi abbastanza velocemente all’erba. Dopo pochi giorni sento già di capire come devo giocare. Mi aiutano anche i ricordi delle stagioni passate. So che il mio servizio funziona su questa superficie e che il mio gioco si adatta bene all’erba. È importante giocare tanti punti in allenamento e cercare di ricreare situazioni di partita, anche se non è semplice. La cosa positiva è che negli Slam si gioca al meglio dei cinque set, quindi anche se parti un po’ lentamente hai il tempo per entrare nel match. È successo anche negli anni migliori della mia carriera. Oggi sono probabilmente più esperto e mi sento pronto a gestire anche queste situazioni.”

D. Cosa diresti oggi al Berrettini del 2019?

Berrettini: “Gli direi probabilmente di godersi un po’ di più certe cose. Però è difficile dirlo. In questi anni ho dovuto concentrarmi spesso su aspetti che non avrei voluto vivere, come i rientri dagli infortuni. Quando passi settimane lontano dal campo, dai tornei e dal circuito, il tempo sembra andare ancora più veloce. Quelle esperienze mi hanno fatto crescere tanto. Conoscendo il Matteo di allora sarei comunque molto fiero di lui. Quella semifinale non è stata un caso, perché poi sono arrivati tanti altri risultati importanti. Sarà bello, un giorno, fermarsi e guardare tutto quello che è successo. Credo che sarò molto soddisfatto del percorso fatto.”

D. Ti senti vicino al 100% della condizione? E oggi servi senza più timori?

Berrettini: “Il cento per cento lo scopri solo giocando le partite. In allenamento puoi sentirti benissimo, ma è la competizione che ti dice davvero come stai. Oggi mi sento bene e pronto a competere. Poi magari giochi una o due partite e ti svegli il giorno dopo distrutto: vuol dire che non eri allenato abbastanza. Lo scoprirò vivendo il torneo. Per quanto riguarda l’addome, in passato inconsciamente ci sono state situazioni in cui magari sul 40-0 cercavo una prima meno violenta. Poi ho capito che quel modo di pensare non funzionava. Oggi voglio sentire di poter servire a 220 all’ora anche dopo cinque ore di partita, come è successo a Parigi. Se non riesco a farlo allora devo farmi delle domande. Adesso invece mi sento libero di servire come voglio. È stato un percorso molto difficile, perché dopo gli infortuni entra in gioco anche la testa. Abbiamo fatto un lavoro enorme, anche perché il servizio è forse l’arma più importante del mio tennis. Non sentirti libero di usarla ti fa sentire vulnerabile. Oggi invece sono contento di essere arrivato al punto in cui mi fido completamente del mio corpo.”

Dal nostro inviato a Wimbledon, Enrico Milani


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1 commento

Gaz (Guest) 28-06-2026 16:09

Perché gli altri anni ha per caso detto: “Non mi sento maturo abbastanza”? No, proprio perché queste cose non occorre dirle e dirsele,ma mostrarle.

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