Berrettini ritrova New York con una nuova serenità: «Devo stare bene per superare le difficoltà»
2 commenti
Matteo Berrettini torna a New York con uno spirito diverso. La voglia di competere è sempre la stessa, così come l’ambizione di provare ancora una volta a spingersi lontano in uno Slam, ma alla vigilia degli US Open 2026 il romano racconta un approccio più maturo e forse anche più indulgente verso se stesso.
Nell’intervista concessa a SuperTennis durante il Media Day, l’ex numero 6 del mondo ha parlato soprattutto di equilibrio, della necessità di costruire intorno a sé un ambiente positivo e di imparare ad affrontare le difficoltà senza permettere al tennis di occupare ogni spazio della propria vita.
«Ho capito che devo stare bene, creare un ambiente che mi faccia stare bene con il mio team e con le persone che mi sono accanto. Grazie a quello poi posso arrivare in campo e gestire determinate difficoltà», ha spiegato.
Una consapevolezza maturata anche attraverso gli infortuni, le ripartenze e gli ultimi anni nei quali Berrettini ha dovuto spesso fermarsi e ricominciare.
«Sto cercando di godermi le cose e di affrontare le difficoltà a testa alta».
New York, il luogo dove tutto cambiò nel 2019
Gli US Open rappresentano inevitabilmente qualcosa di speciale nella carriera di Berrettini.
Proprio a Flushing Meadows, nel 2019, il romano disputò il torneo che lo consacrò definitivamente tra i grandi del tennis mondiale.
Allora numero 25 del ranking, arrivò fino ai quarti di finale dove superò Gael Monfils al termine di una battaglia diventata uno dei simboli della sua carriera: 3-6 6-3 6-2 3-6 7-6.
Alla domanda su quale film potesse rappresentare quella partita rispose: «Django Unchained di Tarantino».
Una definizione perfetta per una sfida piena di tensione, occasioni sprecate e continui ribaltamenti.
Con quella vittoria Berrettini diventò il primo italiano a raggiungere la semifinale degli US Open da Corrado Barazzutti nel 1977, quando il torneo si disputava ancora a Forest Hills.
La sua corsa terminò soltanto contro Rafael Nadal, futuro campione del torneo, che si impose in tre set.
Quel risultato arrivò pochi mesi dopo un’altra svolta per il movimento italiano: il successo di Fabio Fognini a Monte-Carlo, primo titolo Masters 1000 conquistato da un italiano.
A distanza di sette anni, il tennis azzurro ha completamente cambiato dimensione. E Berrettini è stato uno dei giocatori che hanno contribuito maggiormente a quella trasformazione.
«Vorrei prendere energia da New York»
Il rapporto tra Berrettini e la città, però, non è fatto soltanto di ricordi felici.
«Questa città mi ha dato tantissime gioie, purtroppo anche qualche delusione, una grossa», ha raccontato.
Ma il modo di guardare agli appuntamenti più importanti è cambiato.
«Questo è uno Slam, è chiaramente un torneo più importante degli altri, ma so che se non dovesse andare bene ce ne sarà un altro. Vorrei che New York fosse una città da cui prendere energia».
È forse questa una delle differenze più evidenti rispetto al Berrettini di qualche anno fa.
L’ambizione rimane intatta, ma il risultato non deve più determinare completamente il modo in cui giudicare se stesso e il proprio percorso.
Il pensiero per Sinner: «L’intensità di questo sport è diventata quasi troppa»
Berrettini ha parlato anche di Jannik Sinner, costretto a rinunciare agli US Open per il problema al ginocchio destro.
Per Sinner si tratta del primo Slam saltato da quando ha fatto il suo debutto in un Major agli US Open 2019.
Una situazione che Berrettini conosce fin troppo bene.
«Fa parte del nostro percorso, fa parte della vita che facciamo, dell’intensità di questo sport che è diventata veramente quasi troppa».
Parole che assumono un significato particolare pronunciate da un giocatore la cui carriera è stata ripetutamente condizionata dagli infortuni.
Berrettini sa quanto possa essere sottile il confine tra il desiderio di competere, la necessità di spingersi continuamente oltre e il momento in cui il corpo presenta il conto.
Berrettini-Wawrinka, ancora una volta uno contro l’altro
Il sorteggio ha regalato a Berrettini uno degli incontri più affascinanti del primo turno.
Dall’altra parte della rete ci sarà Stan Wawrinka, tre volte campione Slam e vincitore proprio degli US Open nel 2016.
Lo svizzero, 41 anni, è alla sua ultima stagione da professionista e ha ricevuto una wild card per poter salutare ancora una volta il pubblico di Flushing Meadows.
Berrettini e Wawrinka si conoscono molto bene dopo la battaglia disputata appena due mesi fa al primo turno di Wimbledon.
Quello resta il loro unico precedente ufficiale.
Il romano vinse dopo quattro ore e 19 minuti con il punteggio di 6-7(7) 7-6(16) 7-6(7) 7-6(5).
Una partita incredibile: quattro set, quattro tie-break e soltanto due break complessivi in tutto l’incontro.
Adesso si ritrovano a New York, su una superficie diversa e con una prospettiva particolare: chi vince potrebbe affrontare Novak Djokovic al secondo turno.
Wawrinka e quella frase di Beckett sulla pelle
Berrettini e Wawrinka hanno in comune anche una particolare capacità di convivere con le difficoltà.
Lo svizzero porta tatuata sull’avambraccio una celebre frase dello scrittore Samuel Beckett:
«Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better».
Provare, fallire, riprovare e fallire meglio.
Una filosofia che sembra adattarsi molto bene anche alla carriera recente di Berrettini.
Il romano ha vissuto momenti nei quali sembrava essere vicinissimo al vertice assoluto – dalla finale di Wimbledon 2021 fino al numero 6 del mondo – e altri nei quali gli infortuni lo hanno obbligato a ripartire quasi da zero.
Ma proprio l’esperienza gli ha insegnato a dare un significato diverso al concetto di limite.
«Non ho mai barattato la mia salute mentale e fisica per il tennis»
Berrettini non nasconde di essere attratto dalla capacità dei grandi campioni di oltrepassare barriere apparentemente invalicabili.
Ma mette anche un confine preciso.
«I grandi sportivi accettano che dei limiti esistano, ma poi riescono a superarli».
La ricerca del limite, però, non deve necessariamente trasformarsi in ossessione.
«Non sono mai stato un grande fautore dell’ossessione. Per me l’ossessione deve essere sana. Non ho mai barattato la mia salute mentale e fisica per questo sport».
Un punto di vista molto personale, che non significa mancanza di ambizione.
Al contrario.
Berrettini racconta di continuare a spingersi ogni giorno fino al massimo delle proprie possibilità, anche quando dall’esterno non è possibile vedere quanto lavoro e quanta fatica ci siano dietro ogni tentativo di tornare competitivo.
«Mi spingo al limite tutte le settimane»
Il romano ha raccontato anche un particolare curioso.
«Alcune volte dico al mio team che sarebbe veramente interessante avere una telecamera nascosta da qualche parte e far vedere agli altri quello che succede».
Negli ultimi mesi, ammette Berrettini, è successo praticamente di tutto.
«Anche questa trasferta americana non è stata semplicissima, ma ogni volta che scendo in campo trovo la forza per sconfiggere quanto mi sta succedendo».
Ed è proprio qui che si trova la sua personale definizione del superamento dei limiti.
«Questo credo che significhi, ogni giorno, superare il proprio limite».
Non serve necessariamente vincere un torneo o battere un record.
A volte il limite si supera semplicemente riuscendo a presentarsi ancora una volta sulla linea di fondo, dopo mesi nei quali il corpo e la mente hanno imposto ostacoli continui.
New York può essere ancora una volta il punto di partenza
Sette anni fa Berrettini arrivò a Flushing Meadows da numero 25 del mondo e ne uscì come uno dei nuovi protagonisti del tennis internazionale.
Oggi arriva con una storia completamente diversa sulle spalle.
Ha giocato una finale a Wimbledon, raggiunto il numero 6 ATP, vinto titoli importanti e vissuto una lunga serie di problemi fisici.
La priorità, adesso, sembra essere cambiata: stare bene prima ancora di vincere.
Ma non bisogna confondere la serenità con la resa.
Berrettini vuole ancora competere, vuole ancora cercare il proprio limite e vuole ancora sentire quella scarica di energia che soltanto i grandi palcoscenici possono offrire.
Il primo esame sarà immediatamente impegnativo.
Dall’altra parte della rete ci sarà Stan Wawrinka, lo stesso avversario con cui due mesi fa ha combattuto per più di quattro ore a Wimbledon.
Questa volta il teatro sarà Flushing Meadows.
E se esiste un luogo capace di ricordare a Matteo Berrettini quello che può ancora fare su un campo da tennis, quel luogo è proprio New York.
Marco Rossi
TAG: Matteo Berrettini, Us Open, US Open 2026

Sinner
Zverev
Alcaraz
Auger-Aliassime
Djokovic
de Minaur
Medvedev
Shelton
Sabalenka
Rybakina
Noskova
Swiatek
Svitolina
2 commenti
Corretta la prima…
daje Matteo (O Matteo daje?), insomma: forza Matteo