Il preparatore di Alcaraz contro gli orari degli US Open: “Iniziare un match alle 23 non è salutare”
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A più di un giorno di distanza dall’epica battaglia tra Carlos Alcaraz e Ben Shelton, continuano le discussioni sulla programmazione degli US Open. Il quarto di finale vinto dall’americano con il punteggio di 6-7(5) 6-1 6-3 1-6 7-6(7) ha offerto quasi quattro ore e mezza di spettacolo, ma si è concluso a un orario difficilmente compatibile con le esigenze fisiche degli atleti.
Il match è cominciato alle 23:05 ed è terminato alle 3:33 del mattino, diventando l’incontro concluso più tardi nella storia degli US Open. Shelton ha avuto la meglio dopo quattro ore e 28 minuti, chiudendo il super tie-break decisivo con un ace a 235 chilometri orari. (
Una prova di resistenza straordinaria per entrambi. Alcaraz ha accusato conati e problemi di stomaco durante l’incontro, ma ha continuato a lottare fino all’ultimo punto. Shelton, invece, ha dovuto avviare immediatamente un articolato programma di recupero in vista della semifinale contro Frances Tiafoe.
Tutti i match precedenti sono arrivati al set decisivo
Il ritardo accumulato sulla Arthur Ashe è stato provocato dalla durata eccezionale delle partite precedenti. Tutti gli incontri programmati sul campo centrale sono infatti arrivati al parziale decisivo.
La giornata era cominciata con la battaglia tra Aryna Sabalenka e Linda Noskova, risolta al super tie-break del terzo set. Successivamente Frances Tiafoe e Alex Michelsen hanno disputato un incontro di cinque set, concluso ancora una volta con un super tie-break. Anche il derby femminile tra Jessica Pegula ed Emma Navarro ha richiesto tre parziali.
Quando Alcaraz e Shelton hanno finalmente fatto il loro ingresso in campo, erano ormai trascorse le 23. Il pubblico si è progressivamente ridotto con il passare delle ore, mentre i due giocatori sono stati costretti a sostenere uno degli incontri più intensi del torneo in una fascia oraria normalmente destinata al riposo.
Il ritardo è stato quindi determinato da una combinazione difficile da prevedere, ma ha riaperto il dibattito sull’opportunità di inserire quattro partite sulla Arthur Ashe e sulla necessità di stabilire un limite oltre il quale un incontro non dovrebbe più cominciare.
La dura riflessione di Alberto Lledó
A intervenire è stato Alberto Lledó, storico preparatore atletico di Alcaraz. Attraverso una storia pubblicata su Instagram, il componente dello staff dello spagnolo ha sottolineato la differenza tra la capacità di offrire una grande prestazione e la tutela della salute.
“In alcune occasioni so, e lo affermo con umiltà, che il rendimento non è sinonimo di salute”, ha scritto Lledó.
Il preparatore atletico ha riconosciuto che un professionista debba essere pronto ad adattarsi alle diverse situazioni, ma ha poi rivolto una critica molto chiara alla programmazione del torneo: “Dobbiamo adattarci a qualsiasi circostanza e chi lo fa per primo ottiene un vantaggio competitivo, ma iniziare una partita di tennis al meglio dei cinque set alle undici di sera non è salutare per un atleta”.
Le parole di Lledó non vogliono rappresentare un’attenuante per la sconfitta di Alcaraz. Le condizioni erano identiche per entrambi e Shelton ha meritato il successo. Il punto sollevato riguarda piuttosto la tutela dei giocatori e le conseguenze che incontri terminati nel cuore della notte possono avere sul recupero, sul sonno e sulla preparazione della partita successiva.
Il recupero comincia quando gli altri dormono
Dopo una partita terminata alle 3:33, gli impegni non si esauriscono con l’ultimo punto. I giocatori devono effettuare il defaticamento, sottoporsi ai trattamenti fisioterapici, mangiare, reintegrare liquidi ed elettroliti e affrontare conferenze stampa e controlli antidoping.
Shelton ha iniziato il proprio recupero con bevande proteiche, reidratazione, esercizi sulla cyclette, stretching e fisioterapia. Soltanto in seguito ha potuto lasciare l’impianto e provare a dormire, quando a New York stava ormai sorgendo il sole. ([thetimes.com][3])
Gli US Open hanno vissuto già diversi incontri conclusi dopo le due del mattino. Il primato stabilito da Shelton e Alcaraz rende però ancora più urgente una riflessione sulla programmazione. Lo spettacolo è stato memorabile, ma la domanda posta dallo staff dello spagnolo rimane inevitabile: fino a che punto si può spingere il fisico dei giocatori in nome delle esigenze televisive e commerciali?
Francesco Paolo Villarico
TAG: Carlos Alcaraz, Us Open, US Open 2026

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