«Usa la racchetta più pesante che riesci a gestire», l’intuizione scientifica di Bill Tilden e il tennis moderno
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«Usa la racchetta più pesante che riesci a gestire». Bill Tilden non era solo un campione. Era un uomo che pensava il tennis con il corpo prima ancora che con la testa ma la sua frase, oggi forse dimenticata o trascurata, nasconde un’intuizione cinestetica molto più profonda di quanto sembri a prima vista. Rivela inoltre una similitudine con l’attitudine a cercare di comprendere la realtà nel modo più oggettivo possibile.
Tilden giocava con racchette di circa 14 once e oltre (oltre 400 grammi), oggi ogni giocatore rifiuterebbe a priori solo di prenderla in mano, probabilmente. I tempi sono cambiati, il gioco è cambiato ma la fisica è rimasta la stessa e l’attitudine di Bill Tilden, essendo un’attitudine scientifica, oltre che di gioco, conserva il suo valore ancora oggi.
Tilden non era un cultore della forza bruta anzi tutt’altro. Aveva sperimentato con la propria esperienza che una massa maggiore, se utilizzata correttamente e con sapienza tecnica, restituisce stabilità, profondità e “peso” alla palla. Tutta una serie di vantaggi che oggi i giocatori sono costretti a compensare con la velocità.
L’esperienza cinestetica quella conoscenza che nasce solo dalle migliaia di ripetizioni e dal feedback sensoriale continuo gli insegnò che la racchetta non è uno strumento passivo. Aveva intuito i principi della fisica. La racchetta è un prolungamento del braccio e il suo momento di inerzia influenza direttamente la qualità dell’impatto in tutta una serie di situazioni di gioco. La sua abilità tecnica gli aveva anche consentito di riuscire a superare quello che può essere uno svantaggio dovuto ad una maggiore massa, infatti se all’impatto una maggiore inerzia è un vantaggio nel momento dell’accelerazione è un indubbio svantaggio. Qui è necessario avere delle abilità tecniche che consentano di superare lo svantaggio iniziale e trasformarlo in qualcosa di utile nel momento della collisione.
Proprio per questo motivo la massima di Tilden richiede di essere maneggiata con cautela. Non è un consiglio universale e immediato da distribuire senza le dovute accortezze tecniche. Se applicata senza le premesse giuste può diventare controproducente e risultare addirittura incomprensibile. Per gestire una racchetta pesante senza sacrificare velocità e fluidità serve una tecnica solida, soprattutto nella fase di preparazione.
Il backswing efficiente non è un semplice portare indietro la racchetta: è un movimento che sfrutta la forza gravitazionale potenziale in fase di caduta e c’è una fase di caduta in tutti i colpi del tennis. Nei fondamentali è chiamata ovalizzazione e nel servizio è il mulinello. Si porta in alto la testa della racchetta e il braccio, nei fondamentali aiutandosi anche con l’atra mano, e questo permette di accumulare energia potenziale gravitazionale, poi questa energia viene convertita in energia cinetica nella fase di caduta e nel forward swing.
Un tipo di swing di questo tipo necessita anche di un sostegno da parte di tutta la catena cinetica del corpo dalle gambe al tronco. Accelerare una racchetta di 400 grammi, come quella di Bill Tilden, di sola forza muscolare del braccio sarebbe uno sforzo difficilmente gestibile sopratutto per molto tempo.
Solo così, grazie a una tecnica impeccabile, il peso extra diventa un alleato e non un fardello. Senza questa sequenza biomeccanica corretta, la racchetta pesante rallenta il timing, irrigidisce il braccio e aumenta il rischio di compensazioni dannose e infortuni.
Inoltre, c’è da aggiungere che la frase di Tilden è fortemente dipendente anche dallo stile di gioco di un atleta. Un giocatore da fondo campo aggressivo che cerca profondità e ritmo può trarre vantaggio da un telaio più massiccio, mi sovviene l’esempio classico di Thomas Muster il quale, anche lui, non lesinava sul peso. Al contrario un giocatore di volo il cui gioco si basa su azioni rapide e cambi di direzione potrebbe preferire una racchetta più maneggevole che si posiziona più velocemente.
Il “peso gestibile” non è un numero assoluto, dipende dalla tecnica, dalla ricerca personale di equilibrio tra potenza e maneggevolezza nonché dalla capacità di ripetere il gesto per tre, quattro, cinque set, condizione che non prescinde da una certa preparazione fisica.
In un’epoca in cui le racchette sono diventate sempre più leggere però, la lezione di Tilden torna a risuonare come un consiglio valido e scientifico. Non perché dobbiamo tornare alle racchette di legno o necessariamente appesantire le nostre, ma perché ci ricorda delle verità: che il peso non è uno svantaggio di per sé e che il rapporto tra fisionomia del giocatore e racchetta non è un dogma.
È un sistema delicato in cui piccole variazioni di massa e di distribuzione del peso possono cambiare radicalmente la qualità del gioco di un giocatore, se viene trovato l’equilibrio e la personalizzazione ideale. L’intuizione del campione si incontra con le leggi della fisica. Tilden lo aveva capito giocando senza risolvere equazioni.
Fabrizio Brascugli
TAG: Bill Tilden, Fabrizio Brascugli, Racchette, Storia del tennis

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Le racchette pesanti aumentavano il rischio di epicondilite.