Tirante all’esordio a US Open: “È il torneo che ho sempre sognato. In passato ha pesato il confronto con gli altri più avanti di me, ma ho sempre continuato a investire su me stesso”
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“If you can dream it, you can do it”. Questo tatuaggio spicca sul costato di Thiago Agustín Tirante, una delle maggiori rivelazioni dell’ultimo periodo, salito agli onori della cronaca per la vittoria contro Djokovic a Cincinnati e un servizio devastante che, abbinato ad un diritto altrettanto poderoso, lo rende uno dei vecchi “picchiatori” del tour. Un tennis potente, aggressivo, spesso senza compromessi e per questo difficile che, abbinato a un piglio tutt’altro che dimesso, rendono l’argentino un tizio particolare e per niente facile da battere quando riesce ad imporre il suo power tennis. Classe 2001, ha un po’ stentato a raggiungere buone posizioni del ranking, eppure di lui si parlava parecchio anni fa dopo esser stato anche n.1 del mondo Junior. Ma mentre altri connazionali come Baez, Cerundolo o Etcheverry sono arrivati già da qualche anno nel tennis che conta, prendendosi belle soddisfazioni, Tirante è rimasto nell’ombra, schiavo di un tennis difficile, di una mancata evoluzione fisica e nel gioco, ma soprattutto penalizzato da una mentalità negativa, più perso a rimuginare sui successi degli “altri” che sulla propria crescita. In una bella intervista rilasciata a La Nacion da New York a una manciata di giorni dall’avvio di US Open, Thiago ammette alcuni errori ma anche la propria forza: l’averci creduto sempre, l’aver investito continuamente nel miglioramento, arrivando finalmente a risultati pari alla sua incredibile capacità di accelerare la palla. Ha sempre affermato che US Open era il torneo dei suoi sogni, fin da piccolo quando vide la vittoria di Del Potro con Federer (2009). Curiosamente quest’anno sarà la sua prima volta nel main draw del torneo, la conferma di un miglioramento totale del suo livello di gioco che l’ha portato all’attuale n.42 del mondo (e best ranking). Questi i passaggi più interessanti dell’intervista che parte proprio dal cuore del suo gioco, dove è migliorato per arrivare a queste posizioni interessanti di classifica, e risultati.
“Parlando in modo diretto di ciò che credo di aver migliorato, direi che la percentuale maggiore riguarda l’aspetto mentale. Sono cresciuto tantissimo nella maturazione, nella capacità di attraversare i momenti difficili delle partite, di superare il disagio che l’avversario ti mette davanti” afferma Tirante da New York al quotidiano di Buenos Aires. “Credo che sia proprio questo che mi sta dando i suoi frutti. La cosa che mi ha dato più benefici è stata la testa, la componente mentale: continuare a insistere e non uscire dalla partita perché non mi sento a mio agio o perché non sto giocando nel modo in cui vorrei. Poi c’è stato l’aspetto fisico. Negli ultimi mesi sono migliorato tantissimo sotto questo profilo. Ho migliorato l’esplosività, che ho sempre avuto, ma ho continuato a lavorare anche sulla rapidità negli spostamenti. Credo di avere un’altezza ottimale per muovermi come faccio. E, insieme alla capacità di reggere le partite lunghe a questo livello, che è il massimo del massimo, sono tutti elementi che stanno facendo la differenza”.
Tirante ammette che l’aver passato troppo tempo a rimuginare sui risultati migliori di suoi coetanei argentini, vedendo la sua crescita invece ferma, l’ha penalizzato nel passato. Come uno svalutarsi nel confronto con gli altri che ha pesato sulle sue spalle. “In maniera un po’ inconscia, mi confrontavo molto con quello che facevano gli altri della mia generazione, con ciò che avevano fatto quelli venuti prima di me o con i migliori risultati ottenuti dai giocatori più giovani. Credo che, in qualche modo, anche questo sia legato alla maturazione: ho capito che non si tratta di questo, ma piuttosto di raggiungere la propria versione migliore. Io e i miei psicologi diciamo sempre che bisogna cercare di essere il meglio che si può essere e trovare la propria versione migliore. Credo che, seguendo questa direzione e cercando questo obiettivo, si riesca a isolarsi da tante cose che non ci riguardano”.
In molti, sorpresi dall’ascesa prepotente del classe 2001 argentino, dimenticano che in passato è stato numero 1 junior. Più stimolo o pressione nel momento del passaggio al professionismo? “Credo entrambe le cose, entrambe. È vero che ci sono stati momenti in cui ho sofferto parecchio quel tipo di pressione, che potrei definire positiva e sana. Ma dipende da come ciascuno la vive. All’epoca la presi bene: riuscii a entrare abbastanza rapidamente tra i primi 350 del ranking. Poi ho fatto parecchia fatica a gestire quel tipo di pressione. Ogni volta che qualcuno mi vedeva, mi diceva: “Hai il gioco per diventare molto forte, devi avere fiducia in te stesso, sei molto forte”. Dall’altra parte, però, vedevo di avere un ranking intorno al 300-350, che non sminuisco affatto, ma ogni volta che qualcuno mi vedeva mi diceva: “Nooo, sei molto più forte della tua classifica”. Questo finiva per mettermi addosso un po’ più di pressione. Ma sono processi che non rimpiango di aver attraversato, perché oggi posso essere più maturo e guardare in modo diverso alle cose che mi sono successe, a quelle che ho sofferto e a quelle che mi hanno dato gioia”.
Il servizio è il colpo più decisivo del suo repertorio, pallate che spesso superano i 230 km/h. Chiedono a Thiago come ha perfezionato questo colpo per arrivare a un simile rendimento, e come protegge la spalla di fronte a un trasferimento di potenza così elevato. Questa la sua risposta: “Prima di tutto, la proteggo con il lavoro in palestra e con gli esercizi di prevenzione. Questo è fondamentale. Bisogna avere una muscolatura molto forte a livello delle scapole, dei dorsali e delle spalle, in modo che la potenza che si genera sia stabile. Mi è capitato molte volte che, proprio per essere così esplosivo, mi facessi male a diverse parti del corpo, per esempio agli addominali. Mi sono quasi sempre infortunato agli addominali a causa della mia potenza: la zona centrale del corpo non riusciva a sopportare la potenza che genero. Poi diamo al servizio l’importanza che merita. Credo che ci siano state molte generazioni di tennisti argentini che non gliel’hanno data, o non gliel’hanno data fino in fondo. Al di là delle ripetizioni, bisogna lavorare molto sulle velocità, sulle traiettorie, sulle seconde palle, che sono importantissime, sulla variazione degli effetti e sulla capacità di servire in tutte le zone del rettangolo di battuta, con tutti i modi e gli effetti possibili. Non soltanto con lo slice e il kick esterno, ma lavorando su tutte le varianti del servizio. Perché ci sono giocatori che soffrono un determinato servizio e altri che non lo soffrono, quindi è importante avere nel proprio repertorio tutto ciò che si può”.
La formazione di Tirante è stato un percorso non privo di ostacoli, anche per la pressione economica derivante dai costi enormi affrontati nel periodo di crescita, per lui piuttosto lungo. “So quanto costano le cose, perché ne sono sempre stato molto consapevole. E quando ho iniziato a stare un po’ meglio economicamente, ho sempre investito nella mia carriera, non ho mai smesso di farlo. Credo che sia fondamentale. Alla fine penso di essere stato abbastanza intelligente sotto questo aspetto. Molte persone che hanno passato momenti molto difficili all’inizio della carriera, quando poi stanno un po’ meglio economicamente non vedono più il lato dell’investimento e pensano: “No, non toglietemi quello che è mio”. E smettono di investire. Nel mio caso, man mano che la situazione migliorava, ho continuato a investire nel mio team sotto ogni punto di vista: nei viaggi, nell’alimentazione, in tutto. Anche questo è un modo di volersi più bene, nel senso positivo del termine, di cercare di migliorarsi. È un sollievo mentale avere un po’ più di disponibilità economica, sì. Questo è stato il mio primo anno intero nel circuito ATP e, dopo l’Australia, ho potuto iniziare a viaggiare un po’ di più con il mio preparatore atletico. Sono piccoli dettagli che fanno una differenza enorme per continuare a essere forte durante le trasferte e spero di poter fare lo stesso anche l’anno prossimo. Oggi ci sono tanti giocatori infortunati. Guarda Sinner, Draper, guarda quelli che hanno dato forfait allo US Open… Prendersi cura del proprio corpo, rimanere sani e forti, è importantissimo per il futuro. Oggi il calendario ti chiede tantissimo e, insieme alla componente mentale, la condizione fisica è fondamentale”.
Una grande passione di Tirante è la lettura, attività che continua con grande interesse. “La scorsa settimana, a Cincinnati, non ho potuto leggere perché sono rimasto molto tempo al circolo, ma è qualcosa che mi accompagna sempre durante i viaggi. Mi piacciono molto i romanzi, perché in questo modo riesco a uscire un po’ dalla realtà del tennis, da questa bella bolla in cui viviamo. In questo momento stavo leggendo un romanzo. L’ultimo libro che ho letto è stato L’analista (romanzo dello scrittore statunitense John Katzenbach), uno dei migliori libri che abbia mai letto in vita mia. È una parte di me che mi permette di uscire un po’ dalla realtà e di entrare in un mondo a cui non sono abituato. È molto bello ritagliarmi questo tempo per me”.
US Open è alle porte, e per Tirante sarà anche la prima volta in carriera nel main draw dopo non essere riuscito a superare le qualificazioni in quattro occasioni. “È il torneo che ho sempre sognato di vincere. Fin da piccolo ho sempre detto che sogno di vincere lo US Open. Spero che quest’anno riesca, nel senso positivo del termine, a togliere un po’ di peso al torneo e a giocarlo come un torneo qualsiasi e, soprattutto, come sto facendo ultimamente. Perché ho una bella opportunità da sfruttare. Ovviamente dipenderà molto dal sorteggio, ma oggi sento che va oltre questo aspetto: se sto bene, ho fiducia, mi diverto fuori dal campo e riesco a trasferire tutto questo in campo, posso giocarmela contro chiunque e i risultati continuano a dimostrarlo. Spero che sia una bella settimana, di riuscire a esprimere il mio miglior tennis, di sentirmi a mio agio e di lottare, di essere resiliente come sempre. Per fortuna l’umidità non è qualcosa che mi condiziona particolarmente, come è successo la settimana scorsa a Cincinnati e come è accaduto in Canada, dove faceva parecchio caldo. Spero di riuscire ad adattarmi nel miglior modo possibile”.
Marco Mazzoni
TAG: Thiago Agustin Tirante

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