Djokovic racconta la sua formazione: “Perseveranza e resilienza sono un regalo del passato e della storia che ho attraversato. Sinner? Sì, mi rivedo in lui”
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A pochi giorni dall’uscita del docu-film “Il lupo d’inverno”, disponibile sulla piattaforma Prime Video, Novak Djokovic ha rilasciato una lunga intervista al Corriere nella quale è partito dalla sua iconica grinta e determinazione insita nell’animo profondamente serbo che lo anima, spaziando poi su molti temi personali e tennistici. Commovente il ricordo di Novak della sua prima maestra Jelena Gencic, icona del tennis balcanico e fondamentale alla sua prima formazione. Il campione di Belgrado ha parlato anche di Jannik Sinner, confermando di rivedersi in moltissime qualità che rendono l’italiano straordinario. Questi i passaggi più significativi dell’intervista.
“È impossibile distinguere le fasi della mia crescita e della mia formazione di uomo: ogni secondo che ho vissuto è autentico e fa parte del mio percorso” afferma Djokovic al Corriere. “Chi sono, il mio carattere, i miei valori: tutto discende da lì. E mi ha plasmato anche come giocatore di tennis: mi sono sempre sentito un guerriero, uno che non è mai stato autorizzato ad arrendersi. Perseveranza e resilienza sono un regalo del passato e della storia che ho attraversato. Ma anche la mia forza fisica origina da lontano: mi è servita, sin da bambino, per affrontare circostanze che hanno messo in difficoltà anche gli adulti che mi circondavano. Se proprio devo sceglierne uno, allora dico l’infanzia. Tutto ciò che ci succede nei primi anni della nostra vita lascia in noi un’impronta profonda. Nei primi 15 anni gettiamo le fondamenta dell’edificio che porta il nostro nome: in seguito ci si può lavorare sopra, ma ormai il cemento si è solidificato. Poi non si smette mai di crescere, certo, ma nell’arco di quei primi anni io avevo già sperimentato la guerra, l’orrore delle bombe che cadono dal cielo, le notti nei rifugi con la mia famiglia e la mia gente, l’ansia che quegli aerei potessero tornare a volare sopra Belgrado e a portare la morte nel mio popolo”.
La guerra lascia cicatrici indelebili, e forse ha scatenato in lui un mix di rabbia e orgoglio poi trasportate nel tennis. “Forse, ma oggi non guardo più al mio passato con alcun tipo di risentimento o di emozione negativa. Al contrario, vedo quel periodo come essenziale elemento di chi sono diventato: il blocco su cui mi sono costruito. Qualcosa di necessario per la mia evoluzione e quella della mia famiglia. Tornando indietro, non cambierei nulla: la guerra era l’ingrediente che ci voleva perché io potessi arrivare ad avere la vita bellissima che conduco. Sarò eternamente grato all’esistenza per come mi ha forgiato e a Dio per tutto ciò che ho avuto. Da bambino non era lontanamente immaginabile, nemmeno esercitando tutto il mio potere creativo”.
Toccante il ricordo di Jelena Gencic: “Mi commuovo come ogni volta che parlo di lei… Jelena se n’è andata nel 2013: era una persona incredibile, siamo stati vicinissimi. I miei genitori mi hanno messo nelle sue mani quando ero un bambino piccolo, sensibile e molto plasmabile: si sono fidati che Jelena mi formasse come essere umano, prima che come tennista. Ho speso ore incalcolabili con lei in campo e a casa sua, a guardare videocassette in bianco e nero di vecchi match. L’influenza di Jelena su di me è stata enorme: mi ha insegnato ad apprezzare la musica classica, a fare visualizzazioni, a respirare in modo che non sia solo un atto meccanico. Tutto ciò a un’età, 9-10 anni, in cui tutto quello che ti insegnano ti rimane appicciato addosso. È da quei valori, insieme a quelli che mi hanno trasmesso mia madre e mio padre, che è partito tutto. Jelena è stata più di un’allenatrice: è stata la mia guida spirituale a un approccio multidisciplinare e multi-olistico alla vita, che non avrei più dimenticato”.
“Sono fermamente convinto che ogni cosa che faccio impatti la mia performance: come mangio, come dormo, come respiro, come penso. Come mi porto in giro per il mondo, insomma. Senza Jelena Gencic non sarei Novak Djokovic. Ecco perché andarla a trovare a casa sua, a Belgrado, con la prima coppa di Wimbledon è stato uno dei momenti più belli e preziosi di tutta la mia carriera”.
Il docu-film su Novak termina con la vittoria in cinque set su Sinner agli Australian Open 2026. Tanti i punti di contatto tra i due campioni, lo conferma anche Djokovic. “I punti di contatto non mancano, pur essendo ogni essere umano unico e speciale. Entrambi veniamo dalle montagne, lui dell’Alto Adige e io della Serbia. Avevamo scelto lo sci come sport, abbiamo lasciato casa a 13 anni, siamo stati costretti a diventare uomini in fretta, lontano dalla famiglia e dagli affetti. Non c’è alcun dubbio che lo sci ci abbia dato l’elasticità, i movimenti, la capacità di scivolare su ogni superficie: la flessibilità delle caviglie origina dalla neve tanto quanto l’equilibrio e la coordinazione tra arti superiori e inferiori. E non sto a entrare in dettagli più tecnici sul tipo di tennis che io e Jannik giochiamo: le similitudini abbondano anche lì. Quindi, sì, mi rivedo in Sinner”.
Entrambi due tennisti ossessionati dal risultato, ma Novak preferisce cambiare quel termine con una differente declinazione: “Non parlerei di ossessione ma di dedizione, costante e totale, al tennis. Osservo la sua e mi ci ritrovo completamente: la voglia di migliorarsi, crescere, evolversi sotto ogni punto di vista. Jannik, come me, non si accontenta mai. Ha la mentalità del campione, l’ha sempre avuta. È una forza dominante, eppure si sveglia ogni mattina con il desiderio di essere migliore del giorno precedente. E, mi creda, non c’è vittoria che possa appagare quella fame, nemmeno 24 titoli Slam. Al di là del tennis, è l’aspetto del carattere che più mi avvicina a Sinner”.
L’intervista si chiude con una battuta: è convenuto a Novak dare a consigli a Riccardo Piatti prima e Darren Cahill poi per avere consigli su come far migliorare il giovane Sinner? “Risponderò così: perché no? In quel momento non potevo non essere fedele a me stesso, non importa quale posta ci fosse in palio. Questo sono io”.
Marco Mazzoni
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Mi rivedo in lui????
Sciacquati la bocca prima di citare il nostro idolo che non sarà mai uno sbruffone e ruffiano come te
Mi rivedo in lui????
Sciacquati la bocca prima di citare il nostro idolo che non sarà mai uno sbruffone e ruffiano come te
Bella l’intervista del grande Nole da cui abbiamo capito che Jannik Sinner è stato clonato come la pecora Dolly!! 😮
Ieri sera davano su SuperTennis l’ultima partita prima del ritiro, Sampras vs Agassi finale NY anno 2002.
Il ritiro PERFETTO, vittoria e Major per un GOAT.
Purtroppo Federer, Nadal e Djokovic non hanno avuto la stessa lucidità e umiltà di Pete, nello smettere quando si è sulla Vetta e si è tra i più Grandi!