Secondo turno vs. Navone per il romano ATP, Copertina

Berrettini riflette da New York: “Il tennis sta evolvendo a una velocità impressionante”

02/09/2026 10:23 4 commenti
Matteo Berrettini nella foto
Matteo Berrettini nella foto

New York non è un luogo qualsiasi per Matteo Berrettini. La sua vera esplosione e ingresso nel “club” dei grandi arrivò nel 2019 nello Slam più caotico e travolgente dell’anno, quando si arrese solo in semifinale ad un gigantesco Nadal dopo una cavalcata avvincente che lo vide battere negli ottavi Rublev e poi Monfils nei quarti, in un match pazzesco e indimenticabile. Quando vivi esperienze del genere qualcosa ti resta sempre dentro. È palpabile l’emozione nello sguardo di Matteo ogni volta che parla di US Open, e ancor più quando si trova a New York, una città che ama e che trasmette un’energia incredibile. Dopo l’exploit del 2019, Berrettini ha raggiunto per altre due volte i quarti di finale a Flushing Meadows (2021 e 2022), mentre le ultime due partecipazioni (2023 e 2024) non sono state positive, con due sconfitte al secondo turno.

Ci riproverà quest’anno a tornare protagonista e l’occasione passa dal match odierno contro Mariano Navone, avversario ostico perché grande fighter e forte di una base atletica importante. Il bilancio degli head to head vede Matteo avanti per 2-1, ma l’unica vittoria dell’argentino è arrivata poche settimane fa a Montreal, una battaglia di tre set. Vedremo se l’azzurro riuscirà ad imporre la sua maggior classe e colpi nel contesto di uno Slam, ma resta una partita per niente facile visto quello che Mariano ha dimostrato battendo Djokovic in cinque set all’esordio – partita che tuttavia potrebbe aver lasciato anche scorie a livello mentale. Intanto Berrettini si dice contento della sua condizione, in fiducia dopo un buon primo turno vinto contro Wawrinka e pronto alla pugna. Scontato affermare che il servizio dovrà trascinare la sua partita: se Navone riuscirà a bloccarlo in scambi prolungati la faccenda si potrebbe fare assai complicata, è necessario comandare le operazioni e farlo dalla potenza del servizio.

Parlando a Sky Sport nel giorno “off”, Berrettini si è soffermato sulla propria maturazione come persona, oltre che come giocatore. Si sente migliorato nella gestione generale delle emozioni e quindi nella preparazione delle partite. Interessante poi la sua riflessione su come il tennis stia evolvendo in modo rapido, con la nuova generazione bravissima ad aver colto i punti di forza dei migliori dell’epoca precedente e alzare ancora l’asticella della competizione.

Gli anni passano e mi sento più maturo nel senso di sentirmi più pronto a gestire determinate cose” afferma Berrettini. “In passato la preparazione al torneo, le sensazioni, le sconfitte di Montreal e Cincinnati le avrei gestite un po’ peggio. Invece qua a New York mi sento molto centrato, molto sull’obiettivo che era quello di arrivare qua pronti e cercare di stare bene“.

Mi sento in una generazione di mezzo” riflette Matteo pensando alla sua carriera e alla fase storica che ha vissuto. “Intanto mi sento ovviamente onorato di aver giocato contro questi ragazzi. Se ripenso alla partita con Rafa qua, con Monfils, quelle con Federer, con Novak… È una roba che ogni tanto mi fermo e dico: ma io ci ho giocato veramente??? Loro hanno preparato la partita contro di me! È una cosa che mi fa sorridere. Dall’altra parte mi accorgo di come il tennis stia evolvendo ad una velocità impressionante e che questi ragazzi che stanno crescendo e che stanno maturando, che stanno giocando un tennis pazzesco, sono l’evoluzione di quello che siamo noi, e quello che erano Novak, Rafa, Roger… Fanno tutto sempre un pochino in più, o comunque hanno studiato il gioco“.

Berrettini porta un esempio tecnico di come la nuove generazione ha alzato l’asticella: “Faccio un esempio: la scivolata col piede sinistro sul rovescio a due mani, Novak è stato il primo che ha inventato questa cosa, o comunque era quello che non riuscivi a passare perché lui scivolava. Adesso fanno tutti questa cosa, che è una roba che tu dici… ok devo giocare contro Novak e sapevi di questo. Una volta chiesi a Murray: secondo te cosa è che Novak… E lui è rispose che Novak non perdeva mai campo sul rovescio e… adesso nessuno perde campo sul rovescio! Quindi questa secondo me è l’evoluzione del gioco. Io mi trovo un po’ tra le due, cerco di fare il mio meglio”.

Matteo conclude la riflessione sottolineando l’importanza della qualità mentale in partita. “Secondo me il giocatore è quello che dentro riesce a tirare fuori il meglio nel momento importante. Poi servire a 700 all’ora, puoi correre come un pazzo, però se nel momento importante non sei centrato e non sei giocatore le cose un po’ cambiano”.

Marco Mazzoni


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4 commenti

cataflic (Guest) 02-09-2026 12:00

Scritto da Pier no guest
Quando Agassi arrivò nel circuito il tennis pro aveva tanti stili ,regolaristi, picchiatori da fondo, attaccanti all’arma bianca,potenti o di fino.La fisicità si evolveva,le pallate di Courier erano più pesanti di quelle di Lendl, l’attacco di McEnroe e Cash venne soppiantato da Edberg,Becker e infine dal più forte Sampras ma chi cambiò tutto fu Agassi. E non lo si capì subito,traditi dall’immagine,dal carattere finta simpatia e poi convinti ,causa le sue debacle fuori campo,che fosse una macchietta.
Galeazzi,non un tecnico, gli affiancò invece il termine “flipper” perché quello fu il suo gioco,un anticipo costante ma picchiato,un equilibrio tra dritto e rovescio non indietreggiando ma imponendo il ritmo dalla linea. Ora si sta dietro e si rema con violenza ma più per l’attrezzatura che per l’impatto sulla palla,le scarpe (e la tecnica) consentono di scivolare e recuperare campo sui campi hard,Nole recupera,Muso recuperare, Medvedev recupera, giocano dietro e arrivano ovunque anche perché le palle frenano,girano ma frenano.
Per certi versi,50 anni dopo, abbiamo la definizione del tennis di Borg a cui tutti si sono adeguati (le donne prima per oggettivi limiti fisici) maestri compresi.
Oggi se un ragazzino anticipa viene visto come pigro,uno che non vuole indietreggiare; se gioca a filo rete sbaglia,i pattern delle racchette con certi monofilo fanno salire e poi scendere rapidamente la palla che,col lift,ti sbatte dietro il telone e,da lì,fai altrettanto anche perché,con i fisici attuali,si recupera quasi tutto.
È un tennis in cui viene meno la classe,in cui il colpo magico dev’essere sempre supportato da gambe e cuore inteso come battito perché lo fai dopo 20/30 colpi.
Oggi un tecnico,vedendo Berrettini,lo farebbe colpire di dritto con la sinistra per ore e lo piazzerebbe a fare scalette per giorni.
Sarebbe più forte? Ah boh, togli a Matteo lo slice con cui costruisce lo scambio ed hai forse uno dei tanti solo che (per natura) meno mobile.

Fondamentalmente il gioco di adesso è quello di Wilander e Nyström piú veloce….Hippy ya ye…

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Pier no guest 02-09-2026 10:56

Quando Agassi arrivò nel circuito il tennis pro aveva tanti stili ,regolaristi, picchiatori da fondo, attaccanti all’arma bianca,potenti o di fino.La fisicità si evolveva,le pallate di Courier erano più pesanti di quelle di Lendl, l’attacco di McEnroe e Cash venne soppiantato da Edberg,Becker e infine dal più forte Sampras ma chi cambiò tutto fu Agassi. E non lo si capì subito,traditi dall’immagine,dal carattere finta simpatia e poi convinti ,causa le sue debacle fuori campo,che fosse una macchietta.
Galeazzi,non un tecnico, gli affiancò invece il termine “flipper” perché quello fu il suo gioco,un anticipo costante ma picchiato,un equilibrio tra dritto e rovescio non indietreggiando ma imponendo il ritmo dalla linea. Ora si sta dietro e si rema con violenza ma più per l’attrezzatura che per l’impatto sulla palla,le scarpe (e la tecnica) consentono di scivolare e recuperare campo sui campi hard,Nole recupera,Muso recuperare, Medvedev recupera, giocano dietro e arrivano ovunque anche perché le palle frenano,girano ma frenano.
Per certi versi,50 anni dopo, abbiamo la definizione del tennis di Borg a cui tutti si sono adeguati (le donne prima per oggettivi limiti fisici) maestri compresi.
Oggi se un ragazzino anticipa viene visto come pigro,uno che non vuole indietreggiare; se gioca a filo rete sbaglia,i pattern delle racchette con certi monofilo fanno salire e poi scendere rapidamente la palla che,col lift,ti sbatte dietro il telone e,da lì,fai altrettanto anche perché,con i fisici attuali,si recupera quasi tutto.
È un tennis in cui viene meno la classe,in cui il colpo magico dev’essere sempre supportato da gambe e cuore inteso come battito perché lo fai dopo 20/30 colpi.
Oggi un tecnico,vedendo Berrettini,lo farebbe colpire di dritto con la sinistra per ore e lo piazzerebbe a fare scalette per giorni.
Sarebbe più forte? Ah boh, togli a Matteo lo slice con cui costruisce lo scambio ed hai forse uno dei tanti solo che (per natura) meno mobile.

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WinItaly_ex_Berga 02-09-2026 10:37

Berrettini, tennista filosofo. È il Dorino Vanzo del tennis (per chi si ricorda le telecronache di Adriano De Zan)

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marcusmin 02-09-2026 10:32

Interessante intervista!

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