Il torneo sta diventando sempre più "Premium" e costoso ATP, Copertina

L’incredibile ascesa dei costi dei biglietti a US Open (tra domanda e mercato secondario) e la sfida di Tiley: “Diventerà la Disneyland del tennis”

30/08/2026 15:47 7 commenti
US Open
US Open

New York e il suo Slam, US Open, sono da sempre il regno di fortissimi contrasti, figlio del gigantismo, fascino ma anche idiosincrasia di una città (e torneo) che mai ha voluto uniformarsi alle regole consolidate, cercando di imporre tendenze ed anticipare il futuro. Non sempre tuttavia la ventata di novità ha conseguenze sperate quando l’eccesso va un po’ oltre e si rischia di entrare in territori insidiosi. È quel che sta accadendo all’edizione 2026 di US Open per quanto riguarda i costi generali che il pubblico sopporta – anzi, subisce – per assistere allo Slam più colorito, “folle”, caotico della stagione. Già da giorni si parla dei costi esagerati per un ground pass e ora la polemica è passata di livello grazie alla stoccata severissima di Bill Ackman, imprenditore statunitense, miliardario, gestore di hedge fund e personaggio estremamente influente a New York e negli Stati Uniti. Un suo post social ha scatenato una ridda di commenti micidiale: “Lo US Open è di proprietà della USTA, che è un’organizzazione senza scopo di lucro. L’idea che un grounds pass per il primo giorno costi 363 dollari è assurda. La missione della USTA è promuovere il tennis. In che modo un grounds pass da 363 dollari è compatibile con questa missione?”. Apriti cielo… In America la cosa non passata affatto inosservata, tanto che si è mosso addirittura il sindaco di New York Mamdani, con una piccola quota di biglietti a prezzi calmierati. Il problema è che questi biglietti sono diventati, di fatto, introvabili mentre il mercato secondario di rivendita dei tagliandi è impazzito. 

“Da generazioni lo US Open vive della propria reputazione di Slam del popolo. Basta prendere la linea 7 della metropolitana fino al Queens, acquistare un grounds pass e trascorrere la giornata a pochi metri dai migliori tennisti del mondo. Ma mentre domenica prende ufficialmente il via l’ultimo Major della stagione, quell’ideale democratico si è scontrato con un problema molto concreto: sempre più persone non possono più permettersi di entrare” scrive il Guardian in un pezzo che centra il nocciolo della questione – e va oltre al solo US Open – ossia: quanto la crescente popolarità del tennis e quindi la grande richiesta di biglietti possa realmente favorire l’afflusso di “normali” appassionati, visto che la richiesta enorme genera una impennata spropositata dei prezzi? 

La spiegazione più semplice del caro-biglietti dello US Open è anche la più ovvia: la domanda è esplosa. Ma è esplosa anche l’offerta che la USTA sta mettendo in vendita, e la sensazione è che il giocattolo sia rapidamente scappato di mano, con la necessità probabilmente di un intervento per regolare la situazione. Ma, come in tutte le cose, serve una volontà in tal senso, mentre la nuova direzione della USTA sembra correre esattamente nella direzione opposta, ossia quella di un evento sempre più ricco, sempre più premium, ma anche più lontano dal classico appassionato che non può permettersi un posto nemmeno dei migliori che costa quanto una settimana – o più – di lavoro.

“Nell’ultimo decennio lo US Open si è trasformato in qualcosa di molto più simile a un festival culturale newyorkese di tre settimane, una collisione di sport, moda, celebrità e consumo ostentato alla fine dell’estate” continua l’approfondimento del Guardian. “L’Honey Deuce da 23 dollari non è più soltanto un cocktail, ma un souvenir, un simbolo di status e un oggetto da esibire sui social media. Le celebrità riempiono le suite, gli influencer occupano i box degli sponsor e l’Arthur Ashe Stadium può sembrare meno il campo centrale dello spettacolo ma un aperitivo in vista della Fashion Week. Nel 2024 US Open ha superato per la prima volta il milione di spettatori e non sembra avere intenzione di tornare sotto quella soglia. Tutti vogliono esserci perché tutti gli altri vogliono esserci”.

Una stoccata niente male, e non sembrano esserci segnali che lo US Open abbia intenzione di frenare questa dinamica. Craig Tiley è subentrato come nuovo CEO della USTA, dopo oltre vent’anni alla guida di Tennis Australia e dell’Australian Open, dove ha supervisionato una trasformazione analoga del torneo, diventato un enorme festival di sport e intrattenimento della durata di tre settimane. E ha già iniziato a parlare in termini molto ambiziosi di ciò che potrebbe diventare lo US Open. Nel Media Day gli è stato chiesto come il torneo possa continuare a crescere; Tiley ha sintetizzato in modo sorprendente la propria visione. «Questo diventerà la Disneyland del tennis», una frase che difficilmente rassicurerà i tradizionalisti di questo sport. A questo scenario totalmente sbilanciato sull’entertainment, è esplosa la questione del mercato di rivendita dei tagliandi.

“Il problema è diventato infatti quello della legge dello Stato di New York consente di rivendere i biglietti al prezzo che qualcuno è disposto a pagare” continua il contributo del Guardian, in un passaggio essenziale della problematica dei costi. “E Ticketmaster, partner ufficiale dello US Open per la biglietteria, opera su entrambi i lati della transazione: vende il biglietto originale e gestisce il marketplace attraverso cui può essere successivamente rivenduto. La USTA trae beneficio da entrambe le operazioni. L’organizzazione riconosce di ricevere una quota delle commissioni di Ticketmaster quando un biglietto verificato viene rivenduto, il che significa che lo stesso tagliando può generare ricavi per l’organizzazione più di una volta. La USTA sostiene che la propria quota derivi dalle commissioni e non direttamente dal prezzo di rivendita, ma ha rifiutato di rispondere alle domande del Guardian sulla percentuale che riceve o sull’ammontare annuale generato dall’accordo”.

USTA si è difesa sostenendo che bloccare la rivendita ufficiale controllata non farebbe altro spingere gli acquirenti disposti a pagare cifre importanti verso piattaforme di terze parti, non verificate e quindi meno sicure. Tiley ha qua riconosciuto che il problema dei mercato secondario esiste: “Una delle nostre sfide più grandi è il mercato secondario”. Basta una piccola ricerca sul sito di rivendita per constatare che un grounds pass ufficialmente venduto a 65 dollari era proposto a 321 dollari sul mercato secondario. Ma c’è un’altra domanda importante: quanti biglietti a prezzo “normale” vengono effettivamente messi a disposizione prima che inizino a comparire sul mercato secondario? È questione essenziale perché per il suo statuto la USTA non è una società di intrattenimento orientata alla massimizzazione dei profitti, ma un’organizzazione non profit la cui missione dichiarata è sviluppare il tennis e organizzare il proprio evento di punta su un terreno pubblico, all’interno del Flushing Meadows-Corona Park.

Mercato secondario e non solo. C’è un altro aspetto che lascia intravedere un futuro di US Open sempre più appannaggio di spettatori “ricchi”, con posti di lusso e meno spazio per tagliandi Basic (seppur cari…). La USTA ha presentato un faraonico progetto di riorganizzazione del catino interno all’Arthur Ashe Stadium, 800 milioni di dollari il costo dell’operazione che lascerà pressoché invariata la capienza complessiva modificando però radicalmente la distribuzione dei posti. Circa 3.500 posti di categoria relativamente accessibili stanno per scomparire mentre i posti a bordo campo aumenteranno di circa 2.000 unità. In sostanza, migliaia di posti di fascia intermedia stanno diventando spazi assai più costosi. “I vecchi posti loge costavano in media 291 dollari a sessione; i posti courtside non-club che ne prendono il posto hanno un prezzo medio superiore a 560 dollari, mentre quelli nell’area hospitality superano i 2.300 dollari” afferma Guardian.

Tirando le somme, la USTA ottiene enormi guadagni, ma è da sottolineare che reinveste queste somme nel tennis di base, nelle strutture e nello sviluppo dei giocatori, lo fa per statuto. Lo stesso Tiley ha sottolineato la necessità di conciliare l’aumento dei montepremi destinati ai giocatori con la possibilità per le famiglie di accedere al torneo a prezzi sostenibili, ma guardando le politiche in essere, sembra inarrestabile la tendenza del torneo a diventare un evento sempre più premium e quindi meno accessibile al semplice appassionato, quello che appunto prendeva allegramente la linea 7 della metropolitana fino al Queens, acquistava un grounds pass e trascorreva la giornata a pochi metri dai migliori tennisti del mondo…

Marco Mazzoni


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7 commenti

espertodipallacorda 30-08-2026 17:02

La Disneyland del tennis, ovvero un costosissimo revival che lucra sulla creatività e sul genio altrui, traendo guadagno dal distogliere un pubblico di abbacinati dall’evento principale (il tennis in un caso, i cartoni/film nell’altro) propinandogli miraggi di plastica placcata oro. Bell’affare davvero!

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un seme di notte (Guest) 30-08-2026 16:58

a me che me ne frega tanto i money non ce l’ho!

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Tiger Woods (Guest) 30-08-2026 16:49

Ho speso meno per vedere la finale di Wimbledon 2023 (Alcaraz batte Nole al quinto impedendogli di fatto per sempre di fare il Grande Slam) dalla quarta fila… al cambio 294€.
3 anni dopo un ground per il primo giorno allo US Open costa 363$… robe da matti!

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andrewthefirst 30-08-2026 16:47

Nel ’93 sono stato anch’io una mezza giornata durante il labour day…

non ricordo benissimo ma forse ho pagato più di parcheggio che del biglietto acquistato dai mitici “scalpers” che bazzicano davanti all’ingresso…

ma new york è così…paghi anche l’aria che respiri…

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polnotennis (Guest) 30-08-2026 16:40

Lo show ha vinto sul gioco. Siamo al terzo punto dell’ordine dei simulacri di Jean Baudrillard: il simulacro precede e genera la realtà, proprio come a Disneyland.

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Bagel 30-08-2026 16:23

I biglietti non devono costare troppo.
Le TV piú di tanto non ti pagano perché partite che non si sa quando finiscono e spesso manco quando iniziano mamma mia, con gli sponsor é un casino.
Peró i giocatori chiedono sempre piú soldi. Ma vogliono giocare meno partite. Oppure le giocano da rotti per i soldi.

Non per essere pessimista, ma non sembra un modello stabilissimo

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Queever (Guest) 30-08-2026 16:11

Funziona così per tutto, è il capitalismo bellezza. Mi sono innamorato di questo sport da bambino negli anni 80, giocando per la strada con amichetti e soprattutto seguendolo in tv, Rai , Montecarlo, Capodistria, canale 5. I miei non avrebbero potuto sostenere un qualsiasi abbonamento. Per un ragazzino di oggi sarebbe impensabile visto anche la scelta sciagurata di supertennis di acquistare gli usopen, bellissimo eh ma durano sempre 2 settimane, a discapito dei 250 e 500 di tutto l’anno.

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