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Umberto Rianna: “I più giovani non devono guardare al risultato immediato ma lavorare sui propri limiti”

18/08/2015 15:09 8 commenti
Umberto Rianna uno dei coach più importanti d'Italia
Umberto Rianna uno dei coach più importanti d'Italia

A margine degli Internazionali d’Este 2015 abbiamo intervistato Umberto Rianna, giunto in visita per seguire da vicino i giovani talenti impegnati nel torneo. Nel corso della nostra chiacchierata Rianna, responsabile FIT per il maschile del settore over 18, ha spaziato a lungo partendo dagli inizi della sua carriera. Ecco cosa ci ha raccontato.

1) Nel 1991 hai iniziato a lavorare alla Bollettieri, cosa ti ha dato questa esperienza?

Rispondere a questa domanda in breve è impossibile, sono andato via da casa a 21 anni venendo da una mentalità di un certo tipo, direi che alla Bollettieri i miei orizzonti si sono allargati parecchio. Oltre che professionalmente sono cresciuto anche umanamente, è stata un’esperienza estremamente formativa.



2) Un’altra esperienza che ti ha fatto crescere senz’altro è quella che ti ha portato a creare il Blue Tennis Team: che ricordi hai?

Quella è stata un’esperienza nuova per tutti, si trattava di uno dei primi esperimenti in Italia e ci ha dato grande orgoglio perché abbiamo scommesso su ragazzi in difficoltà sui quali all’epoca non puntava più nessuno.



3) Starace, Bracciali e Bolelli sono fra i giocatori già formati che hai portato ad alti livelli: cosa significa lavorare con atleti già impostati tecnicamente e su quali aspetti un coach deve concentrarsi?

Di certo è stato un percorso difficile, bisogna capire quali battaglie combattere. Alcune le vinci, altre le perdi. Con determinati atleti le cose sono comunque andate bene, penso in particolare a Bolelli. Con lui ho iniziato a lavorare quando era 140 al mondo, diciamo che dopo l’infortunio è stato bravo a riprendersi. Ci siamo concentrati molto sull’aspetto psicologico, gli sono stati fatti notare certi atteggiamenti e gli si è fatto capire che non giovavano alla sua risalita. Da un punto di vista tecnico si è fatto poco, più che altro abbiamo lavorato sulla risposta al servizio.



4) Il passaggio da Juniores a Pro è sempre complesso da affrontare: su quali aspetti bisogna lavorare per rendere il salto meno problematico?

Nel transito da Juniores a Pro cambia il mondo. A volte in Juniores badi più alle vittorie che non alla tua crescita personale e questa cosa più in là la paghi perché nell’universo del professionismo gli atleti sono già formati. Noi dobbiamo insegnare che cosa voglia dire diventare professionisti, i ragazzi vanno educati per fargli capire su quali aspetti tecnici e fisici devono concentrarsi. Generalmente quando ottieni tanti risultati a livello Juniores sei portato a guardare più ai tuoi punti forti e aggiri in qualche modo l’ostacolo non considerando le tue debolezze ma questo meccanismo dopo un po’ ti penalizza e non ti concede di fare il salto definitivo.



5) Ci sono molti giovani talenti conosciuti dal grande pubblico tra cui Donati e Quinzi, cosa pensi di loro? Ce ne sono anche altri meno noti, quali nomi ci faresti e che tipo di percorso stanno affrontando?

Il movimento è in salute, Donati è più avanti, gli altri sono un pochino più indietro. Al di là di tutto non bisogna mai esaltarsi, bisogna trovare un punto di equilibrio e capire che tipo di esigenze hanno i ragazzi. Se c’è il coraggio di aspettarli alla fine escono. Tra quelli che lavorano sotto traccia posso citare Berrettini e Sonego che adesso possono sembrare un pochino in difficoltà ma che stanno crescendo bene. Hanno capito dove devono lavorare e si stanno applicando. Io credo in loro come credo in tutti gli altri.



6) La scena attuale è dominata dai Fav Four, chi secondo te può scalfirne il dominio?

C’è tutta una generazione in fasce, i classe ’97 e ’98 per intendersi, che adesso sono poco conosciuti ma che certamente emergeranno. Gente come Durasovic (che oggi ha giocato e vinto contro Zormann, ndr.) uscirà, oggi quei quattro dominano il circuito ma un giorno arriverà qualcuno a spodestarli.


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8 commenti

Jonas (Guest) 19-08-2015 09:02

Lui come tanti altri investono solo sugli italiani che vincono per cui tante belle parole ma sono in pochi a saper guardare oltre le vittorie.
Questo è un paese senza cultura del lavoro e della disciplina e facilmente i giovani se non vengono aiutati e ridimensionati finiscono per accontentarsi e rifiutare il lavoro e il sacrificio.
Se dare Wild Card nei Challenger è il modo migliore per lavorare sui propri limiti beh credo che Rianna e il movimento federale siano fuori strada.
# Jonas #

8
Paolino (Guest) 18-08-2015 22:06

La risposta alla domanda n.4 sembra tagliata su misura per descrivere la parabola tennistica di Quinzi! E non credo a caso…

7
dan (Guest) 18-08-2015 20:12

Chissà che prima o poi ne arrivi fuori uno buono buono…una botta di fortuna…

6
Giulio (Guest) 18-08-2015 18:49

I giovani da aiutare sarebbero tanti invece i soliti nomi

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luca (Guest) 18-08-2015 16:57

tutyto vero quello che dice ma questi giovani non possono fare punti avendo sempre wc il ta principale se lo devono sudare con le quali……fognini le rifiutava con capecchi e andava in sud america a giocarsi e farsi il .ulo,,,,,oggi tutti wc aiosa

4
piper 18-08-2015 15:41

“oggi quei 4 dominano il circuito ma un giorno arriverà qualcuno a spodestarli.”
Quando?…«Ne resterà soltanto uno» a fine cariera 🙄

@ lopez (#1423577)

Credo che l’abbia capito già da un po’ 😉

3
Guido (Guest) 18-08-2015 15:37

Peccato che l’esempio che cita lui, Bolelli, avesse già raggiunto i top 50 prima di attraversare una crisi in parte forse anche dovuta alla stessa federazione con tutte le polemiche che ci furono allora. E poi con il tennis di Bolelli, ora che ha quasi 30 anni, non sono sicuro che debba essere considerato un successo quello che ha fatto. Forse ha fatto meno di quello che avrebbe potuto. Forse parecchio di meno….

2
lopez (Guest) 18-08-2015 15:15

Intervista interessante.

Rianna mi pare un bravo allenatore.

Finalmente la Fit ha capito che deve aiutare i giovani anche dopo la fine della carriera juniores, dove in tanti si perdono.

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